sabato, Ottobre 23

L’ipocrisia della libertà di stampa: il caso Telesur

0
1 2


Questo è un importante passaggio: Telesur è intesa quale emittente nazionale ovvero appartenente allo stato argentino. Come? La Nueva Televisión del Sur C.A. e titolare dell’emittente Telesur, venne fondata nel 2005 a Caracas per volontà dell’allora presidente venezuelano Hugo Chávez. L’idea era quella di contrastare l’ascesa nel continente da parte della CNN mediante un’alternativa latinoamericana capace di dar voce ai popoli a sud del Rio Grande. Un progetto condiviso con gli altri paesi della regione tanto da giungere ad una ripartizione delle quote tra stati: Venezuela 51%, Argentina 20%, Cuba 19% e Uruguay 10%. Una rete che ben presto si espande con il subentro azionario di Bolivia (2006), Nicaragua ed Ecuador (2007) con una conseguente riduzione proporzionale delle precedenti quote. Nella fattispecie Buenos Aires giunge ad oggi ad essere titolare del 16% del capitale azionario di un’emittente diffusa sui canali satellitari d’Europa, Asia e America Latina e sulle reti digitali dei paesi che ne condividono le quote sociali. Una condizione che in Argentina permette, mediante piattaforma Cablevisión, di raggiungere l’80% della popolazione. Bacino che oggi sarà a disposizione dell’emittente peruviana América HD e pazienza se la legge definisce Telesur emittente pubblica. Perché? Per un semplice, ma determinante fatto che trapela da indiscrezioni giornalistiche (27 marzo) ovvero il governo Argentino ha deciso di liquidare le proprie azioni dell’emittente Telesur e quindi eliminare di fatto la stessa dal territorio. Notizia subito confermata dal Ministro di Media e Contenuti Pubblici, Hermán Lombardini che ha definito l’operazione come rientrante nel programma di ‘pluralismo e austerità’ (matematica certezza). Dichiarazioni prevedibili se consideriamo il decreto 267/2015 che nel dicembre 2015 toglieva proprio le tutele giuridiche sulle quali verte la prima contestazione di Telesur a Cablevisión. Dichiarazioni che trovano concretezza nella notifica da parte del ministro Hermán Lombardini e del segretario della Comunicazione Pubblica, Jorge Greco, al ministro delle Relazioni Esterne, Susana Malcorra. Inizia quindi la procedura che in sei mesi porterà anche alla chiusura in terra Argentina, degli uffici dell’emittente dove attualmente lavorano circa 10 persone. Fine delle trasmissioni per un’emittente che come detto per il governo argentino non rientra nel programma di ‘pluralismo e austerità’. Se quest’ultimo temine, ‘austerità’, è ben comprensibile in quanto in una visione di riduzione della spesa pubblica, la liquidazione del 16% del capitale partecipativo è logico ed in linea di massima comprensibile, resta da chiarire la questione della ‘pluralità’. Termine alquanto ambiguo e relativo in questa materia dato che i canali mediatici sono spesso oggetto di contesa delle forze economiche, finanziarie e geopolitiche che nella strumentalizzazione dei media trovano proprio un efficace strumento di persuasione delle masse. Inoltre, l’espressione giornalistica acquisisce sempre un connotato personalistico ovvero discendente dal pensiero del singolo che contamina seppur minimamente la proiezione verbale o scritta della notizia in sé. Lecito quindi pensare che ogni testata o nel migliore dei casi ogni giornalista esprime parte (anche minima) della sua ideologia. Resta al fruitore finale della notizia, la maturità intellettuale (viste anche le illimitate disponibilità) di attingere dalle diverse visioni prospettiche che gli si presentano per avere il quadro più completo possibile di un determinato fatto o tematica. Sottrarre Unasur al panorama mediatico, non vuol dire altro che mettere a tacere una prospettiva dalla quale guardare i fatti di cronaca e ciò non fa che precludere proprio la visione pluralista insita nella decisione di Buenos Aires.

Telesur ha peccato ovviamente nello schierarsi apertamente per un pensiero politico ‘socialista’ e molto propenso al ‘chavismo’ ed è stata accusata dal governo Macri di non permettere ad un paese socio fondatore di inserire contenuti redazionali a lui graditi. Evidente difetto per un’emittente che tende visibilmente a risaltare l’antimperialismo ed il socialismo latinoamericano. Giusta contestazione quindi, per la quale, con colpevole ritardo, Telesur ha fatto sapere di esser disposta ad ammettere gli errori fatti e ripartire da una cooperazione con la Casa Rosada. Nulla da fare ovviamente perché mettere a tacere Telesur vuol dire per il governo Macri avanzare ulteriormente nell’opposizione al Venezuela di Maduro, dimostrarsi ulteriormente critica nei confronti del Mercosur e con il senno di poi, abbandonare lo stesso per avvicinarsi ad un più strategico Accordo del Pacifico. Fuori luogo ed utile al gioco politico della Casa Rosada, le affermazioni del mandatario venezuelano che ha equiparato le ‘vittime televisive’ orfane di Telesur ai 30000 desaparecidos della dittatura di Videla. Una dialettica macabra ed ingiustificata, ma che fa intendere come i rapporti tra i due paesi si stiano deteriorando rapidamente. A rincarare la dose di polemica sulla gestione dei canali mediatici, subentra sul versante argentino, l’approvazione di ieri (6 aprile) in seno al Congresso dei Decreti di Necessità e Urgenza (DNU) 13/2015 e 223/2016, con i quali si accentra ulteriormente il controllo sui media da parte del governo (per parcondicio rimandiamo  ad un approfondimento sia su La Nacion che su Telesur).

Ma c’è da chiedersi una cosa in tutto questo e lo si deve fare isolando Telesur da tutta la dialettica politica che in questi giorni incalza. Bisogna tornare al concetto di pluralismo espresso dallo stesso governo Macri e chiedersi: eliminare una prospettiva di visione della realtà vuol dire consentire una pluralità di opinioni o imbavagliare quelle meno comode? Nel contesto della libertà di stampa e di opinione cosa vuol dire cacciare Telesur? Resta il fatto che a livello internazionale la vicenda se pur clamorosa è finita nell’anonimato e ci sovvengono a tal proposito ulteriori domande: e se Lula avesse chiuso O’Globo in Brasile per via della sua forte vicinanza all’élite privata e contraria al suo governo (così come a quello della Rousseff)? E se Cristina Kirchner avesse chiuso La Nacion e il Clarín in Argentina per il semplice fatto che l’anno criticata ad oltranza? Che cosa sarebbe successo a livello mondiale? Facile pensare ad un’indignazione prima mediatica e poi dell’opinione pubblica in ogni latitudine del globo. Tutti si sarebbero indignati e avrebbero sventolato il nobile valore della libertà di stampa e di opinione, la stessa che oggi viene imbavagliata in Argentina insieme a Telesur.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->