sabato, Settembre 25

Liste in attesa Una ricerca analizza l'ipotesi di liste transnazionali alle europee. Intervista a Giovanna Iannantuoni

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Quando i cannoni tuonavano tra Francia e Austria o il continente bruciava in una seconda guerra planetaria, la domanda ‘Chi guiderà l’Europa?’ poteva far rabbrividire. Oggi al massimo fa litigare: la risposta chiama alle urne, non alle armi. E ne chiama tanti: 400 milioni in 28 Stati per il rinnovo del Parlamento europeo, dal 22 al 25 maggio. La nuova assemblea, una volta formata, per la prima volta eleggerà il presidente della Commissione Ue, cioè il capo dell’esecutivo europeo, in virtù dei nuovi poteri avuti dal Trattato di Lisbona del 2009. Gli elettori italiani andranno in cabina il 25 ed esprimeranno 73 dei 751 eurodeputati, che insieme rappresenteranno oltre 500 milioni di cittadini. Ogni Stato membro ha la sua legge elettorale; quella italiana è proporzionale con liste bloccate e un collegio nazionale diviso in cinque circoscrizioni. Proprio i sistemi elettorali delle europee sono al centro del progetto EuroVote+, che segue due esperimenti simili tenutisi in Canada e in Francia. Questa indagine di una squadra internazionale di scienziati politici, che coinvolge tutti i Paesi Ue e alla quale si partecipa volontariamente e in modo anonimo online, si concentra sull’ipotesi d’introdurre liste di candidati paneuropee, cioè comuni a tutti i Paesi (oggi sono nazionali, ossia gli italiani votano solo candidati italiani e così via), e su quanto i risultati delle urne possano essere condizionati dai sistemi di voto in vigore oggi. Il progetto fa parte di un lavoro internazionale più ampio, Making Electoral Democracy Work (‘Far Funzionare la Democrazia Elettorale’), nel quale ricercatori di molti Paesi studiano l’impatto delle regole elettorali sulla democrazia. Del progetto EuroVote+, e dei pro e contro delle liste paneuropee, abbiamo parlato con la coordinatrice in Italia, Giovanna Iannantuoni, docente di Economia Politica all’università di Milano-Bicocca (partner scientifico del progetto) ed esperta di teorie del voto.

 

Professoressa Iannantuoni, quali sono gli obiettivi del progetto EuroVote+?

Testeremo l’uso di liste paneuropee nelle elezioni per il Parlamento Ue e gli effetti di sistemi di voto diversi sui risultati elettorali. Il Parlamento europeo è un organo particolare: i suoi membri sono eletti con sistemi molto diversi da un Paese all’altro, anche se tutti proporzionali, e le liste di candidati sono nazionali, cioè ogni Paese elegge propri rappresentanti. L’Ue vorrebbe liste uniche per l’intera Unione, indipendenti dalla nazionalità di candidati ed elettori, cioè liste paneuropee, quindi noi abbiamo creato il progetto EuroVote+ per testarle. La ricerca comprende tutti i Paesi Ue, e gli elettori che vorranno partecipare voteranno con liste di quel tipo e tre sistemi elettorali diversi: uno italiano, con liste chiuse, un altro francese, con liste aperte e preferenza, e un altro ancora disgiunto cumulato, nel quale si può votare liste diverse. Quest’ultimo sistema, del Lussemburgo, è il più lontano dal nostro e tanti studiosi lo ritengono molto valido perché permette di rappresentare meglio le preferenze politiche. Nella ricerca valuteremo se il comportamento di voto degli elettori, e quindi l’esito delle elezioni, cambia con sistemi elettorali diversi. È stato così in due indagini simili, tenutesi una in Ontario in Canada e l’altra in Francia in occasione delle presidenziali 2012: in entrambi i casi circa il 15% dei partecipanti ha votato in modo diverso in base al sistema elettorale. Quelle ricerche e la nostra sono le prime a coinvolgere un gran numero di elettori reali, ad esempio 22mila in Francia; in precedenza su questo tema, molto studiato, c’erano stati solo esperimenti teorici o su scala ridotta. Per parte nostra vogliamo verificare come gli elettori italiani affrontano la possibilità di votare con tre sistemi diversi, e anche se sono informati al riguardo. Il nostro progetto e l’indagine francese sono parte di una ricerca più ampia finalizzata a capire qual è il sistema elettorale più efficiente.

Cercherete di capire quanto pesa l’effetto meccanico dei sistemi elettorali sul comportamento di voto degli elettori. Che cosa s’intende per effetto meccanico?

Gli elettori non sono sempre ‘ideologici’, cioè non sempre danno il loro voto allo stesso partito senza considerare altro ma possono votare anche sulla base del meccanismo elettorale, e il 10% o 15% di voti diversi come rilevato in Canada e in Francia può certo cambiare l’esito di un’elezione. L’effetto meccanico comprende le strategie di voto che gli elettori adottano in base al sistema elettorale. In particolare il voto disgiunto si presta a considerazioni strategiche, perché si possono votare liste diverse, quindi un elettore può premiare sia il partito preferito sia un potenziale alleato o dare meno peso a un potenziale alleato pericoloso per il partito preferito.

L’ipotesi di introdurre un distretto paneuropeo, che esprima alcuni membri del Parlamento Ue eletti da tutti i cittadini dell’Unione, è solo un’ipotesi di ricerca o è anche una proposta nel dibattito politico?

È un auspicio dell’Unione europea, per una democrazia compiuta. Prima d’introdurlo, comunque, bisognerebbe rafforzare sia il potere del Parlamento Ue sia i partiti europei. Alcuni di questi hanno già un peso e un’organizzazione notevoli, ma la loro forza non è uguale in tutti i Paesi dell’Unione. Le liste paneuropee sono qualcosa a cui bisognerebbe tendere, ma è importante capire se i cittadini le vogliono o no, e per questo alla fine del nostro esperimento diamo ai partecipanti un questionario brevissimo per comprendere il loro atteggiamento verso quelle liste. Il nostro progetto non è stato commissionato da nessuno, è finanziato con fondi canadesi e francesi nello stesso ambito delle indagini simili avutesi in Francia e in Canada, e il nostro auspicio è di avere fondi anche italiani ed europei.

Lei è a favore delle liste paneuropee. Perché?

Perché il Parlamento europeo è un organo decisorio unico al mondo i cui candidati partecipano a competizioni elettorali non fra di loro. È come se nelle elezioni per il Parlamento italiano ci fosse una lista per ogni collegio del Paese e ciascuno di essi eleggesse un proprio rappresentante. Liste unitarie evitano questo.

Quali sono i pro e i contro delle liste paneuropee?

Riguardo ai pro, queste liste sono il modo migliore di garantire che il Parlamento Ue rappresenti tutti e in modo equo: i partiti dovrebbero proporre le stesse politiche agli elettori di tutta l’Unione, mentre ora si propongono cose diverse nei vari Paesi e poi si cerca una sintesi dopo le elezioni, il che non è molto efficiente e solleva anche questioni etiche. In quanto ai contro, sono due. Il primo è la difficoltà di costruire partiti con una struttura europea, in grado di essere presenti su un territorio molto vasto. Il secondo è che i partiti euroscettici, come l’italiano Movimento 5 Stelle, non sarebbero rappresentati perché non paneuropei; potrebbero allearsi fra loro, certo, però è giusto che in democrazia ci siano anche liste locali.

Le liste paneuropee avrebbero un’influenza anche sullo ‘spirito europeo’ dei cittadini Ue?

Sì, certo, lo rafforzerebbero. Vedere proposte piattaforme uguali in tutti i Paesi e una maggiore coerenza da parte degli eletti rafforzerebbe il rapporto fra elettori ed eletti, e questo aumenterebbe la democraticità del sistema.

L’Unione europea ha forti disparità di sviluppo al suo interno e necessità diverse nei vari territori. In questo contesto, non è difficile proporre le stesse cose a tutti?

Le politiche adottate dal Parlamento europeo sono già uniche per tutti. È meglio che le proposte unitarie si sappiano prima, penso sia molto più corretto. Comunque abbiamo già casi simili, ad esempio gli Stati Uniti, dove ci sono territori molto diversi ma partiti che si rivolgono a tutti e rispecchiano una nazione.

L’Unione europea è ancora un insieme di nazioni, però, e con una struttura non federale. Le liste paneuropee sono un passo in più verso gli ‘Stati Uniti d’Europa’?

Già ora abbiamo delegato diversi poteri al Parlamento europeo, e se ne vogliono delegare anche di più. Il discorso è strutturare in modo più democratico e informativo una situazione già esistente. Secondo me molto euroscetticismo si deve anche al fatto che il processo decisionale dell’Unione europea è poco trasparente ai cittadini. Inoltre, e lo so da economista, la trasparenza va a braccetto con l’efficienza.

L’Italia ha caratteristiche specifiche che influenzano gli esiti dei sistemi elettorali?

Sì, assolutamente. Nelle elezioni europee abbiamo circoscrizioni molto grandi, a differenza degli altri Paesi, e le liste sono bloccate. La presenza di liste bloccate dà poco spazio al voto strategico, perché manca la possibilità di esprimere preferenze. Siamo molto curiosi di sapere come un italiano possa affrontare un voto disgiunto o cumulato. Al termine dell’esperimento chiederemo ai partecipanti anche quale sistema preferiscono e come si sono trovati.

Il Parlamento italiano ha in lavorazione una nuova legge elettorale per le elezioni politiche, la proposta Italicum. In base al testo attuale, è possibile ipotizzare i suoi effetti?

L’Italicum è un sistema proporzionale con collegi piccoli, alla spagnola. La taglia del collegio è importante: si è già visto in italia che i collegi piccoli danno eccessivo peso ai partiti più votati mentre collegi troppo grandi producono governi instabili perché tutti sono rappresentati. Il punto, quindi, è capire qual è la taglia giusta. Se la nostra ricerca sulle elezioni europee avrà successo ne svolgeremo una simile per le prossime elezioni nazionali.

 

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