venerdì, Maggio 14

L’Italia alla conquista dell’Africa field_506ffb1d3dbe2

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 angola

L’Africa rimane un enigma, un mistero. In molti si chiedono cosa accadrà quando milioni di individui rialzeranno la schiena e chiederanno il diritto di parola. Per ora, il problema non sussiste. Gli africani continuano a tenere la testa bassa e a stendere il tappeto rosso all’arrivo dei grandi della Terra.
Lo abbiamo visto da poco con François Hollande, durante la visita in Costa d’Avorio, Niger e Ciad, e con Matteo Renzi, durante la missione in Mozambico, Congo e Angola. Interi Paesi che si fermano e che assistono alla sfilata dei ‘big’ in passerella, sventolando bandierine e scandendo calorosi slogan di benvenuto.

«Un Paese ambizioso costruisce strategie di medio periodo. Tra dieci anni energia, agro-alimentare, export saranno nel cuore dell’Italia», ha affermato il capo del Governo in Angola con una folta delegazione di imprenditori, ultima tappa del suo viaggio, che lo ha portato in Mozambico e in Congo. Tutti e tre i Paesi africani sono ricchi di petrolio e vi opera la multinazionale italiana, Eni.

Non solo greggio. Come riporta ‘Angola Press’, l’agenzia di stampa angolese, il Presidente della Repubblica, José Eduardo dos Santos, ha annunciato, lunedì a Luanda, la creazione di una commissione congiunta Italia-Angola per la cooperazione agro-industriale. In una conferenza stampa, il capo dello Stato angolano si è detto molto soddisfatto dell’esito dei colloqui con il Presidente del Consiglio italiano, sottolineando l’impegno dei due Paesi a rafforzare la cooperazione tra le compagnie petrolifere, la Sonangol e l’Eni. In particolare si riferisce alla costruzione di una nuova raffineria, già in corso d’opera. Dos Santos ha inoltre salutato con favore gli imprenditori italiani che hanno scelto l’Angola come destinazione dei loro investimenti, esprimendo l’augurio che possano aumentare e che l’Italia apra le porte d’ingresso agli imprenditori angolesi.

Il vice presidente della Confederazione degli industriali italiani (Confindustria), Licia Mattioli, presente a Luanda, ha confermato che oltre 400 aziende italiane sono «molto interessate» a stabilire una partnership commerciale con i loro omologhi angolesi, in particolare nei settori relativi all’agro-alimentare, all’edilizia, alla meccanica, all’energia e all’aviazione. Inoltre, ha ricordato che meno di un mese fa si è tenuto a Torino, un forum di affari con differenti Ministri angolani, durante il quale sono state discusse le modalità di cooperazione commerciale tra i due Paesi.

L’Italia, le cui imprese sono in crisi e in svendita, è una meta appetibile per la famiglia dei Dos Santos che si è già comprata tutte le aziende portoghesi in difficoltà, in particolare nel settore della stampa portoghese. Con i crolli bancari del 2008, la figlia del Presidente è entrata nel Consiglio d’Amministrazione del Banco Português de Investimento, del Banco Espírito Santo, acquisendo posizioni azionarie di rilievo nel Banco Portugues de Noegocios, nella la Caixa General de Depósitos, nel Banco Santander e nel Banco BIC Portugues.
Tra il 2008 e il 2009 la Kento Holding, di cui la Dos Santos è proprietaria, è diventata azionista del colosso dell’elettricità Energias de Portugal, di Portugal Telecom e di ZON Multimedia, primo operatore nel mercato della pay tv portoghese e secondo provider internet del Paese. Inoltre, attraverso il controllo della compagna petrolifera angolana Sonangol, possiede partecipazioni del gigante degli idrocarburi Galp Energia (si starebbe comprando anche le azioni dell’Eni).

L’Italia non è messa male come il Portogallo, ma non brilla di salute.
Il Presidente angolano ha speso belle parole per il Paese italiano, definendolo  «uno Stato amico»: «Il popolo italiano ha sostenuto quello angolano nei momenti più difficili della sua storia, quando stava lottando per la liberazione nazionale. L’Italia è anche il primo Paese occidentale ad aver riconosciuto l’indipendenza dell’Angola (…) dando così un grande segno di amicizia e di solidarietà che ci impegniamo a rafforzare»”. Tra l’altro, Matteo Renzi è il primo alto dirigente italiano a visitare l’Angola da quando il Paese è diventato indipendente, l’11 novembre del 1975.

Da allora, le cose sono cambiate. L’Angola, secondo produttore di petrolio dell’Africa, dopo la Nigeria (anche se ormai se la giocano alla pari), è diventato una potenza economica emergente, con una crescita del PIL del 20% tra il 2005 e il 2007, e del 17% nel 2010.
Il Paese africano è anche ricco di giacimenti diamantiferi che lo collocano al quarto posto nella graduatoria mondiale dei produttori di oro, fosfati, uranio, ferro, rame, mercurio rosso, bauxite e grazie alla consistente abbondanza di acqua della rete fluviale offre ampie possibilità agricole e di sfruttamento idroelettrico.

La sua crescita economica è stata finanziata dalla Cina che ha prestato soldi a palate per la ricostruzione del Paese, devastato da dieci anni di guerra civile. Il Governo di José Eduardo Dos Santos, non volendo sottostare alle regole austere del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, ha preferito rivolgersi a Pechino, che non ci ha pensato due volte a prestare capitali. Un credito che l’Angola sta ripagando in forniture di petrolio.

Martedì, il Ministro angolano dell’Economia, Abrahão Gourgel, ha affermato che l’Angola è il più grande mercato finanziario dell’Africa sub-sahariana, con uno stock di beni che tocca i 70 miliardi di dollari, superando la Nigeria e il Sudafrica.

All’apertura della trentunesima edizione della Fiera Internazionale di Luanda (Filda, un evento multisettoriale di esposizione e di affari che riunisce annualmente, dal 1983, uomini d’affari nazionali, africani, statunitensi, europei e asiatici), ha spiegato che l’Angola, dal 2002, registra il più alto tasso di crescita annuale nell’ordine del tre% e l’ascesa della classe media.

Il Paese è il terzo partner commerciale sub-sahariano dell’Italia. La presenza italiana è contrassegnata dagli investimenti dell’Eni nel settore dell’energia, da Inalca-Cremonini per l’agroalimentare, da Grimaldi e Snav per i trasporti.
Renzi si è portato con sé gli alti dirigenti di Eni, FS (Ferrovie) e Finmeccanica, tra cui Claudio Descalzi e Mauro Moretti.
Tuttavia la scena è stata rubata dall’Eni. In Mozambico, la multinazionale italiana ha firmato accordi con il Governo di Maputo per gli immensi giacimenti gasieri del Paese africano. Di recente hanno scoperto importanti siti petroliferi a largo delle sue coste.
«L’Eni investirà 50 miliardi di euro in Mozambico» ha annunciato il Presidente del Consiglio, sottolineando come questo sia un «Paese che cresce e investe sul futuro e che dimostra che un percorso di pace si può fare se si creano occupazione e sviluppo». 
In Congo, alla presenza di Renzi e Nguesso, l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, e il Ministro degli Idrocarburi congolese, Andre Raphael Loemba, hanno firmato un accordo di cooperazione che conferma la storica presenza della nostra azienda energetica nel Paese e «nel quale si afferma la volontà di perseguire nuove iniziative nel bacino costiero congolese, che si estende dall’onshore Mayombe al deep-offshore».

Come nelle altre due visite, anche in Angola l’Eni ha rilasciato un comunicato in cui annuncia l’inizio a breve delle «attività di esplorazione di petrolio nello sviluppo del progetto West Hub Development sul Blocco 15/06 nell’offshore dell’Angola» con N’Goma FPSO, l’unità galleggiante di produzione, di stoccaggio e di rimozione del petrolio, che è stato inaugurato il 18 luglio scorso. West Hub Development comprende «i campi Sangos, Cinguvu e Mpungi e prevede la perforazione di 21 pozzi sottomarini di cui 12 produttori, 4 iniettori acqua e gas alternativi e 5 iniettori d’acqua». Inoltre, Sonongol sta cercando un partner per lo sfruttamento di dieci nuovi giacimenti petroliferi, ognuno dei quali è in grado di produrre circa 1 milione di barili di petrolio. In corsa ci sarebbero giganti americani come ChevronTexaco e ExxonMobil, la francese Total e l’inglese BP.

 

 

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