lunedì, Ottobre 25

L'Iran e il dilemma siriano field_506ffb1d3dbe2

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Dalle Alpi svizzere di Davos, il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, fuori dai negoziati sulla Siria ma presente al World Economic Forum, ha lanciato un messaggio chiaro ai mediatori di Ginevra 2: «Tutti i combattenti stranieri devono andarsene dal Paese in guerra». «Gli Hezbollah» ha aggiunto l’ex Ambasciatore della Repubblica islamica all’Onu incalzato sulle milizie libanesi fedeli ai Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran), «non sono stati mandati da Teheran, combattere è stata una loro scelta autonoma».
Difficile crederlo, anche se finora, al di là della difesa verbale del Presidente Bashar al Assad, l’alleato storico aggredito dai «terroristi stranieri», il Governo iraniano è rimasto cauto sul conflitto siriano.
Il neo Presidente Hassan Rohani, nel Consiglio supremo della Difesa ai tempi della guerra con l’Iraq (1980-1988) e, per 16 anni, plenipotenziario Segretario del Consiglio nazionale per la sicurezza, di guerre ne sa abbastanza. Eppure, tanto in campagna elettorale quanto dopo l’investitura, il successore di Mahmoud Ahmadinejad si è tenuto a debita distanza dall’esprimere giudizi sulla Siria.
Volato a Davos insieme con Zarif, Rohani si è detto «rattristato» per il dietrofront sull’invito dell’Iran allaConferenza di Ginevra 2. Ma senza esasperare i toni, ha precisato di essere «pronto a qualsiasi incontro che aiuti i siriani». È significativo, infine, che dalla bocca della Guida Suprema Ali Khamenei non sia uscito un commento sulla polemica dei negoziati in Svizzera, se non il no di un suo consigliere alle «precondizioni» di Ginevra 1, il primo incontro internazionale, nel 2012, sulla Siria.

Se, da una parte, gli Usa hanno insistito solo con l’Iran -e non, paradossalmente, con la delegazione di Damasco-, per l’accettazione esplicita di un Governo di transizione siriano di entrambe le parti ma senza Assad, dall’altra pare che anche gli Ayatollah abbiano colto al balzo la scusa del no a Ginevra 1, per restare dietro le quinte.
Senza irinforzi di Hezbollah, braccio politico e militare dell’Iran sciita in Libano dagli anni ’80, l’Esercito siriano avrebbe perso la guerra da oltre un anno. L’arrivo delle milizie del Partito di Dio, all’inizio nelle regioni lungo il confine, poi anche ad Aleppo e Damasco, è stato decisivo nel riequilibrare le forze in campo. Altrettanto cruciali saranno i colloqui informali sulla Siria, a margine dei prossimi incontri sul nucleare con Teheran e, forse, anche quelli già avvenuti durante il World Economic forum, tra le potenze occidentali e i diplomatici iraniani.
L’importante, per la Repubblica islamica, è non esporsi troppo con Washington, sia per non alimentare una spaccatura interna tra i conservatori, vicini ai Pasdaran, e riformisti al Governo. Sia per non perdere credibilità tra i milioni di musulmani sciiti dell’area di influenza iraniana.
«Non è un mistero che in Iran ci siano forze reazionarie e conservatrici, una miscela esplosiva che ha fatto sì che Zarif non potesse pubblicamente accettare Ginevra 1», ha dichiarato il Ministro degli Esteri italiano Emma Bonino, reduce da una visita ufficiale a Teheran, del dicembre scorso. «Anche per questioni interne, spero superabili nei prossimi giorni, non è stata dunque possibile un’adesione esplicita agli obiettivi di Ginevra».
Lo scenario tratteggiato dalla titolare della Farnesina, presente ai negoziati in Svizzera aperti il 22 gennaio a Montreux, non è, in fondo, dissimile al braccio di ferro interno agli Usa.
Da un lato l’Amministrazione del Presidente democratico Barack Obama, pronta a trattare con il blocco dei non allineati (dalla Russia, alla Cina, all’Iran) piuttosto che a sganciare bombe come in Libia, tanto meno a schierare uomini sul campo come in Iraq e Afghanistan. Dall’altro, l’ala dura del Pentagono e della destra repubblicana che premono per gli interventi militari contro gli Stati canaglia, fedeli all’alleato di ferro saudita.

Specularmente, il quadro non sarebbe diverso in Iran. Con da un lato parte del Gabinetto Rohani, contestato per aver parlato con Obama durante la sua trasferta per l’Assemblea generale dell’Onu. Dall’altro l’ala dei principalisti e dei neo principalisti, sponda politica ultra-conservatrice dei Guardiani della Rivoluzione impegnati in una proxy war (guerra per procura) contro i sauditi di Riad.
Capire fino a che punto, in Iran, esista e sia profonda questa frattura è difficile, perché la Guida Suprema Khamenei, Comandante in capo delle forze armate, alle elezioni del 14 giugno ha permesso la candidatura di Rohani, appoggiato anche dai riformisti. E, dopo aver trattato per mesi sotterraneamente con la Casa Bianca, uscito di scena Ahmadinejad ha aperto ai negoziati sul nucleare («eroica flessibilità»), dichiarando la Repubblica islamica «non nemica degli Usa».
È certo, comunque, che in Iran coesistano più punti di vista sulla guerra in Siria e sui suoi possibili sviluppi. Le diverse interpretazioni sono evidenti dalle analisi pubblicate, negli anni, dai media iraniani, a seconda che i fogli siano di orientamento conservatore o riformista.
Nella radiografia scattata, a metà del 2013, dallo studio ‘L’élite politica della Repubblica Islamica e la Siria‘ dell’Iran Media Program (Center for Global Communication Studies dell’University of Pennsylvania) e a cura del ricercatore iraniano Farzan Sabet, è emersa infatti una narrazione di fondo dominante del conflitto, basato su tre pattern ricorrenti.
Nell’ordine, il conflitto viene descritto come una guerra per procura tra il blocco «del regime di Assad, Iran, Russia e Cina e, dall’altro lato, l’opposizione siriana, l’Arabia Saudita, il Qatar, la Turchia, gli Stati e l’Unione europea». Con toni più forti, di pari passo con il grado di affiliazione politica dei media ai conservatori, l’élite iraniana manifesta inoltre la sua ansia per l’ascesa dei radicali sunniti, wahabiti sauditi e salafiti nella regione. E, in terzo, luogo denuncia infine la propaganda anti-Assad dell’asse «occidentale e sionista», confermando il suo appoggio a Damasco nell’obiettivo strategico di non perdere un partner indispensabile per conservare l’asse sciita fino allo sbocco sul mare in Libano e in Palestina.

Accanto a questa linea compatta, tuttavia, sui media riformisti e centristi iraniani marginalizzati trasparivano, già prima delle presidenziali del 2013, voci fuori dal coro critiche verso «l’appoggio assoluto di Teheran a Damasco». Bloccare una guerra destabilizzante per l’intero Medio Oriente, anziché alimentarla, era una necessità, sia perché Assad, oltre ai terroristi islamici, soffocava un movimento di contestazione in origine spontaneo, del popolo siriano «religioso che chiedeva democrazia». Sia perché lo scontro non era solo con l’Occidente e i sauditi, ma rischiava di dilagare in un’enorme campo di battaglia mediorientale tra «l’Islam sciita e sunnita».
È verosimile che, con l’appoggio dei riformisti a Rohani decisivo per il suo exploit, dall’estate scorsa questa divisione si sia acuita, aprendo un dibattito tra la nomenclatura militare e i moderati al Governo. La prudenza della Guida Suprema è, forse, la cartina di tornasole di questa dialettica interna, che lo costringe a muoversi tra gli equilibrismi, per tenere insieme il complesso sistema politico iraniano.
Dopo l’accordo con gli Usa sul nucleare, inoltre, Khamenei non può permettersi di apparire troppo filo-americano, non solo per tenere buono il suo apparato dei Guardiani della Rivoluzione, ma “per non contraddire il cuore della politica estera iraniana, basata sulla cosiddetta lotta al sistema di arroganza”, ci spiega l’ex funzionario del Ministero degli Esteri iraniano Ahmad Hashemi. “Se la teocrazia rinunciasse ai principi fondanti della Repubblica islamica, gli ideali anti-americani e anti-israeliani, perderebbe credito tra le nazioni musulmane”.
Il suo potere regionale ne uscirebbe indebolito. Ma dietro la propaganda, anche la Guida Suprema ha interesse a trattare senza dare nell’occhio. Riparando il Paese da nuove proteste popolari.

 

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