giovedì, Ottobre 21

L'Iran cresce rinnovabile In 10 anni raddoppiata l'energia green. E si investe nelle colture biologiche

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Di necessità, virtù. E sul piano virtuoso delle energie alternative e dello sviluppo sostenibile l’Iran è più vicino all’Europa di quanto non si pensi.
Strozzata dalle sanzioni di Stati Uniti, Unione europea (UE) e Onu, nell’ultimo decennio la Repubblica islamica non ha potuto esportare petrolio e gas in Occidente, né reinvestire gli introiti nel petrolchimico.
In scadenza di mandato di Mahmoud Ahmadinejad, nel 2012 fu l’insospettabile ‘Wall Street Journal‘ a scrivere che la stretta sull’embargo aveva spinto Teheran a puntare sulle fonti rinnovabili, «con 9.385 mega watt all’anno la più grande capacità di produzione di energia verde in Medio Oriente, secondo il database di Energici (ora Renewable facts, ndr)».
«I combustibili fossili si esauriranno, ma il vento sarà sempre a disposizione e soprattutto nessuno potrà sottoporlo a sanzioni» raccontavano alle fiere gli espositori del settore. A dispetto dell’isolamento internazionale, le società straniere sono rimaste libere di operare in Iran sulla green economy, per quanto malviste dagli Usa.
A maggior ragione è ragionevole che, imponendo agli Ayatollah un freno sulle centrali atomiche, l’accordo provvisorio di Ginevra del 2013, in fase negoziale per diventare definitivo, finisca in un qualche modo per promuovere le fonti alternative e le buone pratiche in Iran.

A gennaio il Ministero dell’Energia di Teheran ha lanciato il sasso, annunciando un piano per «diversificare le fonti di approvvigionamento di energia elettrica, attraverso parchi eolici e solari, rendendo efficiente la generazione di corrente in tutto il Paese».
Impianti per le fonti rinnovabili sono in costruzione e, ha scritto il ‘Tehran Timesnel mese scorso, l’obiettivo è di portare, nel 2014, a 600 mega watt la produzione ancora debole di elettricità dai due comparti green. Solo per l’eolico, in prospettiva, il Gabinetto del Presidente Hassan Rohani programma di inaugurare tre nuovi parchi, di una capacità di 350 mega watt ciascuno.
I tecnici studiano di ricavare altri 100 mega watt anche dalle biomasse dell’immondizia nelle discariche. «L’Iran produce circa 40 mila tonnellate di rifiuti al giorno. Solo l’8% viene riciclato, contro l’80% della Germania. Qui è possibile trasformare il 90% in calore ed elettricità», è la sfida lanciata dalla Renewable Energy Organization (SUNA) di Teheran.
A onor del vero, l’impulso a sviluppare le fonti rinnovabili in Iran è partito nel 2003 quando il dipartimento del Ministero dell’Energia responsabile del comparto fu promosso ad agenzia governativa (SUNA) incaricata del potenziamento dell’energia verde, a coronamento di un percorso proposto e tracciato negli anni ’90.

Dai circa 4.440 mega watt del 2003, ne 2013 la capacità degli impianti iraniani è più che raddoppiata a circa 9.600 mega watt.
Già nel 2012, l’Amministrazione Ahamdinejad stanziò 620 milioni di dollari per finanziare progetti per l’energia pulita. E anche se oggi in Iran la pressoché totalità delle fonti alternative continua ad arrivare dalle centrali idroelettriche, quel che fa gola gli imprenditori – anche stranieri – è il potenziale tutto da sfruttare di deserti come il Dasht i Lut, dove le temperature sfiorano i 70 gradi celsius. O, per l’eolico, delle cime ventose di regioni settentrionali come il Khorasan Razavi.
In pieno regime di embargo, aziende europee dalla lunga esperienza come Fuhrländer, finita in insolvenza con la bolla tedesca della green economy, rivendevano turbine alle società energetiche di Teheran, con la licenza poi di riprodurle in proprio.
Nella capitale iraniana poi, dal 2009 è annualmente organizzata la Fiera internazionale per le energie rinnovabili, che attrae svariati fornitori europei piuttosto che americani. Non ultimi gli italiani presenti all’edizione del 2014 (26 febbraio-1 marzo).

Sull’attenti c’è anche la Germania, che all’Iran non ha mai chiuso le porte neanche nei periodi più bui.
Reduce dalla Fiera internazionale per il Commercio equo delle risorse ambientali (5-9 maggio 2014) a Monaco di Baviera, il Ministro dell’Energia iraniano Hamid Chitchian ha descritto i tedeschi «pronti a espandere i legami economici con l’Iran, inclusi gli investimenti per le fonti rinnovabili».
A colloquio con l’omologo di Berlino Barbara Hendricks e con i boss dei gruppi energetici, l‘inviato di Rohani avrebbe firmato contratti e memorandum d’intesa: uno, in particolare, di collaborazione tra l’agenzia governativa SUNA e la società tedesca di consulenza Lahmeyer International, per sondare il potenziale di energia eolica sfruttabile in Iran.
Non si tratta solo di «aiutare a salvare il pianeta dal surriscaldamento globale», come raccontano gli espositori, o di alleviare una Teheran congestionata dal traffico e dai rifiuti.
Le fonti di energia pulita rappresentano un business per la Repubblica islamica che, nella sua area d’influenza, esporta elettricità in Turchia, Armenia, Turkmenistan, Azerbaijan, Pakistan, Afghanistan, Siria e Iraq.
Lo sblocco, anche parziale, delle sanzioni è l’occasione per aumentare le forniture estere di corrente, oltre che per far decollare l’export di gas e rilanciare il business del greggio in Occidente.

Ad aprile, per effetto dell’accordo sul nucleare con il Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania), in Iran sono rientrati in cassa 2 miliardi e 550 milioni di dollari, sui 4,2 miliardi congelati per l’embargo.
L’intesa di sei mesi dovrà essere confermata. Ma, con l’impennata dei prezzi dei carburanti (+75%) per effetto delle liberalizzazioni sulle sovvenzioni statali ai prodotti energetici, il Governo di Rohani dovrà dimostrare ai cittadini di saper investire nel comparto in modo intelligente, tanto più che 73 milioni di iraniani (oltre il 90% della popolazione) ha chiesto invano che non scattassero i rincari ai distributori e nelle bollette.
Il budget risparmiato dovrà essere reinvestito in un mix energetico salutare, non solo nei quattro impianti petrolichimici che il Ministero del Petrolio ha promesso di inaugurare entro il 2014.
Nel saggio del 2013 ‘An overview of renewable energies in Iran‘, gli accademici del Politecnico di Teheran Mohsen Bahrami e Payam Abbaszadeh citano «11 progetti per l’energia solare, per un totale di mega watt nel fotovoltaico, dal 2004 al 2010, salito da 14 a 67 mw».

Altri cantieri sono in corso d’opera nella geotermia, nel biogas e nell’eolico.
Nel nuovo millennio, l’Iran non è progredito solo nelle tecnologie nucleari, per quanto sui media si sia parlato quasi sempre e solo di arricchimento di uranio e di plutonio, confezionati per le bombe atomiche.
La realtà è più complessa e l’attenzione per un uso sostenibile del territorio che preservi l’ecosistema naturale, anche nella Repubblica islamica, non si è esaurita alle fonti energetiche ecologiche.
In occasione della seconda  Conferenza internazionale sul Commercio dei prodotti biologici, organizzata a Teheran l’11 maggio scorso, il responsabile Mohammad Reza Ardakani ha anticipato lo stanziamento di 1,5 milioni di euro dall’UE, per lo sviluppo dell’agricoltura organica in Iran, presumibilmente nella cornice del rilancio del settore promesso da Rohani nel suo programma elettorale.
La bozza, dicono a Teheran, in via di stesura dovrebbe essere rilasciata entro l’estate.

 

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