lunedì, Settembre 27

L'Italia arma il conflitto israelo-palestinese? 40

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L’Italia arma le mani di chi spara sui civili a Gaza? Economie, ideologie, obiettivi, strategie, interessi: gli assetti politico-diplomatici del nostro Paese possono essere il filo di Arianna per capire la vicenda degli aerei M-346 venduti da Alenia Aermacchi, società del Gruppo Finmeccanica, a Israele.

Il 23 luglio la Commissione Affari Esteri alla Camera ha discusso l’interrogazione presentata da Sel (Sinistra Ecologia e Libertà) sulla consegna dei velivoli M-346 alla base militare israeliana di Hatzerim. Il testo dell’interrogazione si concentra su due punti: bloccare la consegna alle forze militari israeliane di un modello di velivolo (l’M-346) -che potrebbe «essere armato e utilizzato per bombardamenti, in particolare, grazie alla loro maneggevolezza», potrebbe essere utilizzato «in aree urbane e di conflitti a basso dispiegamento di forze armate e di contraerea»-; bloccare l’esportazione d’armi nei confronti d’Israele, dato che «è vietata l’esportazione e il transito di armi verso Paesi che sono in stato di conflitto armato».

Per quanto riguarda la prima questione, il 9 luglio è avvenuta la consegna di due velivoli M-346 Master, nome scelto attraverso un concorso pubblico (il vincitore è stato premiato con un volo sul mezzo), prodotti dall’Alenia Aermacchi, del gruppo Finmeccanica. Su Youreporter’ è possibile vederne un esemplare in volo, in occasione della manifestazione aerea per i 50 anni delle Frecce Tricolori a Rivolto. «Un risultato che testimonia il grande lavoro di squadra svolto in stretta collaborazione con le controparti industriali TOR e Honeywell», ha dichiarato l’azienda a seguito della consegna in territorio israeliano, aggiungendo che altri 11 mezzi sono in fase di assemblaggio e montaggio: «Entro il 2016 è prevista la consegna dei 30 velivoli ordinati», che sostituiranno «i TA-4 attualmente in servizio».

Un’operazione che rientra nell’accordo di cooperazione nel settore della tecnologia militare stipulato il 19 luglio 2012 tra il Ministero della Difesa italiano e quello israeliano. I principali impegni dell’accordo sono: fornitura alla Difesa israeliana di trenta M-346 e relativi sistemi operativi di controllo; utilizzo da parte delle Forze Armate italiane del sistema satellitare per l’osservazione della Terra denominato OPTSAT-3000 e realizzato in Israele; fornitura per la Difesa italiana di sottosistemi standard NATO di comunicazione per due aerei destinati all’Aeronautica Militare. Grazie a tale intesa, la Finmeccanica ha avviato contratti per un valore di circa 850milioni di dollari, attraverso le società Alenia Aermacchi, Telespazio e Selex Elsag. L’Alenia Aermacchi, produttrice degli M-346, non è nuova a esportazioni del genere: nel dicembre del 2009 sono stati venduti aerei alla Malaysia e vari sono i progetti in corso. Insomma una presenza importante e costante di Finmeccanica nelle manovre economico-militari della nostra Difesa. E tra i firmatari dell’accordo c’era anche l’allora Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, approdato successivamente proprio a Finmeccanica.

Lo stesso Di Paola ha provato, durante una visita alla sede di Venegono dell’Alenia, l’M-346, commentando così il volo: «ho potuto constatare la grande facilità di pilotaggio e manovrabilità, l’ampia visibilità, anche dal cockpit posteriore, e le rimarchevoli capacità di spinta dei motori». Entusiasta l’allora Amministratore Delegato Carmelo Cosentino: «E’ per noi un onore che il Capo delle Forze Armate italiane abbia deciso di volare personalmente sull’M-346”, disse, “Questo ci stimola a continuare a predisporre azioni commerciali per promuovere con sempre più forza e determinazione il velivolo  in ambito internazionale».
In effetti, il velivolo –la prima cerimonia di roll-out risale al 2008- ha avuto e continua ad avere successo in campo internazionale: nel febbraio 2009, l’ex Ministro della Difesa Ignazio La Russa, rispose con entusiasmo all’acquisto di 48 esemplari da parte degli Emirati Arabi Uniti. Inoltre, il velivolo è stato ordinato anche dal Governo di Singapore, battendo la concorrenza dell’industria coreana, e dal Governo polacco, con un ordine di 280 milioni di euro per otto esemplari: «Con l’ordine polacco il numero di M-346 ad oggi ordinati sale a 56 esemplari». Il padre del progetto M-346, l’ingegnere Massimo Lucchesini, ha lasciato pochi giorni fa l’azienda.

L’aereo non è classificato come un velivolo d’attacco, bensì di addestramento. «Concepito per addestrare i piloti destinati ai velivoli militari ad alte prestazioni di ultima generazione», si legge sul sito dell’Alenia, «può essere utilizzato in tutte le fasi dell’addestramento avanzato e pre-operativo»; si parla d’imitazione sul sito della Difesa italiana: «è in grado di emulare le caratteristiche degli aerei di ultima generazione». Dunque, nel rispondere all’interrogazione parlamentare di Sel, il Sottosegretario agli Affari Esteri Mario Giro, precisa che «il velivolo, come peraltro indicato all’Onorevole interrogante, è un nuovo addestratore avanzato. Nel pieno rispetto dei principi e del dettato normativo sancito dalla legge n. 185 del 1990, da parte italiana tali velivoli sono stati quindi forniti all’Aviazione israeliana in versione disarmata e da addestramento. Non si tratta dunque di aerei configurati con capacità offensive».
Resta il fatto che l’utilizzo in chiave offensiva degli M-346 è possibile, secondo quanto emerso da numerose fonti vicine agli ambienti dell’aereonautica.

Per quanto riguarda la questione del blocco delle esportazioni nei confronti d’Israele, il Sottosegretario afferma che «l’Italia non fornisce ad Israele sistemi d’arma di natura offensiva» e che vengono applicati «rigorosamente gli otto criteri sanciti dal Consiglio Europeo dell’8 dicembre 2008», che comportano: «l’effettuazione di approfonditi riscontri in merito alla situazione interna e regionale dei Paesi verso i quali le operazioni devono essere condotte, l’eventuale impatto delle esportazioni e dei transiti di tecnologia e delle attrezzature militari sui Paesi destinatari e sulle regioni circostanti, l’utilizzo finale del materiale, l’eventuale rischio di sviamenti o cessione a terzi dello stesso, il rispetto della pace internazionale e dei diritti umani da parte dei Governi destinatari». Nel replicare, il deputato Erasmo Palazzotto, primo firmatario dell’interrogazione parlamentare, chiede nuovamente la sospensione delle forniture alle forze armate israeliane dei velivoli M346.

Sel sembrerebbe, allo stato attuale dei riscontri disponibili, sostenere una ‘proprietà transitiva’: se l’M-346 porta all’addestramento e l’addestramento porta alla guerra, l’M-346 porta alla guerra. Ma l’Italia starebbe rispettando le norme internazionali sull’esportazione d’armi, nonostante Israele sia in una situazione di conflitto armato (anche se da molti le guerriglie in atto devono essere definite come ‘autodifesa’), visto che la legge n.185 del 1990 pone come priorità: «gli obblighi» e «gli accordi» internazionali. Ovviamente la legge nasce per limitare i danni e conferma come la guerra sia ‘ripudiata’. Chi ne invoca il rispetto, chiede un embargo delle forniture belliche o un inchiesta (delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa) sulle eventuali violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani: in questi due casi l’Italia dovrebbe prendere decisioni nettamente differenti.

«L’Italia è da sempre sensibile alle esigenze di sicurezza di Israele, tanto più nell’attuale instabile quadro geopolitico regionale caratterizzato da forti convulsioni che mettono a rischio la stabilità dei Paesi confinanti», sottolinea Mario Giro, rimarcando il forte legame tra Italia e Israele. Un legame che detta le linee guida delle azioni sullo scenario politico-militare-economico internazionale. Innanzitutto bisogna considerare il ‘Memorandum d’intesa tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo dello Stato di Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa, fatto a Parigi il 16 giugno 2003’, ratificato e divenuto legge nel 2005. Il testo del Memorandum, firmato dall’allora Ministro della Difesa Antonio Martino, mira ad aumentare le capacità di difesa di entrambi le parti, stabilendo una cooperazione militare, riguardante i seguenti settori: industria della Difesa e politica di approvvigionamento; importazione, esportazione e transito di materiali militari e di difesa; operazioni umanitarie; organizzazione delle forze Armate; formazione/addestramento; questioni ambientali e inquinamento provocati da strutture militari; servizi medici sanitari; storia militare; sport militari. Il documento precisa che le parti, inoltre, «cercheranno nuovi settori di cooperazione di interesse reciproco» e «incoraggeranno le rispettive industrie nella ricerca di progetti e materiali di interesse per entrambe le Parti».

Altro importante accordo è quello sottoscritto a Gerusalemme nel 2012 dall’allora Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera e il Ministro per gli Affari Esteri israeliano Avigdor Lieberman per rafforzare e promuovere la collaborazione tra Italia e Israele sul fronte delle imprese innovative startup e, più in generale, dell’industria high-tech. «L’accordo firmato oggi tra Italia e Israele consentirà di fare importanti passi in avanti nella collaborazione tra i settori produttivi più innovativi dei nostri due Paesi», dichiarò Passera. Nel comunicato, inoltre, venivano riportati i seguenti dati: «La collaborazione imprenditoriale tra i due Paesi nel 2011 ha visto l’interscambio raggiungere la cifra di 3,37 miliardi di euro, registrando un incremento del 13% rispetto all’anno precedente.  L’Italia è il quarto partner commerciale per Israele a livello globale (dopo USA, Cina e Germania) ed il secondo a livello europeo. Nel 2011 l’Italia si è classificata sesto fornitore e dodicesimo cliente di Israele». E per quanto riguarda i progetti da seguire, il bando 2014 dell’accordo, pubblicato sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, tra le varie voci per una possibile collaborazione tra i due Paesi volta al progresso tecnologico, oltre a ambiente, agricoltura o medicina, troviamo: «qualunque altro settore di reciproco interesse». Il Ministero dello Sviluppo Economico potrebbe finanziare operazioni o acquisti riguardanti l’innovazione nel settore militare? Certamente. Basandoci sui precedenti, non sarebbe una novità vedere questo dicastero spendere soldi in tale direzione: è stato proprio il Ministero per lo Sviluppo Economico a finanziare l’acquisto degli M-346 destinati alla Difesa italiana. Sono stati spesi 220 milioni di euro per i primi esemplari. La spesa non finisce qui, secondo quanto si apprende da una risoluzione presentata in Commissione Difesa alla Camera: fregate Freem (5,6 miliardi di euro), blindati Freccia (1,5 miliardi), kit soldato futuro (880 milioni), elicotteri NH-90 (3.895 milioni) ed elicotteri Agusta AVV-101 (740 milioni).

L’Italia ha un ruolo molto importante anche nel programma JSF (Joint Strike Fighter), ovvero la costruzione del caccia multiruolo di quinta generazione, denominato F-35 Lightning II. Le principali missioni del velivolo: interdizione di profondità; distruzione delle forze aeree avversarieattacco strategicodifesa aereaappoggio tatticocontroaviazione offensiva. Il mezzo è il risultato di una cooperazione internazionale tra Stati Uniti, Regno Unito, Italia, Paesi Bassi, Canada, Turchia, Australia, Norvegia e Danimarca. Al programma Jsf potranno collaborare Israele e Singapore, grazie alla sottoscrizione di un accordo bilaterale di ‘Security Cooperation Participation’ (SCP) con gli USA. Il ritorno industriale dell’Italia è stato del 100%, coinvolgendo dodici regioni, quaranta siti industriali e diecimila posti di lavoro. Queste le aziende coinvolte: Alenia Aeronautica; Avio; Piaggio Aereo; Galileo Avionica; Elsag; Marconi Selenia Communications; Aerea; Datamat; Gemelli; Logic; Selex communication; Marconi, Sirio Panel; Mecaer; Moog; Oma; OtoMelara; Secondo Mona; Sicamb; Consorzio S3Log; Elettronica; Aermacchi e Vitrociset. Per quanto riguarda le prospettive dell’esportazione, le prime consegne per il mercato dell’export sono previste per il 2015. «Il 1° ottobre 2008 il Dipartimento di Stato USA ha annunciato la vendita (che deve essere approvata dal Congresso) di 25 JSF ad Israele, con opzione per ulteriori 50 velivoli».

Infine, in Aula sono state poste altre due questioni. La prima riguarda la mole d’armi esportata verso il territorio israeliano. I dati sono stati snocciolati dal deputato grillino Carlo Sibilia: «secondo i dati dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (Opal), si tratta di oltre 470 milioni di euro di autorizzazioni per l’esportazione di sistemi militari rilasciate nel 2012 (dati del rapporto dell’Unione europea) e oltre 21 milioni di dollari di armi leggere vendute dal 2008 al 2012 (dati Comtrade). In percentuale, oltre il 41 per cento degli armamenti regolarmente esportati dall’Europa verso Israele sono italiani». Ovviamente anche a questi dati la risposta della politica italiana è racchiusa nel quadro d’impegni riportato fino a questo punto. La risposta del Ministro della Difesa Roberta Pinotti corrisponde, in ogni parola e in ogni virgola, alla risposta data in Commissione da Mario Giro, in risposta all’interrogazione di Sel.

La seconda questione riguarda la Sardegna. Più precisamente, il poligono di Capo Frasca. Secondo quando riportato da due interrogazioni parlamentari (presentate da Sel e dal Movimento5Stelle) sono in programma esercitazioni di bombardamento presso il poligono in provincia di Oristano, cui dovrebbero prendere parte i caccia israeliani F-15 F-16. Il tutto sarebbe riportato dal ‘Programma esercitazioni a fuoco secondo semestre 2014 del reparto sperimentale standardizzazione al tiro aereo  Air Weapon Training Installation (Rssta-Awti)’, reparto già impegnato in esercitazioni passata al fianco di aerei israeliani. La discussione ripropone il tema ancora irrisolto dell’eccessiva servitù militare che la Sardegna è costretta a offrire.

 

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