mercoledì, Giugno 23

L’Islam salverà gli Intoccabili dall’emarginazione?

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I Dalit di Bhagana, il villaggio di Kajla, hanno iniziato a protestare nell’aprile 2014 per ottenere giustizia per le atrocità subite a opera dei membri di caste superiori, in particolare gli Jats, che nel 2011 si appropriarono illegalmente di 280 ettari di terreno pubblico dove i Dalit erano soliti radunarsi e svolgere i propri festival.

Secondo alcuni abitanti del villaggio, gli Jats hanno indetto un vero e proprio boicottaggio sociale contro i Dalit; infatti, chiunque fosse stato trovato ad aiutare un intoccabile avrebbe ricevuto una multa di 1100 rupie. “Siamo stati privati di ogni cosa: dall’acqua potabile al barbiere; non potevamo più organizzare le nostre feste, né lavorare nei campi. Nel Chamar Chowk, dove eravamo soliti ritrovarci durante i nostri festival, è stato eretto un muro in modo che non possiamo più entrarci. Persino lamentarsi con la polizia locale e l’amministrazione era del tutto inutile: anzi venivamo accusati di crimini mai avvenuti”, dice Virendra Singh Bagoria, un altro Dalit appena convertitosi all’Islam. “I leader Hindu non ci considerano come esseri umani. La nostra vita stava diventando insopportabile così abbiamo deciso di cambiare fede; non potendo più vivere in questo sistema Hindu abbiamo trovato nell’Islam un momento di pace”.

Non c’è bisogno di alcun rituale o cerimonia particolari per convertirsi all’Islam, nemmeno della presenza di un leader spirituale. Ciò che conta è avere il Niyat, ovvero una fede vera e pura nell’Islam, recitare la Shahada, la ‘Testimonianza di Fede’, e credere che Maometto sia l’ultimo profeta di Allah. Persino la circoncisone dopo una certa età non è più necessaria. “Qualche giorno fa un impiegato municipale ha bussato alla porta e ci ha detto di lasciare le nostre case. Noi abbiamo rifiutato, lui allora ci ha consigliato di convertirci all’Islam per evitare che le nostre case fossero direttamente abbattute e rase al suolo. Altri insediamenti vicini l’avevano fatto e le loro case erano state risparmiate”, dice Bhim Anarya, residente a Valmiki Basti.

Convertirsi però non è una via di fuga semplice: i pregiudizi, infatti, persistono anche in altre religioni. Molti dei convertiti devono fare i conti con il dissenso delle proprie famiglie, e persino la violenza delle comunità d’origine che concepiscono la decisione come un tradimento. “Non è semplice convertirsi all’Islam, la mia famiglia dice che è sbagliato e quando chiedo perché mi rispondono che è a causa della pessima reputazione che hanno i musulmani”, dice Rakesh, che dopo la conversione ha scelto di chiamarsi Ali Kanojia.

Altri invece rischiano la vita, come Abdulrahman Bharti, al quale convertirsi è costato due colpi di pistola all’addome e alla gamba. “Quando qualcuno si converte la nuova religione ti accoglie, ma i membri della vecchia cercano di fermarti, e se non riescono allora cercano di ucciderti. Questo è quello che è successo a me”, dice Bharti.
Dopo l’indipendenza nel 1947, il governo indiano ha introdotto il ‘Reservation Act’, nell’intento di avviare una cosiddetta ‘discriminazione positiva’ a favore dei membri delle caste inferiori. Questa regolamentazione è un sistema di benefici molto complesso, dove alcuni lavori, opportunità educative e rappresentanza politica vengono garantiti in modi diversi a gruppi sociali e religiosi diversi.

La protezione data dal governo riguarda i Sikhs, i Jains e i buddhisti, ma non i cristiani e musulmani, quindi quello che succede è una doppia discriminazione e marginalizzazione”, dice Meenakshi Ganguly, di ‘Human Rights Watch’.

Kanojia, come molti altri che non hanno beneficiato in alcun modo del ‘Reservation Act’, si trova di fronte all’ostacolo più grande, quello di trovarsi un lavoro. “Se non hai un certificato di appartenenza ad una classe non riesci ad ottenere alcun impiego. Io non ho alcun certificato, i miei genitori erano analfabeti e non erano a conoscenza di questi aspetti burocratici”, dice Kanojia.

Nonostante siano diverse le associazioni a supporto dei Dalit e attive nella lotta contro la discriminazione tra caste, come la ‘Dalit Welfare Organisation’ (DWO), o la ‘Dalit NGO Federation’ (DNF), la via verso il completo annullamento di queste profonde e radicate differenze sociali non sembra essere vicina. “Spesso il sistema delle caste viene descritto come uno dei sistemi di repressione più antichi del mondo“, conferma Thenmozhi Soundararajan, un’artista americana Dalit; e con un pizzico di speranza conclude: “Ma questo significa, quindi, che il movimento Dalit è uno dei movimenti di resistenza più antichi del mondo“.

 

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