sabato, Aprile 17

L’Iran in ascesa scatena la rabbia dei Saud Teheran si avvantaggia del disimpegno Usa dal Medio Oriente e della comune lotta contro lo Stato Islamico

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Negli ultimi cinque anni sono cambiati, forse per sempre, gli equilibri del Medio Oriente. La scommessa turca sull’esito delle Primavere Arabe pare persa, con la Fratellanza Musulmana – vicina al partito del Presidente turco Erdogan, Akp – che non è riuscita a porsi alla guida del mondo islamico sunnita e in molti Stati è tornata ad essere un’organizzazione fuori legge. Ankara dunque, complice il conflitto in Siria e la guerra allo Stato Islamico, ha visto la propria influenza regionale diminuire progressivamente. L’Arabia Saudita, dal canto suo, scampato il pericolo di venire spodestata dai movimenti rivoluzionari dal ruolo di guida della galassia sunnita, non è comunque in una situazione rosea. Da un punto di vista economico la ‘guerra del petrolio’ scatenata da Riad – che sta tenendo il prezzo del greggio ai minimi nel tentativo di sabotare i concorrenti (Russia e ora anche Iran) e di disincentivare gli Usa a iniziare le esportazioni – sta indebolendo la monarchia saudita e ci sono dubbi sul quanto possa protrarsi. Da un punto di vista geopolitico le cose vanno anche peggio. Mentre il fronte sunnita si frammentava tra rivoluzioni riuscite (Tunisia), sovvertite (Egitto), fallite (Siria) e degenerate (Libia e Yemen), mentre si aggrovigliava sulla questione Stato Islamico (ora usato come corpo contundente contro gli sciiti, ora contrastato come un nemico mortale) e al suo interno si creavano alleanze a geometrie variabili a seconda dello scenario (per esempio Riad e Ankara sono alleate in Siria ma avversarie in Libia), la Repubblica Islamica Iraniana – capofila del fronte sciita e storica rivale dei Sauditi – si è rafforzata sotto molti aspetti.

Dopo l’elezione di Hassan Rohani a Presidente nel 2013, la situazione in Iran da un punto di vista interno si è notevolmente tranquillizzata. Le grandi proteste del 2009 (l’Onda Verde), la brutale repressione degli apparati di sicurezza e il secondo mandato del presidente ultraconservatore Mahumd Ahmadinejad sono stati messi alle spalle. Le recenti elezioni parlamentari di febbraio 2016, anche grazie a un’alta affluenza, hanno confermato il corso ‘centrista’ dell’attuale presidenza – benedetto e controllato dalla Guida Suprema, Alì Khamenei – e, come sostiene Pejman Abdolmohammadi, docente della London School of Economics di Politiche del Medio Oriente, «in questo momento la Repubblica Islamica pare decisamente solida. Non mi pare che ci siano situazioni che possano portare a grandi proteste e scontri violenti».

L’altra faccia della stabilizzazione interna ottenuta da Rohani è il grande lavoro diplomatico, suo e del suo ministro degli Esteri Mohammed Javad Zarif, per portare fuori l’Iran dall’isolamento internazionale. La pietra angolare di questo sforzo è stata la trattativa sul nucleare, inaugurata immediatamente nel 2013 e conclusasi con l’implementazione dell’accordo e la fine delle sanzioni internazionali a inizio 2016. Questo era un obiettivo molto atteso da parte dell’opinione pubblica iraniana, che arriva da anni di sofferenza economica e che ripone molte speranze nell’apertura dell’economia verso il mondo esterno. Se queste speranze saranno ripagate o frustrate – il tessuto economico iraniano è incrostato da decenni di isolamento, poche fondazioni (bonyad) legate al clero sciita e ai militari rivoluzionari controllano il giro di affari e gli sforzi riformisti di Rohani non è affatto certo che avranno successo in questo settore – lo si capirà nei prossimi anni, ma di sicuro Teheran grazie all’accordo sul nucleare riesce a sbloccare asset economici per centinaia di miliari di dollari, presto vedrà la fine dell’embargo sulle armi convenzionali e già ora può sedersi ai tavoli negoziali internazionali da pari e non più da pariah.

Questa stagione ‘fortunata’ dell’Iran dipende anche da fattori esterni al suo controllo. Le Primavere Arabe, si diceva, hanno frammentato il mondo sunnita mentre l’Iran – già emerso dalle proteste del 2009 – ne è rimasto immune. Non solo, è stato anche abile nello sfruttare a proprio vantaggio alcune situazioni che ne sono derivate, come l’insurrezione sciita degli Houthi in Yemen, che ha trascinato Riad in una snervante guerriglia al confine meridionale del proprio regno. Ma la circostanza che più ha favorito Teheran negli ultimi anni è stata la comparsa dello Stato Islamico, un’organizzazione fanatica islamica sunnita che ha imposto il proprio dominio territoriale su parte della Siria e dell’Iraq. L’Iran si è da subito intestato la guerra contro il Califfato, nell’ottica del consueto scontro sunniti-sciiti, ma così facendo si è trovato dal lato ‘giusto’ della barricata, alleato de facto di Stati Uniti e Occidente e, nella percezione delle opinioni pubbliche europee, dalla parte dei ‘buoni’.

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