venerdì, Settembre 17

L’Iran in ascesa scatena la rabbia dei Saud Teheran si avvantaggia del disimpegno Usa dal Medio Oriente e della comune lotta contro lo Stato Islamico

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L’Iraq – dove la fine della dittatura di Saddam Hussein ha fatto emergere nelle urne la maggioranza sciita del Paese e la gestione settaria del potere da parte dell’ex presidente Al Maliki ha esasperato lo scontro intra-religioso, facendo cadere nelle mani dello Stato Islamico il consenso di alcune grandi tribù sunnite, specie della provincia occidentale di Anbar – è entrato sempre più nell’orbita di influenza iraniana (un obiettivo questo perseguito a Teheran da decenni), tanto che a Baghdad è stato creato il centro di comando delle operazioni contro l’Isis congiunto tra Iraq, Iran, Siria (l’asse sciita insomma) e Russia. In Siria, poi, la presenza dello Stato Islamico ha finito per favorire indirettamente il regime di Bashar al Assad, alleato dell’Iran. Piuttosto che lasciare il Paese in mano ai tagliagole dell’Isis si è preferito il male minore, e questo ha stabilizzato la dittatura baathista (questo spiega il mancato intervento americano nel settembre 2013, quando la ‘linea rossa’ tracciata da Obama sulle armi chimiche pareva fosse stata oramai attraversata). Il ruolo dell’Hezbollah libanese (la milizia sciita fedele a Teheran) nella guerra in Siria – fondamentale in diverse battaglie e nello stabilizzare Assad – ne ha poi aumentato il peso specifico in patria, accrescendo l’influenza iraniana nel Paese dei cedri. Anche per questo l’Arabia Saudita di recente ha esercitato forti pressioni sul Libano, imponendo alla Lega Araba l’inserimento di Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche (astenuti solo il Libano stesso e l’Iraq) e tagliando un finanziamento da quattro miliardi di dollari all’esercito libanese.

L’Arabia Saudita sta provando a reagire a questo indebolimento relativo rispetto al proprio rivale, ma finora non pare con grandi successi. Il tentativo di provocare una reazione scomposta e controproducente da parte dell’Iran con l’esecuzione dell’Imam sciita Nimr al Nimr non è andato a buon fine, anzi ha ulteriormente raffreddato i rapporti tra Riad e l’Occidente. Gli sforzi per abbattere Assad finanziando la ribellione siriana non hanno dato i frutti sperati. In Yemen la guerra non sta andando come sperato, l’esercito regolare saudita incontra enormi difficoltà a contrastare l’insorgenza Houthi. Al di là delle singole questioni quello che sembra irritare e preoccupare di più i Saud è il progressivo allontanamento degli Usa dalla regione (se nelle prossime elezioni dovesse vincere l’ex segretario di Stato americano Hillary Clinton – che a suo tempo teorizzò lo spostamento del baricentro di interesse strategico americano verso il Pacifico – tale fenomeno non farebbe altro che accentuarsi). Al crescente disinteresse americano verso il Medio Oriente, infatti, segue una minore possibilità per i suoi alleati storici dell’area (Turchia, Arabia Saudita e anche Israele) di influenzarne le decisioni. Infine i Saud sono preoccupati anche per le prospettive di lungo periodo nella competizione con l’Iran: mentre Riad è una petrol-monarchia che si regge quasi interamente sullo sfruttamento del greggio, l’Iran è un Paese con una classe media istruita e un tessuto sociale e industriale dinamico, che – anche alla luce del riemergere dell’Iran come potenza regionale – potrebbe svilupparsi negli anni a venire.

Se a Riad, dunque, non dormono sonni tranquilli anche a Teheran non mancano comunque le preoccupazioni. I falchi della rivoluzione khomeinista sono preoccupati che l’eccessiva apertura verso l’Occidente finisca col ‘corrompere’ i pilastri della teocrazia islamica iraniana, trasformandola fino a stravolgerla. La questione curda che sta esplodendo in Siria – e che anche in Iraq promette di diventare bollente, se verrà mantenuto il referendum per la totale indipendenza previsto per novembre – potrebbe coinvolgere anche l’Iran, che ha una minoranza curda al proprio interno. L’accresciuto ruolo in Medio Oriente della Russia – con l’intervento di Mosca al fianco di Assad – pur dovendo ora calare con il ‘ritiro’ annunciato da Putin è in prospettiva un problema per Teheran, la cui agenda per la regione non sempre coincide con quella del Cremlino. Ma considerando il quadro strategico attuale sembra evidente che Teheran può guardare a queste – e ad altre – sfide dalla posizione più solida che abbia mai avuto negli ultimi quattro decenni.

 

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