sabato, Settembre 25

L’Iran, le elezioni e la sfida di Trump

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Nelle ultime settimane, l’amministrazione Trump sembra avere assunto una posizione sempre più interventista sulla scena internazionale, dapprima con l’irrigidimento sulla questione dei test nucleari e missilistici nordcoreani, quindi con l’attacco contro la base aerea siriana di Shayrat che ha portato a un improvviso raffreddamento dei rapporti con la Russia. Mentre le vicende sui due teatri evolvono, da un lato con il dispiegamento di una squadra navale al largo delle coste coreane, dall’altra con una ‘guerra di parole’ che ha sollevato parecchi imbarazzi durante la recente visita a Mosca del Segretario di Stato Tillerson, un punto rimane in sospeso: che effetto avrà la nuova postura statunitense sui delicati equilibri con l’Iran? Teheran, sinora, ha approfittato largamente della scelta ‘di basso profilo’ fatta da Washington negli affari mediorientali. Negli anni di Obama, anzi, proprio grazie a questa scelta l’Iran ha potuto gradualmente consolidare la sua posizione in una vasta mezzaluna che va dall’Afghanistan occidentale (area storicamente segnata dai solidi legami con la Persia) fino alle sponde orientali del Mediterraneo, dove i suoi interessi beneficiano dell’aiuto strategicamente assicurato alle autorità di Damasco e al movimento Hezbollah in Libano.

In realtà, la posizione della repubblica degli ayatollah non è solida come può apparire. La sua ‘proiezione esterna’ nasconde, infatti, una debolezza interna su cui la firma del ‘nuclear deal’ non è riuscita davvero a influire. Il compromesso sul nucleare siglato nel luglio 2015 si fondava sull’incontro di due debolezze: quella di Obama, alla ricerca di un partner nel difficile processo di stabilizzazione degli equilibri mediorientali e quella del Presidente iraniano Hassan Rouhani, per cui la normalizzazione delle relazioni con il Grande Satana costituiva il canale privilegiato per rimuove le sanzioni che dai tempi della Rivoluzione Islamica gravano sull’economia del Paese e sul benessere della sua popolazione. In questo senso, però, l’accordo si è mostrato meno fruttuoso di quanto si fosse immaginato. Nonostante la ratifica da parte del Congresso, una corposa serie di provvedimenti non legati alla politica nucleare di Teheran rimane in vigore sia contro l’Iran nel suo insieme, sia contro vari soggetti che – come il Corpo delle guardie della rivoluzione – svolgono un ruolo importante all’interno del suo sistema economico. La delusione si è tradotta, a sua volta, in critiche sempre più esplicite verso il Presidente e la sua presunta ‘arrendevolezza’.

Su questo sfondo, le elezioni di prossimo 19 maggio acquistano nuova importanza. Più che mai, esse si propongono come una sorta di referendum sull’operato del Presidente e in questo caso, sulla sua politica estera. Un referendum che Rouhani dove affrontare da una posizione complessa. Se da una parte egli può, infatti, mettere sul tavolo i benefici che la firma del ‘nuclear deal’ ha in comunque comportato (primi fra tutti il ritorno delle esportazioni petrolifere a livelli pre-2011, la ripresa degli investimenti esteri nel settore, la riapertura dei mercati finanziari alle banche iraniane e un tasso di crescita del PIL del 7% circa nel 2016), dall’altro l’incapacità di fare percepire questi benefici a larghe fasce della popolazione continua a giocare contro di lui. Come ha rilevato il Fondo Monetario Internazionale, inoltre, l’‘impressionante ripresa’ dell’economia iraniana post-2015 non ha dissipato le incertezze, aumentate dall’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, che in passato ha espresso ripetutamente l’intenzione di rivedere la politica di Obama verso Teheran. Proprio questo fatto potrebbe, secondo il FMI, rallentare il processo di ripresa in corso e intaccare la fiducia che gli operatori internazionale hanno sin qui manifestato nei confronti dell’Iran.

Non stupisce, quindi, il recente ritorno sulla scena di Mahomud Ahmadinejad. Sebbene sgradito alla Guida Suprema, Ali Khameni (con cui l’ex Presidente ha sempre avuto un rapporto complesso), nell’attuale fase d’incertezza Ahmadinejad tornerebbe a incarnare l’anima ‘popolare’ della rivoluzione, antagonista verso l’esterno e all’interno rivolta alla tutela dei ‘mostazafin’, i ‘diseredati’ di cui essa avrebbe dovuto rappresentare il riscatto. In passato, gli atteggiamenti incendiari dell’ex Presidente si sono spesso alimentati dei discorsi sull’‘asse del male’ portati avanti dall’amministrazione di George W. Bush ma hanno mostrato difficoltà a gestire il basso profilo del suo successore. Oggi, quello con Donald Trump potrebbe rappresentare lo scontro fra due opposti populismi e proprio in questo senso la candidatura di Ahmadinejad è stata letta da molti osservatori. Ciò che è certo è che il rientro in campo di una figura tanto controversa rischia di deteriorare una situazione interna già fortemente polarizzata. Una eventualità che – pur guardando con favore la vittoria di un candidato conservatore – né la Guida né il potente Consiglio dei Guardiani (che ha il compito di valutare l’ammissibilità o meno dei candidati alla corsa per la presidenza) sembrano oggi disposti ad accettare.

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