lunedì, Aprile 12

L'invasione delle anatre zoppe Obama è accerchiato, Renzi è contestato e noi non ci sentiamo tanto bene

0

 ELEZIONI: NELLA TANA DEL ROTTAMATORE ORA C'E' CAUTELA E RIFLESSIONE

 

I Colleghi di ogni Testata, dalle più togate a quelle per pochi intimi, in questi giorni stanno inondandoci di un’espressione prettamente yankee, ‘Anatra zoppa‘.
E non si tratta dell’antipasto previsto dalla tradizione per il famoso tacchino del ‘Thanksgiving Day‘, che sta quasi per arrivare, ricorrendo il prossimo 27 novembre.
E’, invece, l’espressione in slang politico d’Oltreoceano che sta a indicare la peggiore sfiga che possa capitare ad Presidente USA, il dover stare al timone della Nazione senza avere la maggioranza o in una delle due Assemblee elettive o, come in questo caso, in entrambe (ovvero, sfiga al quadrato).
Col loro solito gusto per l’esotico, i nostri Colleghi l’hanno immediatamente fatta propria e d’improvviso ci siamo trovati accerchiati da interi stormi di ‘anatre zoppe’, da ricordare con raccapriccio il famoso film Gli uccelli’ di Alfred Hitchcock.
I cacciatori, poi, sono dei gran Maramaldi e coloro che fino a un attimo prima aveva osannato Obama, definendolo un’aquila, ora si accaniscono su questa sua debacle e lo declassano ad anatra, per di più zoppa.
E se prima, per scimmiottarlo, ne adottavano anche l’abbigliamento free, in camicia bianca, ora faranno presto a tingersela (qualcuno rivelando l’abbrunato che celava per motivi demagogici)

Il Presidente fa segnali distensivi verso i Repubblicani vincitori – e sfido io, ci mancava pure che mostrasse i denti… – e si prepara a guidare gli Stati Uniti a mezzo servizio, sempre sub judice sia del Senato sia del Congresso.
D’altronde, in fin dei conti, avendo esaurito i due mandati, forse può pure #staresereno. Alla fine di quest’avventura, nel 2016, lo attendono, come per molti suoi predecessori, ruoli lucrosi e comparsate ben remunerate.

Di tutta questa vicenda, se siete anche dei semplici lanciatori di sguardi ai titoli dei giornali, dovreste essere informati fino allo sfinimento.
Non voglio metterci anch’io il carico da 12, perché, come certamente saprete, in politica estera sono davvero una dilettante allo sbaraglio.
E, poi, non è il mio ruolo, quello di commentatrice di Esteri; se proprio devo ritagliarmi un pulpito da cui predicare, in qualche modo esso deve intrecciarsi con notazioni di satira di costume. In Italia, ma anche all’estero, perché no?

Cosicché, riflettendo sull’espressione ‘anatra zoppa‘, mi sono chiesta in quante situazioni essa può essere utilizzata in senso lato, per descrivere realtà che poco c’entrano (o non ci azzeccano) con la politica americana.
Perché guardare tanto lontano, se di anatre zoppe ne è pieno il mondo? O il ‘nostro’ mondo, ossia la situazione italiana?

Basta spulciare le notizie in homepage dei quotidiani, giusto appresso ai necrologi su Obama, che ne troviamo un’invasione di anatre zoppe, ovvero di chi non gode dell’appoggio dei suoi interlocutori; e non dobbiamo neanche allontanarci nel tempo, ma guardare con un minimo di obiettività (il mio computer giacobino aveva scritto ‘abiettività’, con una calata d’ingegno creativo rispetto al vocabolo ‘abietto’) e senza dogmi al panorama politico nostrano dei giorni passati.

C’è l’anatra che corteggia il fucile che l’azzopperà. Non pago di aver fatto finta di impallinare Juncker, finendone impallinato   -è inutile che strologhi con albagia che il Presidente della Commissione europea deve avere rispetto per l’Italia: fino a prova contraria il rispetto dev’essere sinallagmatico e a far linguaccia a Juncker è stato lui-  ieri il nostro giovane Premier ha sconsideratamente voluto seguire il costume di suoi illustri predecessori di una cinquantina d’anni fa, i quali andavano a tagliare i nastri tricolori di autostrade, ponti e fabbriche. Stavolta si trattava della nuova sede dell’Alcatel Lucent, a Vimercate (provincia di Monza/Brianza), dove, a fronte del nuovo stabilimento, c’è per contrappasso una ristrutturazione che ha portato a 586 esuberi, di cui un paio di centinaia riallocati con una cessione di ramo d’azienda. A loro vanno ad aggiungersi 200 addetti in cassa integrazione straordinaria fino al prossimo maggio.
Non c’è bisogno della zingara per capire che si è soltanto procrastinato il problema, che si ripresenterà di qua a sei mesi.
Forse sono stati questi esuberanti esuberati, alleati coi cassintegrati dotati di timer a fischiare e insultare il Presidente del Consiglio… o almeno la sua virtuale presenza, perché, mentre il corteo delle macchine della scorta è passato dal cancello principale, beccandosi anche il lancio di uova, lui, bel bello, è sgattaiolato da un’entrata laterale.
Un po’ zoppo, dunque, il Premier lo pare: certo, non sullo sciancato spinto come Obama, ma sembra che tutto quell’ottimismo che va seminando come la spigolatrice di Sapri non attecchisca, perché il terreno è pietroso e lui pare non vederlo.

Quando ieri, riportando un brano dell’intervento del Ministro dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini alla consegna dei Premi intitolati al grande Vittorio De Sica, ho fatto riferimento ad una sua frase sul pessimismo che ormai è sentimento preminente degli italiani, non sono stata una cronista diligente.
Ho, infatti, mancato di indagare la fonte da cui il Ministro aveva attinto la notizia, che è il cosiddetto Prosperity Index, i cui risultati sono stati pubblicati dalla stampa tre giorni fa.
Ormai pare definitivamente tramontato il cosiddetto Stellone, che costituiva il faro per illuminarci la vita.
Come ha detto il Ministro  -incoraggiando ad un cambiaverso che non so da quali buone notizie dovrebbe essere generato- l’Italia, fra i 142 Paesi di questa classifica del sorriso, elaborata annualmente dal Legatum Institute, è quasi nel sottoscala: in cima alla hit parade ci sono Norvegia e Svizzera.
Pessimismo imperante e indice di prosperità in picchiata: abbiamo perso 5 posizioni in un anno solo… e dovremmo essere ottimisti?
Ci superano quasi tutti; e non solo fra i Paesi più vicini per geografia e assetto della società. Kazaki e uruguayani, sotto il profilo del benessere, non se la passano meglio (pur avendo le risorse energetiche…), ma hanno fiducia nel futuro.
Noi, magari, vorremmo pure provarci, ma siamo logorati dalle delusioni che ci procura questo tunnel della crisi la cui luce che ne indicherebbe la fine si fa sempre più flebile.
Per risalire le posizioni, abbiamo una sola speranza: presentare agli esperti del Legatum Institute (ma a me, con la mia perversione giuridica, ‘sto Legatum ricorda tanto un testamento…) un unico soggetto da intervistare.
Non ne garantiamo neanche l’anonimato: si chiama Matteo Renzi e li ‘impapocchierà di chiacchiere come il più esperto biscazziere conduttore di gioco delle tre carte. Di sicuro risaliremmo molte posizioni nella classifica dell’ottimismo.
Intanto, un brontolio di tuoni fa da colonna sonora in contrappunto al battito dei tasti del mio PC. Non mi pare una musica troppo ottimista…
Nel frattempo, il ‘nostro’ anatroccolo biricchino, all’Assemblea dell’ANCI, se ne esce con un’altra delle sue: «Mi tirino pure le uova, io non scappo». Che voglia fare una bella frittata?

 

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->