martedì, Settembre 28

L'Italia che trascura la scienza field_506ffb1d3dbe2

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Per misurare la circonferenza del nostro pianeta si usano strumenti sofisticati, montati su satelliti orbitanti, e computer che elaborano i dati ottenuti. Oppure si pianta un bastone a terra e si fanno due conti. Così fece lo scienziato greco Eratostene di Cirene nel terzo secolo avanti Cristo, ottenendo un risultato di poco inferiore a quello reale: 39mila chilometri anziché 40mila. Questo ingegno ha dato molto all’homo sapiens, allungando e migliorando la sua vita. La scienza e la tecnica creano anche diffidenza e ostilità, però, in chi teme il loro lato distruttivo o disapprova quanti ritiene giochino ‘a fare Dio’. E nell’ultimo secolo anche l’Italia è stata attraversata da ideologie radicalmente ostili alla scienza e alla tecnica, ma anche al mercato, si afferma in ‘Contro la modernità’, saggio del sociologo Luciano Pellicani e del giornalista Elio Cadelo. Un paradosso, si nota nel testo, visto che il Paese è fra le società avanzate e genera scienziati e tecnici di alto livello. Ne abbiamo parlato con il professor Pellicani.

 

In ‘Contro la modernità’ si afferma che alle origini di queste ideologie ostili ci sono Giovanni Gentile, autore dell’omonima riforma scolastica, e l’influente filosofo Benedetto Croce.

Le fonti della diffidenza italiana verso la scienza e la tecnica sono molte. Croce e Gentile, che negarono il valore cognitivo della scienza considerandola solo uno strumento. Il fascismo, che invocava il ritorno alla terra e condannava l’industrialismo. E l’attacco da parte della sinistra radicale, bolscevica, che riteneva ‘borghesi’ la scienza e la tecnologia. Anche dopo il collasso del comunismo proliferarono ideologie antitecniche, ad esempio in Francia e in Germania. Tutto questo ha generato il paradosso dell’Italia, una società avanzata che produce scienziati e tecnici di valore internazionale ma ha un mercato delle idee pieno di ideologie contro la scienza e il mercato. Lo scopo di ‘Contro la modernità’ è proprio mettere in luce questa situazione paradossale e offrire uno spunto di riflessione all’opinione pubblica e alle élite del Paese.

Anche il comunismo, dunque, è da ritenere un’ideologia ostile alla scienza e alla tecnica?

La contestazione studentesca era dominata dall’idea che la scienza è borghese e la tecnica è uno strumento del capitale, e chiedeva un ribaltamento totale della società. Eppure la scienza e il mercato hanno prodotto un enorme progresso in Italia negli ultimi 150 anni, come abbiamo sottolineato in “Contro la modernità”; ad esempio il reddito pro capite è cresciuto di 13 volte, il tasso di mortalità infantile è crollato e le carestie sono scomparse. Vogliamo ricordare tutto questo? Vogliono spiegarlo agli studenti? Quando uscii dalla facoltà di Scienze politiche con la laurea in mano non sapevo nulla della Rivoluzione industriale e tecnologica. Ecco l’analfabetismo scientifico, anche ai livelli superiori della società.

La destra e il centro cattolico sono considerabili ‘madri’ dell’ostilità italiana verso la scienza?

Dobbiamo operare dei distinguo. Esiste un’interpretazione cattolica in sintonia con il mercato, come quella del mio amico Dario Antiseri, e una contraria, come quella di Augusto Del Noce che si opponeva alla tecnologia e alla scienza. La realtà del mondo cattolico è differenziata. Ma anche a sinistra ci sono posizioni antiscientifiche, o addirittura nichiliste, come quella di Asor Rosa, secondo il quale la tecnologia dovrebbe aiutare l’Occidente a dissolversi.

Arriviamo alla Seconda Repubblica. Si può ritenere il ventennio berlusconiano intriso di ideologia e per giunta ostile al mercato?

Non saprei dirle. Il quadro politico di questo periodo è indecifrabile. Le grandi famiglie politico-culturali sono sparite.

In questa ostilità contro la scienza, la tecnica e il mercato, non le viene il dubbio che quella italiana potrebbe essere più semplicemente  ignoranza?

In Italia non c’è attenzione alla scienza e alla tecnologia. La formazione umanistica prevale e c’è un ritardo culturale sul fronte scientifico, anche se nel secondo dopoguerra le porte della nostra cultura si sono aperte. È davvero un paradosso, perché siamo una potenza industriale e produciamo talenti di continuo. E c’è una copiosa letteratura sul ruolo chiave della base epistemica, cioè della scienza, nel decifrare e stimolare uno sviluppo sostenibile. Non parliamo poi del referendum sul nucleare: la conferma del divieto è una follia. Molti fondatori di partiti ecologisti dicono che il futuro è l’energia atomica, ma noi l’abbiamo proibita e i nostri tecnici sono andati all’estero. La compriamo dalla Francia e comunque se accade qualcosa a una loro centrale patiremo anche noi perché siamo vicini.

Quanto questa ostilità ha creato le condizioni per l’attuale crisi della politica e delle istituzioni?

Difficile pensare che non abbia avuto incidenza. Qualche giorno fa mi ha telefonato un ex Ministro, Giovanni Pieraccini. Si è complimentato con me per il libro e il tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le elite su questi temi, e ha detto: “Devo confessare di essere parte di questa disattenzione”. Nei programmi dei partiti politici il tema della scienza non esisteva.

L’Italia vive dunque un paradosso: nell’ultimo secolo ha valorizzato poco la scienza ma è diventata una società industriale avanzata. Che cosa ci ha aiutato a raggiungere comunque questo obiettivo e a generare non pochi scienziati di peso?

Abbiamo beneficiato del nostro talento. È ancora un nostro patrimonio, anche se non siamo più nei secoli d’oro della cultura italiana, quando persone di altri Paesi venivano da noi a studiare di tutto fuorché la scienza militare – ignoranza in questo settore che abbiamo pagato con le conquiste subite. Durante la seconda guerra mondiale gli ufficiali italiani prigionieri ottennero risultati migliori rispetto a quelli degli ufficiali inglesi in test d’intelligenza loro somministrati, tanto che l’esperimento fu sospeso. Rispetto agli inglesi, però, ci penalizza il carattere: il fascismo drogò la popolazione con l’idea che l’Italia è il primo Paese del mondo, una sciocchezza visto che abbiamo tutti da imparare.

Dove si manifesta più visibilmente nel Paese la carenza di una cultura che valorizzi la scienza, a livello sociale ed economico?

È un po’ dappertutto. Nelle Università, ad esempio. E la televisione non parla abbastanza di scienza e tecnologia, anche se dovrebbe farlo e spiegare le conquiste del progresso. Un mio amico, Piero Melograni, ne parla in la ‘Modernità e suoi nemici’, dove documenta quanto si viveva male prima della seconda rivoluzione industriale.

In ‘Contro la modernità’ si nota anche, in Italia, la presenza di una forte indignazione verso il capitalismo perché avrebbe effetti distruttivi su istituzioni, interessi e valori, e si rintracciano le origini di questa opposizione nell’ideologia fascista. Come si manifesta questa indignazione nella società e quali conseguenze ha per il Paese?

C’è ad esempio la reazione isterica contro la Tav. In Italia esiste una retorica sulla natura buona e gentile, materna, violata dalla tecnologia. È un vecchio cliché, romantico, il cui capostipite se vogliamo è il filosofo francese Jean Jacques Rousseau, che vedeva il paesaggio deturpato dalle macchine. Marx invece è un paradosso: da un lato c’è il geniale analista delle conseguenze sul lungo periodo della rivoluzione capitalistica, con la liberazione dalla schiavitù permessa dalla tecnologia, e dall’altro il Marx che odia la società borghese e condanna il capitalismo considerandolo una potenza demoniaca, “un Moloc che pretende un mondo intero come vittima a lui spettante”.

Alla fine nel saggio si afferma che c’è bisogno di uno Stato che investa nella scienza. Oggi lo Stato non investe solo per mancanza di denaro o perché resta in atto questa ostilità che il suo lavoro denuncia?

È mancanza di attenzione e di cultura scientifica. Eppure, ripeto, abbiamo risultati, ad esempio siamo all’avanguardia nell’energia solare. Abbiamo potenzialità formidabili e tanti talenti ma non li sfruttiamo.

Che cosa serve all’Italia per evitare la deriva della regressione storica?

Che la classe politica prenda coscienza del nesso strettissimo fra scienza e futuro.

 

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