venerdì, Agosto 19

L’Italia a fianco dell’ONU Posizione e ruolo di Roma, fra transizioni politiche e sfide costitutive per le Nazioni Unite. Dialogo aperto con il Prof. Luciano Tosi, dell'Università di Perugia

0
1 2


Quali sono le maggiori criticità attualmente affrontate dall’ONU?

Diciamo che oggi sono tempi duri per le Nazioni Unite, non c’è bisogno i sottolinearlo. La crisi affonda in un mondo diviso, dove prevale il nazionalismo, fiorisce il populismo e la globalizzazione, che ha prodotto diversi danni, non funziona più come sistema e produce reazioni di rigetto – parlo della globalizzazione ‘non governata’.

La crisi dell’ONU è manifesta soprattutto sul piano politico. Del resto, l’immagine di un Trump che dichiara guerra alla Corea dal suo seggio, ossia direttamente in occasione del discorso pronunciato davanti all’Assemblea Generale, è emblematica della situazione che oggi l’ONU attraversa (e diremo che anche la risposta della Corea, nella persona del suo Ministro degli Esteri, è stata all’altezza).

Se, da un lato, l’Italia cerca di favorire il ruolo delle Nazioni Unite in un momento di forte crisi politica capace di inficiare il loro funzionamento, questa incapacità non può, tuttavia, addebitarsi all’ONU: occorre sempre avere ben chiaro il fatto che l’ONU non è un organismo sovranazionale legittimato a imporre le sue soluzioni, ma un organismo fatto di Stati, nel quale si cerca di arrivare a una mediazione, a una situazione di ‘incontro’.

Purtroppo in momenti come quello attuale, in cui prevale la spinta nazionalistica, tutto questo si complica. Quindi l’ONU cercherà di muoversi con maggiore forza ed impegno su altri terreni: la cooperazione allo sviluppo, la cooperazione economica, gli accordi sul clima , etc. In altre parole: di essere – ricorrendo a un’immagine n po’ abusata – la ‘Croce Rossa’ dell’umanità, muovendosi su un terreno in cui ci sono grosse ferite da sanare. Anche su questo punto, indubbiamente l’Italia è tra i maggiori contributori delle NU, oltreché tra i maggiori contributori di uomini : pensiamo alle missioni di peacekeeping.

Professor Tosi, si può prevedere un ruolo più attivo dell’ONU nella gestione delle crisi internazionali? Spesso si rimprovera all’Organizzazione una inerzia ad agire. È d’accordo su questo ?

Ribadisco il mio pensiero: in un momento in cui prevale il nazionalismo, che, come vediamo, sta mettendo in crisi non soltanto le Nazioni Unite, ma la stessa Unione Europea, non si tratta di un problema di ‘inerzia’ ad agire : l’ONU, come ho detto, è un organismo che si basa sugli Stati. Può favorire la loro azione, ma a condizione che questi siano convinti che, muovendosi insieme, si troveranno soluzioni ai problemi. Se, invece, prevale la regola del «ciascuno contro tutti», allora è chiaro che in questa situazione l’ONU non avrà margine di manovra, se non cercando di sanare le ferite prodotte da queste situazioni di scontro.

A cosa allude esattamente?

Principalmente, alle situazioni di sottosviluppo e di guerre intestine in corso, soprattutto in Africa, capaci di  creare povertà, gravi violazioni di diritti, flussi migratori. Non stiamo vivendo un momento in cui si può dire che l’ONU abbia un ruolo preponderante nella gestione degli affari internazionali. Indubbiamente, l’Italia ha sottolineato, anche con il Governo Gentiloni, la sua fiducia nelle NU. Essa persegue i propri interessi nazionali, però cerca di coniugarli con istanze multilaterali, di trovare sempre un punto di equilibrio tra quella che è la tutela dell’interesse nazionale e la tutela della comunità internazionale: vale a dire, non perseguire il proprio interesse contro qualcuno, bensì insieme agli altri. Questo è un elemento centrale nella politica estera italiana, che assicura l’appoggio a tutte le iniziative societarie dirette a stabilizzare le crisi, soprattutto con il peacekeeping.

Come è cambiata questa attività?

L’Italia appoggia un’azione di ripensamento del peacekeeping che è attualmente avviata: l’ ultima assemblea ha varato il progetto di una revisione delle modalità di sviluppo delle operazioni di peacekeeping, ma al tempo stesso si vogliono tagliare i fondi – un motivo di scontro ulteriore.

Il mantenimento della pace, nella sua evoluzione, è diventato anche ‘civile’, in una certa misura, ossia non più affidato unicamente alle FF militari…

Infatti, l’Italia ha ad esempio sostenuto la necessità che siano sempre più presenti le donne nelle operazioni di peacekeeping per il ruolo di mediazione e supporto psicologico che esse possono svolgere in situazioni di conflitto e guerre civili. Il nostro Paese è favorevole a questo mutamento di modalità di intervento dell’ONU. Al tempo stesso, nell’ambito dell’azione contro la proliferazione nucleare, ci siamo opposti alla revisione del trattato con l’Iran e ci opponiamo allo sviluppo dell’arma nucleare in Corea. Siamo impegnati militarmente per porre termine alla guerra civile in Iraq e abbiamo mandato forze sul posto per la formazione della polizie locali. Esistono, pertanto, una serie di terreni sui cui poteremmo vedere come l’Italia resti sempre chiaramente a fianco delle Nazioni Unite. Nello Yemen, ad esempio, si cerca di favorire una stabilizzazione mediante la cooperazione allo sviluppo, certamente con fondi non proprio ingenti, ma che hanno ripreso a scorrere: dopo la riforma della cooperazione allo sviluppo, l’Italia si è di nuovo rimessa ‘in carreggiata’.

Ci sono, però anche casi di contraddizione negli effetti. Pensando proprio allo Yemen: ossia, alla cooperazione allo sviluppo che provvediamo da un lato e, contemporaneamente, alla fornitura di armi all’Arabia Saudita (che nello Yemen combatte la ‘sua’ guerra personale) qual «Paese amico».

Si tratta di un altro nodo ricorrente: l’azione della vendita di armi è un problema grosso, che accomuna l’Italia agli altri Paesi industrializzati. Certamente questo attenua gli sforzi che poi l’Italia compie per ridurre i conflitti: la tutela dei diritti umani è un altro terreno scivoloso, che passa troppo spesso in secondo piano (pensiamo, per fare un altro esempio, alla democrazia di facciata della Repubblica cinese e ai sui effetti diretti sulla popolazione).

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->