domenica, Maggio 9

L’Italia al timone dell’OSCE: le nuove sfide e il retaggio di Helsinki Un impegno a più dimensioni, rivolto al futuro: l’interesse nazionale e la sicurezza come valore al centro di ‘destini incrociati’. Intervista all’Ambasciatore Alessandro Azzoni, Rappresentante permanente della Repubblica italiana presso l’OSCE a Vienna

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Proprio negli anni ‘90 è avvenuta la transizione istituzionale dal foro della ‘Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa’ (CSCE) all’Organizzazione permanente che oggi conosciamo. Il suo impegno nella risoluzione di conflitti derivava da un’aspirazione che è andata rafforzandosi dalla fine della Guerra fredda. Come si è evoluta questa attività e qual è, oggi, lo scarto apprezzabile tra le ambizioni politiche di allora e le attuali capacità operative?

La ‘Conferenza’, quando era tale, non aveva bracci operativi come le Missioni sul campo. A loro volta, le missioni OSCE sono tanto cambiate nel corso degli anni perché sono mutati i contesti nei quali operavano ed operano oggi. Negli anni ’90, le missioni nei Balcani, nel Caucaso e in Asia centrale avevano una funzione simile a quella appena descritta per l’Ucraina, vale a dire di osservazione e ‘reporting’: il compito era riportare a Vienna quanto osservato – secondo informazioni verificate in loco con metodi indipendenti – relativamente ai negoziati in corso e all’applicazione di eventuali trattati. Ciò serviva, negli intenti, a contenere episodi di violenza là dove fosse già esplosa e a favorire la risoluzione pacifica dei conflitti. Dagli anni 2000 in poi, il numero dei conflitti dell’area OSCE, da un lato, è diminuito; dall’altro, a cambiare è stata la loro stessa natura: diciamo che le missioni sono passate dalla risposta alla violenza alla prevenzione della violenza.

Una gran parte di queste missioni oggi somiglia molto alle missioni di assistenza ed aiuto a realizzare determinate riforme negli Stati che le ospitano. Queste attività rispecchiano gli impegni politici presi dagli Stati direttamente implicati e da tutti gli altri nell’ambito dell’OSCE.

Quali sono i settori interessati dalle riforme?

Dalla riforma democratica delle forze armate e di sicurezza alla lotta alla corruzione; dalla tutela dei diritti umani allo sviluppo di istituzioni democratiche. Parliamo di attività di assistenza e collaborazione.

Lo scarto tra ambizioni e capacità esiste eccome, ed è legato a vari fattori: sia agli investimenti degli Stati partecipanti all’Organizzazione, sia a interessi nazionali che, in una realtà intergovernativa non particolarmente ‘like-minded’ – ma succede anche in formazioni più coese –, divergono; sia, ancora al modo di intendere gli impegni OSCE.

A cosa si riferisce?

Lo dico spesso ai miei colleghi: non dobbiamo fare finta di essere ancora negli anni ’90! Talvolta si ha tendenza a guardare agli impegni assunti quando il mondo era un po’ meno conflittuale, all’indomani della caduta del Muro di Berlino – al di là, beninteso, dei conflitti generati all’indipendenza degli Stati dell’ex Jugoslavia ed Unione Sovietica. Purtroppo i tempi sono cambiati e siamo rientrati in una fase conflittuale dagli inizi degli anni 2000 – se si vuole, dall’11 settembre, anche se avrei da proporre altre date, almeno per quanto riguarda i rapporti tra Est e Ovest. Ciò ha prodotto un diverso approccio rispetto agli impegni presi allora. Impegni che, probabilmente, certi Paesi percepiscono diversamente rispetto al passato (su temi come la libertà di associazione, dei media, ecc.).

Parlando della tensione Est-Ovest, su quali strumenti l’Italia potrebbe maggiormente spingere nel suo ruolo di facilitatore? Mi riferisco a occasioni concrete di dialogo: agli incontri di vertice, ma anche all’importante funzione delle riunioni informali. Come avviene l’interazione?

Al di là dei vertici, che sono un po’ la ‘ciliegina sulla torta’, l’interazione avviene nella fase di costruzione e ‘impasto della torta’ medesima, ossia secondo un operare costante e pluri-quotidiano. Senza peccare di superbia nazionalistica, credo che, tra i 57 Paesi partecipanti, ce ne siano al massimo 15 in grado di svolgere credibilmente il ruolo di Presidenza dell’OSCE.  Da qui anche la difficoltà a trovare candidati credibili per i prossimi anni.

Per essere credibili, occorre – come fa l’Italia e, ripeto, pochi altri – non avere ‘agende nascoste’. Essenzialmente, tutti riconoscono all’Italia che non ha interessi occulti da passare: i nostri interessi sono molto chiari e sono gli stessi che hanno fatto prendere all’allora Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, la decisione di candidare il Paese alla Presidenza dell’Osce. Una candidatura vera e propria, che deve essere approvata all’unanimità. Pertanto, l’approvazione da parte dei 57, nel luglio 2016, e la scelta di Gentiloni riposano sulle stesse ragioni: nostro interesse nazionale non è immettere agende nascoste, che non abbiamo, ma mantenere in vita uno dei pochi – ormai – canali di comunicazione istituzionale tra Est e Ovest. Non è un caso che si siano avvicendate le Presidenze tedesca, austriaca e italiana (una sorta di ‘Sacro Romano Impero’?), cui seguirà quella slovacca, né che la ‘striscia’ dei Paesi dell’Europa centrale, dal Mare del Nord allo Ionio, abbia avvertito l’esigenza di mantenere in vita un’organizzazione di questo tipo.

L’Italia, naturalmente, ha le sue priorità: il Mediterraneo, innanzitutto. Per gli aspetti di sicurezza e di cooperazione che la riguardano, l’OSCE deve poter dire la sua sulla questione delle migrazioni e del dialogo tra i Paesi di origine e di transito. C’è molto da fare, e si lavora con 6 partner mediterranei di notevole interesse: Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Giordania e Israele. Ciò rende l’OSCE forse l’unica organizzazione internazionale centrata sulla sicurezza che vede Israele presente insieme a Paesi arabi.

 Cosa può fare l’Italia?

Spingiamo molto per il Sud e per il Mediterraneo. Lo abbiamo fatto nel 2017, alla guida del Gruppo di Contatto sul Mediterraneo  insieme ai 6 Paesi citati, e continuiamo a farlo quest’anno.

A rischio che, a un quarantennio dal ritrovamento del suo corpo, una simile citazione possa apparire ‘facile’, resta fermo che fu proprio Aldo Moro a sostenere che «Nessuno può scegliere tra sicurezza dell’Europa e sicurezza del Mediterraneo, perché l’Europa è tutta nel Mediterraneo». Per noi questo è sacrosanto. E cerchiamo di insistere anche all’interno dell’OSCE.

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