mercoledì, Maggio 12

L’intesa Giappone-USA alla prova field_506ffb1d3dbe2

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US President Barack Obama (L) meets with Japanese Prime Minister Shinzo Abe (R) at the G20 Summit in St. Petersburg on September 5, 2013.- Reuters

Una grande visione comune, ma basi ideologiche e prassi operative spesso divergenti. L’Asia punta gli occhi sull’asse Tokyo-Washington, la cui alleanza si riconferma un vero e proprio contenitore di potenzialità e contraddizioni. Un sodalizio dai caratteri ambivalentialla costante ricerca di equilibri e compromessi. Un’alleanza quasi ‘obbligata’, quella tra America e Giappone, dalle radici storiche altrettanto controverse, che continua a svolgere, volente o nolente, un ruolo fondamentale nella definizione degli assetti di una delle aree attualmente più ‘calde’ dal punto di vista delle tensioni politiche (subito dopo il Medio Oriente e l’Est europeo) dello scenario internazionale.

Ne sono ben consapevoli i Governi di entrambi i Paesi, che attraverso l’incontro tra Fumio Kishida, il Ministro degli Esteri giapponese, e John Kerry, Segretario di Stato americano, avvenuto venerdì 7 febbraio presso il Dipartimento di Stato a Washington, hanno rinnovato il proprio impegno reciproco nel far evolvere in senso positivo le relazioni bilaterali, collaborando attivamente per risolvere le questioni più urgenti nell’ordine del giorno dell’agenda Giappone-USA. Sul tavolo delle discussioni, naturalmente, la situazione nel Mar Cinese Orientale e lo ‘spauracchio’ militare cinese e nordcoreano; la necessità di stabilire una strategia comune nella regione, implementando la cooperazione reciproca in materia di difesa; la questione del ricollocamento della US Marine Corps’ Futenma Air Station a Okinawa e l’avanzamento degli accordi relativi alla TPP (Trans Pacific Partnership), ancora a un punto morto.

Dal punto di vista strategico, l’aspetto più evidente dell’alleanza Giappone-USA è la ricerca del maggior grado possibile di convergenza tra le linee guida dei rispettivi programmi di Difesa Nazionale. Se infatti, come risulta chiaro dai contenuti dell’NDPG (National Defense Program Guidelines) giapponese e del QDR (Quadrennial Defense Review) statunitense, i due Paesi condividono alcuni obiettivi comuni – come il contenimento della potenza militare cinese e il rafforzamento dell’azione di deterrenza estesa nella regione dell’Asia-Pacifico – è pur vero che i rispettivi ‘modus operandi’ potrebbero non risultare sempre del tutto allineati.

A proposito della situazione nel Mar Cinese Orientale, ad esempio, è stato spesso rinfacciato a Washington di mantenere un profilo troppo ‘ambiguo’. Pur riconoscendo infatti formalmente la giurisdizione giapponese sulle isole Senkaku/Diaoyu, gli USA non hanno mai inteso assumere una posizione definitiva all’interno della disputa territoriale tra Tokyo e Pechino. La ‘risposta’ degli americani all’istituzione unilaterale di una ADIZ (Air Defense Identification Zone) da parte della Cina, lo scorso novembre, giocò d’anticipo rispetto a una potenziale reazione giapponese, che avrebbe potuto far precipitare gli eventi; consci che nel caso di un attacco di natura militare l’America sarebbe tenuta a intervenire in difesa dell’alleato nipponico, come stabilito dal Trattato di Cooperazione e Mutua Sicurezza nippo-americano. Un grattacapo in più non da poco per il Governo di Washington che, seppure ancora tra i paesi con il più alto budget militare al mondo, negli ultimi anni ha operato un drastico ridimensionamento delle spese per la difesa. Da qui il clima di diffidenza e le insistenti richieste da parte del Giappone di ‘chiarire’ la posizione dell’alleato americano nei confronti di Pechino.

È vero, d’altra parte, che il mantenimento dell’attuale stato di tensione nel Mar Cinese Orientale fornisce la possibilità al Giappone (e alla stessa Cina) di giustificare i toni perentori nel dialogo diplomatico (ormai pressoché assente) con la controparte cinese. Così come il progetto di revisione della Costituzione pacifista giapponese e una spesa nel settore militare, voluta dall’attuale Governo, ai massimi storici rispetto all’ultima decade, rientrerebbero nell’ottica dell’agognato processo di ‘normalizzazione’ del Giappone e del suo ruolo nell’ambito della sicurezza internazionale.

«Il fatto che Obama stia tagliando le spese per la difesa, che stia avendo difficoltà nel gestire gli affari interni e che la sua attenzione sembri polarizzata sul Medio Oriente sta avvalorando l’agenda di Abe» ha dichiarato all’agenzia ‘ReutersMichael J. Green, esperto di relazioni strategiche USA-Giappone del Washington’s Center for Strategic and International Studies. «Abe è filo-americano, ma sostiene anche che il Giappone debba essere dotato di maggiore autonomia».

Un Giappone militarmente più forte e autonomo rappresenta quindi un’arma a doppio taglio per Obama, stretto tra il rischio di inasprire le relazioni con il suo più importante alleato in Asia e quello di perdere ulteriore prestigio politico e militare nella regione, vedendosi sfumare così sotto agli occhi l’ambizioso progetto del ‘pivot’ asiatico. Addirittura, secondo alcuni analisti, in caso di minaccia militare, i tradizionali ruoli di ‘spada’ e di ‘scudo’, detenuti rispettivamente dagli USA e dal Giappone, potrebbero ragionevolmente invertirsi.

Non ci sono solo la politica nei confronti di Pechino e le questioni relative alla sicurezza regionale a far ‘traballare’ la tenuta della storica alleanza. Vi è l’annosa questione del ricollocamento della più grande base militare americana presente sul territorio giapponese, la già citata US Marine Corps’ Futenma a Okinawa, oggetto di aspre critiche da parte della popolazione locale, che da tempo richiede a gran voce lo smantellamento di tutte le basi statunitensi e il trasferimento del personale militare presente sull’isola, rimanendo sostanzialmente inascoltata.

Anche sul versante economico, l’accordo strategico transpacifico di cooperazione economica (uno dei pilastri del pivot asiatico di Obama), di cui il Giappone è entrato a far parte nel luglio dello scorso anno, presenta alcuni punti su cui le due parti faticano a trovare un compromesso; in particolare a causa del rifiuto da parte del Giappone nell’eliminare le tariffe doganali su alcuni prodotti agricoli di base (probabilmente su pressione delle lobby locali), procrastinando ulteriormente i negoziati, il cui termine era stato inizialmente previsto entro il 2011.

Un accenno, pacato ma diretto, anche all’escalation dei toni nazionalistici in Giappone, che sono valsi alle autorità politiche (nonché mediatiche) giapponesi più di una critica da parte degli USA. Che lo scorso anno, in seguito alla decisione del Primo Ministro giapponese Abe Shinzo di recarsi presso il controverso santuario Yasukuni, si erano definiti «delusi da un comportamento che aggraverà le tensioni con le nazioni vicine». Le visite allo Yasukuni, così come le dichiarazioni sulle ‘comfort women’, entrambe connesse al passato militarista del Giappone, secondo gli americani vanno affrontate seriamente, in quanto toccano da vicino la questione dei diritti umani; ma soprattutto perché sono in grado di minare la fondamentale alleanza tra Tokyo e Seul (tra cui è sceso il gelo diplomatico) e rendere ulteriormente problematiche le già precarie relazioni con la Cina.

La crescente assertività di Pechino nel Mar Cinese Orientale, la minaccia nucleare di Pyongyang e il ‘tarlo’ del possibile indebolimento politico e militare di Washington hanno portato il Giappone a considerare la necessità di acquisire una maggiore capacità offensiva, «modificando in maniera fondamentale la natura stessa dell’alleanza USA-Giappone», come affermato da Kyouji Yanagisawa, funzionario della sicurezza nazionale durante il primo governo Abe nel 2006-2007. Una ‘corsa al riarmo’ che si dovrebbe però scontrare con il già considerevole aumento delle spese militari, per un Paese che deve far fronte a un massiccio debito pubblico.

C’è poi Mosca. A cui il Primo Ministro Abe guarda – e viene guardato – con occhio positivo, complice l’interesse verso i gasdotti russi e la necessità di assicurarsi il favore diplomatico di uno degli attori più influenti del panorama asiatico e non solo. Un sodalizio ‘alternativo’ a quello potenzialmente instabile con Washington? Al momento tale opzione appare lontana. Sta di fatto che Tokyo e Mosca hanno recentemente sottoscritto un accordo di cooperazione militare, che non andrà però a interferire con l’alleanza tra Giappone e Stati Uniti, come sottolineato da Sergei Lavrov, Ministro degli Esteri russo. Un’alleanza, così assicurano al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che è e rimane «la pietra angolare della sicurezza e della prosperità regionale».

 

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