giovedì, Ottobre 21

L’intricata geopolitica del gas
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Almaty – Quando in Lituania si parla di gas, si intende parlare delle relazioni tra Vilnius e Mosca. Il gigante russo Gazprom, infatti, è l’unico fornitore di gas verso la Lituania e possiede poco più di un terzo della compagnia nazionale di Vilnius, Lietuvos Dujos. Il contratto tra le due compagnie energetiche è stato firmato dieci anni fa e adesso rischia di traballare a causa della procedura di arbitrato iniziata con una decisione del Consiglio di Amministrazione di Lietuvos Dujos, su proposta del Ministero dell’Energia lituano, contro la politica dei prezzi di Gazprom. L’annuncio è del 30 gennaio e arriva in un periodo difficile per le relazioni tra Unione Europea e Gazprom, con le ripetute minacce europee sulle regole per la formazione dei prezzi e sul libero accesso alle infrastrutture energetiche.

L’antitrust della Commissione Europea è presieduto dallo spagnolo Joaquín Almunia, ex-Ministro degli Esteri dei governi di José Luís Zapatero. Dopo i raid estivi nelle sedi di Gazprom e delle  sue collegate in Europa, gli ispettori europei hanno aspettato che le negoziazioni politiche prendessero il proprio corso. Nei mesi successivi, infatti, invece che sottolineare il ruolo chiave che Gazprom ha svolto per la sicurezza energetica europea, i dirigenti della compagnia russa hanno più volte reiterato la propria disponibilità a trovare «una soluzione accettabile per entrambe le parti». Secondo il direttore di Gazprom Export, Alexander Medvedev, «bisognerà accordarsi prima che le accuse vengano formalizzate nei nostri confronti. Tuttavia, il compromesso non potrà danneggiare la nostra attività in Europa pur di soddisfare l’antitrust».

Dal 2012, l’Unione Europea sta esercitando una pressione non solo politica su Gazprom, e quindi sul Governo della Federazione russa, che ne detiene la maggioranza delle azioni. Per questo motivo, spesso si intrecciano le indagini sulla concorrenza e i cabli ufficiali dai ministeri moscoviti, come era successo a novembre 2013, quando il Presidente del Consiglio Dmitrii Medvedev inviò una lettera ufficiale al commissario europeo José Manuel Barroso. L’enfasi russa è sempre posta sull’affidabilità delle forniture che provengono da Gazprom, fin dai tempi della Guerra Fredda.

A dicembre, Gazprom ha fatto una proposta informale alla Commissione, ma a gennaio Almunia ha lasciato intendere che l’offerta russa non fosse accettabile. A dicembre, inoltre, la Commissione ha messo in discussione i contratti per la costruzione e l’utilizzo del gasdotto South Stream, che mira a bypassare l’Ucraina. La garanzia dell’accesso a parti terze (‘Third Party Access’) per l’utilizzo delle pipeline è un pilastro della politica energetica di Bruxelles, che non sarà messo in discussione per South Stream, che pure non è rientrato tra i progetti strategici elencati dalla Direzione Generale per l’Energia. «Non implica una differenziazione di forniture, ma solo di rotta, quindi non può essere considerato un progetto strategico», così ha replicato la Commissione a chi, da Mosca, aveva criticato le scelte.

Tra arbitrati, antitrust e agitazioni nei Paesi da dove passano i gasdotti, la situazione per il commercio del gas sembra cambiare di mese in mese. Quando dalla Commissione è arrivato il nyet verso South Stream, la temperatura delle relazioni tra Mosca e Bruxelles è scesa precipitosamente. «La Commissione ha esaminato gli accordi tra Russia e Stati membri e ha stabilito che nessuno degli accordi governativi sulla costruzione del gasdotto è stato firmato in osservanza delle leggi europee» ha tuonato Klaus-Dieter Borchardt, durante un discorso tenuto al Parlamento europeo. A essere maliziosi, si potrebbe pensare che questa sia una decisione presa alla luce della crisi politica in Ucraina, visto che è arrivata il 4 dicembre, meno di una settimana dopo l’abbandono annunciato del presidente ucraino Viktor Yanukovich del summit di Vilnius. La richiesta della Commissione verso gli Stati membri è di rinegoziare i termini, in modo da rispettare sia la legislazione UE, sia la Carta Energetica europea.

La questione ucraina ha ripercussioni molto serie sulle relazioni energetiche tra UE e Russia. Insieme alla corsa al gas naturale liquefatto nei Baltici, la circumvenzione dell’Ucraina sarà il tema più caldo del resto di questo decennio. A uno a uno, tutti i contratti di lungo periodo con la Russia arriveranno alla propria scadenza naturale. La speranza europea e dei singoli Paesi che si trovano geograficamente in mezzo è che nel prossimo futuro la dipendenza europea dal gas russo diminuisca, proporzionalmente con la diminuzione del prezzo che i consumatori pagano a Gazprom. Chi il settore energetico lo conosce bene, come Jonathan Stern dell’Oxford Institute for Energy Studies, avverte: «bisogna essere realistici, la dipendenza europea dal gas russo non diminuirà almeno nel prossimo decennio».

Tuttavia, i nuovi requisiti europei per l’arrivo del gas naturale nel blocco occidentale potrebbero costare cari a entrambe le parti. L’Europa minaccia ritorsioni pecuniarie, multe fino a 14 miliardi di dollari, verso Gazprom qualora la compagnia di Mosca non rispettasse le regole sull’’unbundling’, sul libero accesso e sui prezzi applicati. Primo, chi opera le pipeline non può altresì fornire il gas e non può controllare la distribuzione finale al cliente; secondo, bisogna mantenere libera una certa percentuale della capacità di un gasdotto per garantire il libero accesso a diversi fornitori; terzo, bisogna rompere la ‘legge sacra’ del collegamento ritardato tra prezzo del gas e prezzo del petrolio. Un muro contro muro potrebbe risultare in una ‘ucrainizzazione’ dell’Europa

Nel 2006 e nel 2009, l’argomento principe di Mosca per la crisi del gas è stato quello dell’inaffidabilità dell’Ucraina come Paese di transito e come consumatore. Se nel prossimo decennio l’Europa intera diventasse inaffidabile per le forniture di gas dalla Russia, questo sarebbe un incentivo per Gazprom a riorientare le proprie esportazioni verso est, dove la crescita economica  va di pari passo con l’aumento dei consumi di energia.

L’alternativa è quella del compromesso, che l’Europa sembra voler vendere molto caro a Gazprom. Le eccezioni alle regole sono sempre possibili e questa è la linea politica e commerciale di Mosca al momento. L’argomento russo è abbastanza logico: ‘le pipeline Nord Stream e South Stream cominciano in territorio russo e arrivano direttamente ai consumatori europei attraverso rotte sottomarine, per tanto non è prevedibile realisticamente che il flusso del gas possa essere invertito o che altri operatori possano fornire gas alla sorgente’. La Commissione ha contrapposto a questo ragionamento l’indisponibilità a trattare con chi vuole imporre il fatto compiuto della fine dei cantieri di saldatura dei condotti. Una volta che le pipeline saranno tutte costruite, infatti, il costo di non-utilizzo sarebbe un duro colpo alle casse dei governi europei che le hanno finanziate.

 

 

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