mercoledì, Settembre 22

L’Iran contro il radicalismo wahhabita L'Iran ha eretto una barriera e si pone come baluardo contro il dilagare di questa piaga

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Molti Paesi pensano che siano Washington e i suoi alleati nel Medio Oriente – l’Arabia Saudita in primis – a condurre la guerra nella regione per combattere l’ascesa del radicalismo wahhabi, ma in realtà dovrebbero rivolgere il loro sguardo più a est, perché è stato l’Iran ad avere eretto una barriera e a porsi come baluardo contro il dilagare di questa piaga.

La politica e le accuse contro i musulmani e i cosiddetti Paesi musulmani “nemici” da parte degli Stati Uniti hanno anzi contribuito all’ascesa e alla diffusione dell’ISIL, con il sostegno dell’Arabia Saudita.

Questo gioco delle potenze occidentali e dei regimi fantoccio dura da decenni se non da secoli, ovvero da quando, al giro di boa del XVIII secolo, i primi semi della devianza religiosa iniziarono ad attecchire nel deserto dell’Arabia per piegare l’Impero Ottomano e distruggere le fondamenta pluraliste dell’Islam.

Fino agli anni sessanta il wahhabismo è rimasto confinato alla penisola arabica, finché la monarchia Saudita non ha deciso di ospitare i membri radicali dei Fratelli Musulmani che stavano fuggendo dall’Egitto a causa delle persecuzioni di Nasser. Secondo l’ambasciatore statunitense Curtin Winsor, «C’è stata una sorta di reciproca influenza tra l’arcaica ma isolata fede wahhabita dei leader religiosi sauditi e gli insegnamenti salafiti jihadisti di Sayyid Qutb, il quale ha condannato i dirigenti sauditi laici e i non credenti, legittimando invece il concetto di guerra santa (jihad). È stata la sintesi tra il conservatorismo sociale e culturale wahabita e il radicalismo politico qutbista a produrre il wahhabismo politico militante che ha poi dato vita ad al-Qaeda».

I legami tra le potenze occidentali e il terrorismo come strategia di destabilizzazione del mondo pan-arabo sono stati  documentati da numerosi ricercatori e professionisti. Nel corso della sua attività, il noto giornalista Robert Dreyfuss ha tracciato le tappe della lunga relazione segreta degli Stati Uniti della Gran Bretagna con i Fratelli Musulmani – solo di recente dichiarati fuorilegge – e i cosiddetti gruppi islamici, finalizzata a combattere i tentativi del nazionalismo laico e dei gruppi arabi di sinistra di ostacolare gli interessi britannici e occidentali nel Medio Oriente.

Sia Dreyfuss sia Ian Johnson del ‘Wall Street Journal’ hanno dimostrato come Said Ramadan, il leader dei Fratelli Musulmani negli anni cinquanta, abbia avuto legami con i servizi segreti occidentali e abbia avuto il sostegno della CIA. Documenti di Wikileaks risalenti al 2005 dimostrano inoltre che il sostegno ai gruppi di opposizione in Siria, compresi i Fratelli Musulmani, ha avuto inizio sotto il governo Bush.

Nessun’altra potenza nella regione, invece, si è invece dimostrata più determinata dell’Iran nel reagire al terrorismo, al punto che Tehran si è già impegnata a fornire all’Iraq uomini e armi, offrendo a Baghdad un supporto incondizionato nel momento di maggior bisogno. Senza l’intervento iraniano e senza la forza militare iraniana , è probabile che la capitale irachena e molte province del Paese sarebbero già cadute sotto il dominio dell’ISIL.

Hossein Amir-Abdollahian, il delegato del Ministero degli Esteri iraniano per gli affari arabi e africani, lo scorso luglio ha affermato che lo scopo principale delle forze estremiste in Medio Oriente è quello di appropriarsi del benessere dei Paesi musulmani e distruggere il fronte di resistenza di Israele. Ha inoltre insistito sul fatto che il terrorismo in Medio Oriente non esisterebbe se i Paesi musulmani della regione fossero uniti.

In realtà questa guerra contro il terrorismo è una guerra d’indipendenza: indipendenza dal neo-imperialismo e indipendenza dall’estremismo religioso.

Così come il mondo pan-arabo sta affrontando i massacri messi in atto dall’ISIL, l’Iran sta guidando il vero asse della resistenza – dal Libano allo Yemen al Bahrain si sono levate molte voci di denuncia del wahhabismo  –  invitando i Paesi e le comunità ad unirsi.

 

 

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