domenica, Settembre 26

L’Italia conosce l’inglese? Insomma

0

Conoscere l’inglese è fondamentale per chi è in cerca di un lavoro, è uno dei requisiti fondamentali. Lo ripetono in ogni articolo, rapporto, post o lezione su cosa inserire nel proprio curriculum e su come presentarsi al meglio per un colloquio. Gli italiani in questa corsa linguistica sono ancora lontani dal podio. Secondo quanto riportato nel nuovo Education First English Proficiency Index 2014 l’Italia è al 27esimo posto nella classifica mondiale della conoscenza dell’inglese. Una posizione non disastrosa ma neanche troppo onorevole. Al nostro Paese viene riconosciuta una moderata conoscenza della principale lingua straniera. Un dato positivo comunque c’è, infatti rispetto al rapporto dello scorso anno l’Italia ha guadagnato ben cinque posizioni. Resta comunque dietro a Spagna, Portogallo e Svizzera, per lo meno peggio degli italiani sono andati i francesi, piazzatisi al 29esimo posto. A parte le rivalità storiche, siamo distanti dal raggiungere la top six dei Paesi con un’alta conoscenza dell’inglese: Danimarca, Austria, Svezia, Finlandia, Norvegia, Polonia.

Il dato che ci consegna questo rapporto spinge a riflettere sul ruolo che questa lingua riveste oggi sul mondo del lavoro e quindi su come il mondo universitario prepari i neo laureati ad entrare nel competizione aziendale. Spesso nelle domande di ricerca del personale delle imprese più importanti presenti sul territorio nazionale vengono richieste delle certificazioni molto avanzate della conoscenza dell’inglese, di solito si fa riferimento al sistema di classificazione Cambridge.

First certificate, livelli B2, C1 e C2, Ielts, possono sembrare solo dei curiosi accostamenti di lettere, numeri e parole a chi non abbia compilato richieste per studiare all’estero, ad esempio con il programma Erasmus o Leonardo, o non abbia risposto alle campagne di reclutamento per un posto in qualche multinazionale presente in Italia. “L’inglese è fondamentale per trovare lavoro, le certificazioni non lo sono altrettanto”, a dirlo è Paolo Citterio, presidente dell’Associazione direttori del personale Gidp/Hrda (Gruppo Intersettoriale Direttori del Personale/ Human Resources Directors Association). Lui, nato a Varese, 40 anni di esperienza nel settore risorse umane, è uno dei principali recruiter italiani e uno dei massimi esperti nel campo nell’organizzazione, ristrutturazione e revisione organizzativa di imprese medio grandi, di Due Diligence, di Compensation e di Relazioni industriali. “L’importante è riuscire ad ottenere il colloquio, poi la conoscenza dell’inglese si dimostra”, sostiene, con pragmatismo lombardo, Citterio e aggiunge: “Ormai infatti le selezioni prevedono una parte di conversazione in lingua, quando non vengono direttamente fatte in inglese”. Quindi gli attestati di conoscenza linguistica sono graditi ma non indispensabili per riuscire ad essere chiamati. Secondo l’esperto sono altri gli elementi che possono far scartare un candidato già alla prima scrematura: il numero di anni in cui si è conseguita la laurea, le esperienze lavorative o gli stage svolti, l’abbigliamento con cui ci si presenta e le motivazioni e la conoscenza del gruppo per cui ci si propone. Se però il telefono squilla bisogna essere pronti a dare prova delle proprie conoscenze e avere un fluent english.

Conoscere solo l’inglese potrebbe non essere sufficiente ai giovani laureati per ottenere il lavoro dei loro sogni. Il presidente varesino ci arriva facendo un piccolo excursus tra i modi di apprendimento della sua generazione e quelli dell’attuale: “La nostra è l’ultima generazione ricca e quando eravamo giovani non abbiamo avuto le stesse opportunità di imparare l’inglese. Non ci si pensava e a scuola non si studiava. I più intraprendenti di noi finito il liceo sono andati all’estero a imparare inglese, francese e tedesco. Nel 1958 io andai a Francoforte tre mesi a fare il facchino, altri miei colleghi e amici sono andati nei frutteti o a raccogliere patate per guadagnare qualcosina e imparare la lingua. I nostri figli invece hanno avuto l’occasione di studiare le lingue straniere sin dalle elementari, per non parlare delle scuole medie e del liceo. In più potendo facevamo fare loro i corsi di due settimane, sempre Uk perché l’obiettivo era l’inglese”. Nella sua ricostruzione sta per arrivare ad un “ma”, ad una svolta. Difatti aggiunge: “La lingua che si da per scontata per assumere i laureati è l’inglese, non si è assunti se non la si sa. Però non basta”. Ed ecco l’inghippo: “Molte aziende francesi ad esempio l’inglese lo odiano anche se è la lingua del gruppo. Per cui se si conosce anche il francese si ha più chance. Nel 2000 un mio collega usciva da una posizione direzionale e aveva la possibilità di lavorare per una grande azienda francese in Italia. Bene, le posso dire che lui ottenne quel posto perché diede prova di conoscere la lingua del gruppo. Durante il colloquio ebbe l’iniziativa di parlare in francese, nonostante tutto l’incontro fosse stato improntato sull’inglese”.

Alla luce del discorso di Citterio si capisce come l’inglese sia un perno attorno a cui gira la scelta dei candidati, ma come non sia l’unica variabile. Nel suo racconto si incrociano una serie di elementi ed esperienze di vita, non la mera e sterile conoscenza di costrutti grammaticali. E comunque va tenuto presente che nei suoi discorsi il presidente del Gidp/Hrda fa riferimento a posti per giovani laureati in grandi compagnie, parla delle competenze necessarie per trovare il lavoro con la L maiuscola e non un semplice impiego.

Approfittando dell’occasione a questo punto usiamo anche le sue abilità da direttore del personale e chiediamo cosa possa spingere a selezionare un candidato nonostante magari una non proprio brillante conoscenza di questo benedetto inglese. La risposta è certa e non esita a uscire dalla bocca di Citterio: “La conoscenza dei valori dell’azienda. Deve far capire che vuole lavorare proprio per quella specifica impresa, perché e cosa le può offrire”.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->