lunedì, Ottobre 18

L’ISIS e il suo effetto collaterale letale

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di Graham Fuller – Gli entusiasti di un intervento USA o NATO volto a distruggere l’ISIS si stanno mettendo in fila l’uno dopo l’altro, specialmente tra quanti non hanno mai ricusato alcun intervento militare statunitense nel Medio Oriente. Qualcuno auspica persino l’inizio di una ‘Quarta Guerra Mondiale‘.

Se da un lato il profondo scetticismo verso l’ennesimo esercizio (sterile) d’interventismo imperiale USA ha tutte le ragioni, c’è tuttavia spazio per valutare l’eccezionalità del caso, vale a dire il perché, nella vicenda ISIS, dovrebbe impegnarsi una vera e propria coalizione internazionale per distruggere la struttura territoriale, amministrativa, militare e sociale dello ‘Stato’ ISIS in Siria e in Iraq. Il non-interventismo occidentale in Medio Oriente, saldo principio in condizioni ordinarie, non può essere considerato in qualunque circostanza un postulato inviolabile di politica estera.

Perché questa eccezione? Data la brutalità messa in scena dall’ISIS, non opporsi con vigore è forse anche più difficile. È tragico vedere le vittime del terrorismo dell’ISIS, che siano in Libano, in Siria, in Iraq e in Turchia, altrettanto di quelle di Parigi. Forse, però, esistono motivi più profondi rispetto agli attacchi terroristici recenti che fanno, in questo caso specifico, di un intervento militarerealmente internazionaleil compito dell’anno. Il dibattito è appeso al disastroso ‘effetto collaterale‘ provocato dall’ISIS.

Ne siamo testimoni soprattutto nella spaventosa rinascita in Europa e negli Stati Uniti di reazioni all’ISIS che provengono da ambienti di estrema Destra, da nazionalisti e neo-fascisti. Reazioni che hanno una virulenza chiaramente anti-musulmana, all’interno delle quali un esiguo gruppo di fanatici della Jihad basta a condannare in modo generalizzato un’intera civiltà e tutti i suoi membri. La retorica isterica e fin troppo sopra le righe della campagna repubblicana USA, una retorica che sta determinando un solco profondo nel pensiero politico statunitense. Una retorica lontana dall’ideale americano di accogliere le ‘masse accalcate’ degli oppressi sulle coste, che sta danneggiando profondamente l’integrazionismo americano e che suscita un razzismo che va oltre l’islamofobia.

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