sabato, Ottobre 16

L'ipocrisia della diplomazia internazionale field_506ffb1d3dbe2

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Durante la recente crisi all’est del Congo sorta con la ribellione dei soldati di origine Banyarwanda e la creazione del Movimento 23 Marzo che riunì un fronte di opposizione armata multi etnico contro il Governo di Kinshasa, il Rwanda fu accusato a più riprese di sostenere la ribellione e di appoggiarla attivamente tramite l’invio di soldati e mercenari.

Le accuse furono per la prima volta mosse al paese africano da un gruppo di esperti delle Nazioni Unite incaricati di verificare il rispetto dell’embargo di armi all’est del Congo. Un embargo sistematicamente violato dai paesi vicini e dallo stesso Governo Congolese che rifornisce di armi e munizioni le milizie ribelli all’est sue alleate, prima tra tutte il gruppo terroristico ruandese FDLR responsabile dell’Olocausto del 1994.

Le accuse crearono un grande scalpore a livello internazionale, nonostante la loro faziosa esposizione di parte. La maggioranza dei membri di questo gruppo di esperti sono noti personaggi della estrema destra americana ed europea, convinti sostenitori del HutuPower, l’ideologia razziale nazista che imperò in Rwanda dall’indipendenza fino al genocidio del 1994.

I rapporti più o meno accurati crearono una pressione dell’opinione pubblica che costrinse vari Stati Occidentali e Organismi Internazionali a sospendere aiuti umanitari e accordi di cooperazione bilaterali precedentemente stipulati con il Governo della Repubblica del Rwanda.

L’improvviso congelamento dei fondi creò serie difficoltà al Rwanda con una diminuzione della crescita economica annuale di quasi 8 punti di percentuale, compromettendo le previsioni per il 2013 del 12%.

Il Governo di Kigali fu costretto ad emettere titoli di stato (equivalenti ai nostri BOT) per sopperire alla drastica diminuzione dei fondi internazionali che rappresentano il 54% del bilancio statale, aggravando così il debito pubblico. Altre misure prese furono l’appello di solidarietà patriottica rivolto alla diaspora ruandese che trovò un grande riscontro finanziario e la cancellazione di alcune facilitazioni fiscali precedentemente assicurate agli investitori stranieri per aumentare le entrate del fisco.

Il Rwanda non ha cambiato la politica estera nei confronti del vicino Congo. Pubblicamente nega qualsiasi sostegno alla ribellione ma in realtà il sostegno finanziario e militare del Rwanda al M23 è stato determinante per questi 20 mesi di conflitto e secondo solo a quello offerto dall’Uganda, il padrino e l’ideatore della ribellione Banyarwanda all’est del Congo.

Il Rwanda esige inoltre la completa distruzione del gruppo terroristico FDLR rifugiato in Congo e alleato del Governo di Kinshasa, fonte di stabilità regionale oltre che fautore convinto di un secondo genocidio nel piccolo paese “dalle Mille Colline”.

Se all’epoca della denuncia del coinvolgimento ruandese con la ribellione congolese i vari donatori internazionali bloccarono i fondi assicurandosi una grande pubblicità sui media internazionali con l’obiettivo di prendere chiare distanze dal Rwanda, gli stessi donatori dal settembre 2013 stanno silenziosamente riattivando i fondi destinati al paese e precedentemente congelati senza che il Rwanda abbia adempito ad una sola delle condizioni imposte per la fine di questo embargo finanziario mai ufficializzato.

La Banca Mondiale,  la Banca Africana per lo Sviluppo, il Fondo Monetario Internazionale, Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno ripristinato gli aiuti e i finanziamenti bilaterali contribuendo ad una rapida ripresa dell’economia ruandese.

Durante il periodo di congelamento dei fondi (aprile – agosto 2013) la crescita economica del paese aveva subito un collasso attestandosi al 4% rispetto alle aspettative di un 12% di crescita annuale. Nel novembre scorso la percentuale di crescita era già salita al 6,6% e si prevede il raggiungimento di un 8% a fine dell’anno finanziario 2013 – 2014. Il Rwanda ha adottato l’anno finanziario anglofono che parte da luglio e termina nel giugno dell’anno successivo.

«Il secondo semestre ha registrato una rapida ripresa economica che ha permesso agli istituti bancari di riattivare gli stimoli finanziari per sostenere la piccola e media industria, attraverso crediti agevolati. Il Governo è ora in grado di rispettare circa l’80% delle spese sociali e degli investimenti alla ricerca sopratutto nel settore informatico e comunicazioni», dichiara John Rwangombwa, Governatore della Banca Centrale del Rwanda.

Il Fondo Monetario Internazionale sembra più ottimista rispetto al governo ruandese, prevedendo la possibilità di raggiungere il 8,5% di tasso di crescita, 3,5 punti di percentuale in meno all’obiettivo originalmente fissato.

I benefici della ripresa dei fondi internazionali sono stati immediati. Il Governo ha ridotto il deficit pubblico diminuendo i prestiti contratti con i mercati interno ed internazionale, la maggioranza degli obiettivi relativi  ai programmi di sviluppo economico sociale soprattutto nei settori educazione, sanità e agricoltura, potranno essere rispettati. La Banca Centrale ha diminuito l’emissione di titoli di stato riuscendo ad avere maggior liquidità che è stata immediatamente incanalata verso i prestiti agevolati ai piccoli e medi imprenditori conformemente alle linee guide dettata dal Sud Africa e dall’Uganda nel ultimo summit economico tra le due Comunità Economiche: quella del Est Africa (EAC) e quella dell’Africa del Sud (SADC). Nel summit i Presidenti Yoweri Museveni e Jacob Zuma hanno individuato la piccola e media azienda come il vettore più affidabile per la crescita economica e l’integrazione regionale.

I prestiti agevolati per attività commerciale e produttive nel settembre 2013 sono aumentati di 30,5 milioni di dollari rispetto al settembre 2012, arrivando ad un totale di 293,8 milioni.

L’economia ruandese sta migliorando grazie ad altri tre fattori determinanti: il leggero miglioramento economico mondiale, la rinomata capacità imprenditoriale ruandese e il clima favorevole agli investimenti stranieri che il Governo di Kigali è sempre stato estremamente attento ad assicurare.

Si registra un boom nelle esportazioni, sopratutto nei prodotti agro alimentari quali tè e caffè. Le esportazioni nel settembre 2013 sono aumentate del 46,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente arrivando ad un volume di 289,92 milioni di dollari.

Attenzione, avvertono esperti economisti dell’Università di Makerere, Uganda: questo aumento record delle esportazioni nasconde un aumento progressivo del saccheggio delle materie prime del vicino Congo, reso più facile durante la ribellione del M23. Dal luglio 2012 al ottobre 2013 la ribellione ha controllato un vasto territorio all’est del paese (grande come la Germania) pieno di minerali preziosi che sono stati dirottati senza sosta verso Uganda e Rwanda. Giunti a destinazione venivano certificati come minerali estratti nei due paesi e venduti alle multinazionali americane permettendo di raggirare la legge Franck-Dodd sul controllo dei minerali provenienti dal Congo. Una gran parte di questi minerali è stata venduta anche ad intermediari israeliani, indiani e cinesi per la loro destinazione finale: l’Europa, Francia e Belgio compresi. Gli economisti della Makerere prevedono un calo del 30% nelle esportazioni dovuto dalla perdita dei territori controllati dalla ribellione M23.

La decisione dei principali donatori internazionali di togliere l’embargo economico al Rwanda, decisione accuratamente tenuta al riparo dei riflettori dei grandi media e la complicità delle multinazionali occidentali nel sostenere il saccheggio delle materie prime congolesi ha rafforzato la posizione del Rwanda, considerato una potenza economica e militare di media taglia molto più affidabile di un paese 46 volte più grande con immense ricchezze ma con uno Stato inesistente e corrotto.

L’orientamento pro Ruandese della Comunità Internazionale, escluse ovviamente Francia e Belgio, sta influenzando direttamente l’ONU. In questi giorni una commissione delle Nazioni Unite e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) è in Rwanda per censire il numero esatto di guerriglieri M23 presenti nel campo di Ngoma, nella Provincia Occidentale del Rwanda.  Trattasi di 777 miliziani fedeli allo sconfitto Bosco Ntaganda, detto Terminator.

Secondo quanto affermato dal Ministro dei Disastri Naturali e degli Affari dei Rifugiati Seraphine Mukantabana il Governo di Kigali starebbe conducendo trattative di alto livello con UNHCR affinché si occupi dell’assistenza umanitaria di questi ex miliziani considerati dal Rwanda come dei rifugiati. Contattata da prestigiosi media regionali UNHCR ha scelto un prudente silenzio che rafforza la credibilità delle dichiarazioni ufficiali del Governo ruandese.

La maggioranza di questi ex guerriglieri trasformati ora in civili, sono soggetti a mandati d’arresto spiccati dall’esercito regolare congolese in quanto disertori che hanno tentato di abbattere la Repubblica e la Costituzione. Su di essi pendono grave accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante i 20 mesi del conflitto, crimini per altro compiuti anche dall’esercito regolare.

Trasformare questi ex guerriglieri in profughi bisognosi di aiuto equivale ad infrangere il mandato conferito e lo statuto interno di UNHCR che non prevede alcuna assistenza a militari o a guerriglieri ma solo ai civili.

L’ ipocrisia dei principali donatori internazionali offre al Governo di Kigali maggior possibilità di esigere l’eliminazione del gruppo terroristico ruandese FDLR rifugiato nel vicino Congo, maggior possibilità di interferire nella politica interna congolese e maggior possibilità di continuare ad attingere alle risorse naturali all’est del Congo.

Per questo motivo la priorità per la comunità internazionale nella regione è l’eliminazione del FDLR al fine di non offrire un’ottima scusa per l’esercito ruandese di invadere il vicino paese per distruggere queste forze sovversive e genocidarie che sono ancora in grado di mettere a repentaglio la sicurezza nazionale.

Vari sono i segnali dei preparativi in atto per un’invasione Ruandese Ugandese. Il movimento politico MLC guidato dallo imprenditore Jean-Pierre Bemba attualmente sotto processo presso il Tribunale dell’Aia con accusa di crimini di guerra commessi nella Repubblica Centroafricana nel 2004, starebbe clandestinamente riorganizzando il suo movimento armato storicamente alleato dell’Uganda.

Le milizie alleate al M23 starebbero ricevendo ingenti quantitativi di armi provenienti dalla Russia attraverso intermediari israeliani e finanziati dagli Stati Uniti. Parte di questo arsenale è destinato anche al M23. Il traffico è assicurato da un cittadino ugandese di origine indiana denominato “Babu” amico intimo del Presidente Museveni. Il riciclaggio del denaro proveniente dalle armi viene effettuato tramite attività legali affidate a prestanome a volte ignari, tra cui un locale notturno per la grande borghesia e la comunità di espatriati: il Cayenne, gestito da un giovane imprenditore italiano.

Il Generale Sultani Makenga, leader del M23 e  1.200 uomini sono in stand-by in confine ugandese e almeno 2.300 sarebbero ritornati in Congo in attesa di istruzioni. Il Governo Ugandese agli inizi di dicembre ha ricomposto le sue riserve strategiche di carburante pari ad un’autonomia di sei mesi. Solitamente queste riserve sono destinate ad operazioni militari.

Rimane cruciale la data del 15 dicembre 2013, termine ultimo per la firma degli accordi di pace tra Governo di Kinshasa e M23. Scaduta la quale ogni opzione é aperta. Kampala e Kigali hanno sempre avuto il macabro gusto di lanciare le offensive ribelli sotto il periodo natalizio…

 

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