mercoledì, Aprile 21

L'Intelligence della politica italiana field_506ffb1d3dbe2

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Lo scorso 23 luglio il Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, Matteo Renzi, ha convocato una riunione del Cisr, il Comitato interministeriale per la Sicurezza della Repubblica. Lo scopo della riunione è stato quello di mettere insieme tutte le ‘teste’ più autorevoli che operano nell’ambito dell’Intelligence italiana (e non solo), per discutere dei problemi, degli sviluppi e dei possibili scenari connessi alle crisi internazionali attualmente in corso in diverse regioni del globo. Una riunione che ha visto coinvolti anche i ‘numeri uno’ dei cosiddetti Ministeri ‘forti’, ovvero quello degli Esteri, dell’Interno, della Difesa, della Giustizia e dello Sviluppo Economico. Sul tavolo, si legge in una nota di Palazzo Chigi, «i possibili scenari futuri della crisi russo-ucraina, la drammatica recrudescenza del conflitto israelo-palestinese, gli sviluppi sulle questioni in Siria ed Iraq, ed la perdurante precarietà del quadro di sicurezza in Libia». Senza dimenticare l’abbattimento dell’aereo malese e l’inasprimento delle relazioni Usa-Russia degli ultimi giorni, potremmo aggiungere.

Sembrerebbe che per pianificare le mosse da giocare nella partita che si sta svolgendo sullo scacchiere internazionale, Renzi si sia voluto affidare anche alle opinioni e alle conclusioni alle quali sono giunti i nostri Servizi Segreti. Un sentiero che sembra essere praticato anche dalla maggior parte dei Paesi europei (e non). A livello globale, ad esempio, basti pensare agli Stati Uniti e di come hanno posto al centro del loro flusso di informazioni lo strumento di Intelligence, senza considerare che gli Usa fanno parte (insieme a Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda) anche del ‘Five Eyes‘, vera e propria alleanza di intelligence tra Stati, nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale e che si basa sul trattato ‘United Kingdom – United States of America Agreement‘ (UKUSA), firmato dai cinque Paesi nel 1946. Bisogna dire, però, che per alcuni Paesi, negli ultimi tempi, quello dei Servizi Segreti si è dimostrato essere un campo insidioso: in Germania, ad esempio, poche settimane fa un impiegato dei Servizi Segreti tedeschi, il Bundesnachrichtendienst è stato arrestato con l’accusa di aver passato più di 200 documenti riservati proprio alla Cia.

Tornando al caso italiano, non rappresenta certo una novità, quindi, se Renzi decide a fronte di una potenziale escalation di crisi multiregionali (tutte di particolare rilievo per la posizione italiana, non solo perché stiamo presiedendo il Consiglio dell’Unione Europea), di convocare tutti i vertici e i responsabili dell’intelligence del Belpaese a consiglio. Una cosa, però, va precisata. Questo incontro del ‘board’ del Cisr (che è il secondo organizzato da questo Governo, ma il primo di questa legislatura al quale prendono parte tutti gli altri Ministri che ne fanno parte) è stato anche l’occasione per «approvare, alla luce del fabbisogno espresso dai Ministri che lo compongono» come riporta un altro comunicato del Governo, «gli indirizzi generali e gli obiettivi fondamentali da perseguire nel quadro della politica dell’informazione per la sicurezza». Il dato interessante che emerge (tra gli altri) da questa riunione è che, nello specificare la necessità multilaterale da parte di tutti i Ministeri presenti di una politica condivisa che riguardi le operazioni di intelligence, si parla (addirittura) di «fabbisogno».

Facciamo, per un attimo, un passo indietro (nel tempo). Il primo vero Servizio Segreto dello Stato italiano unitario, al quale è possibile risalire storicamente, è il Servizio Informazioni militare (Sim), che aveva tra le proprie fila anche elementi del corpo dei Carabinieri, mentre nell’immediato dopoguerra erano il Sifar e il Servizio Informazioni Difesa (Sid) ad avere le redini dell’Intelligence italiana (profondamente influenzati, però, nella loro operatività nella lotta tra le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica). Ed è proprio in questa fase che i servizi di Intelligence “italiani, quelli militari, hanno iniziato ad essere maggiormente determinanti che nel passato, dall’entrata dell’Italia nel Patto Atlantico e conseguentemente all’allineamento agli standard NATO“, come ci spiega Maria Gabriella Pasqualini, specialista di Storia dei Servizi segreti italiani, raggiunta da ‘L’Indro‘. “In molte occasioni, l’intelligence ha aiutato delle ‘vittorie’ “, ma il problema principale nel passato precedente alla fine della seconda guerra mondiale, in campo militare, fu quello di non aver sviluppato il coordinamento e l’analisi delle notizie informative ricevute. Con la conclusione della Guerra, l’Italia nel 1949 firmò il proprio ingresso (grazie all’intercessione francese con gli Alleati) nel sistema di sicurezza NATO e molte cose cambiarono, come detto, nel nostro modo di fare Intelligence, più orientati ad altri standard qualitativi e di metodologie, che comunque restarono nell’ambito di operatività di tipo militare. Dal punto di vista storico, da quel momento le “operazioni di intelligence hanno pesantemente posizionato le scelte in politica estera” prosegue la Pasqualini, che è stata anche vicepresidente del Comitato Consultivo del Capo di stato maggiore della difesa per il Servizio Militare Volontario Femminile. Bisogna, però, aggiungere che “è evidente che dipende dalla struttura decisionale di uno Stato la maggiore o minore importanza dell’intelligence nelle decisioni di politica estera: negli Stati Uniti, ad esempio, è il Presidente l’autorità che detiene il potere esecutivo, nel senso di prendere le decisioni relative, mentre in altri Stati queste decisioni si assumono attraverso la democrazia parlamentare, un sistema nel quale sono gli equilibri o le opportunità politiche a influire su queste decisioni“.

La prima, grande riforma dei Servizi Segreti del nostro Paese, è da ricercare nella legge 801 del 24 ottobre 1977, un punto di svolta che garantisce all’Italia un cambiamento “in senso moderno dei Servizi d’Informazione per la Sicurezza“. Questa riorganizzazione dei Servizi di sicurezza e della disciplina del segreto di Stato, è stata realizzata, come spiega la Pasqualini “istituendo due nuovi Servizi, il Sisde e il Sismi (in sostituzione del SID militare e del SDS, civile) e introducendo il controllo parlamentare sull’attività dei Servizi con l’attribuzione di responsabilità politica generale del settore al Presidente del Consiglio e quella di gestione ai Ministri della Difesa per il Sismi e dell’Interno per il Sisde. La legge del 1977 ha rappresentato un momento fortemente innovativo nella coscienza politica del Paese sul valore e sulla necessità dei Servizi”. Con la fine della Guerra Fredda e “la caduta del Muro di Berlino, si è avviata una nuova fase della storia mondiale che ha visto, da quel momento, gli Stati Uniti rimanere la sola grande Potenza ‘gendarme’ del mondo, con tutte le conseguenze del caso. L’avvento dell’11 settembre, poi, ha rivelato al mondo che qualcosa era successo in quei settori strategici che, fino alla fine della Seconda Guerra mondiale, erano stati considerati ‘secondari’, ovvero quelle che erano state prima colonie e poi Stati ‘vassalli’, in qualche modo, dei poteri occidentali“.

Un contesto di profondi fermenti e cambiamenti, ai quali ha cercato di dare una risposta il legislatore italiano (durante il secondo Governo Prodi) con un’ulteriore riforma del sistema di Servizi di Informazione per la Sicurezza. Con la legge 124 del 3 agosto del 2007, infatti, si crea un nuovo sistema di Informazione, in particolare ponendo i Servizi sotto un più stretto controllo del Presidente del Consiglio dei Ministri, proseguendo sulla scia già tracciata con la precedente legge del 1977. L’Intelligence italiana viene uniformata alle principali agenzie estere, caratterizzate dalla partizione non più tra servizi civili e militari, ma a una nuova divisione per competenze: si costituiscono, da un lato, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise) che si occupa dell’intelligence all’estero e, dall’altro, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi), che rappresenta il controspionaggio interno, entrambe sotto la supervisione del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis). “L’intera responsabilità politica e gestionale dei Servizi Segreti” prosegue la Pasqualini, “è passata nelle mani del Presidente del Consiglio dei Ministri, che può delegarla ad un Sottosegretario alla Presidenza, ad hoc, ferma restando sua la responsabilità generale e particolare“. Con la stessa riforma si costituisce anche il “Cisr o Comitato interministeriale per la Sicurezza della Repubblica, al quale partecipano diversi Ministri ivi compreso lo Sviluppo economico, a dimostrazione delle nuove importanti ‘frontiere’ d’interesse dei ‘Servizi Segreti’. Un successivo organo di coordinamento, di grande importanza, è il Copasir, che rappresenta la presenza della ‘democrazia’ in un settore delicato e sensibile e che risponde a un interesse nazionale diffuso: quello della stabilità e della sicurezza“.

Il «fabbisogno» che abbiamo accennato poco fa, quindi, che sembra essere (almeno in parte) soddisfatto grazie all’avvento della riforma varata nel 2007 che, però, pone l’operato dei Servizi segreti interamente sotto una guida politica. In questo ambito è interessante prendere in esame quanto scritto da Marco Minniti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle Informazioni per la Sicurezza sulle pagine della rivista della Fondazione ‘ItalianiEuropei’ (tengo a precisare che nel corso della stesura di questo articolo, abbiamo provveduto a contattare il Sottosegretario Minniti perché rilasciasse direttamente di persona questi commenti, ma ha preferito non rispondere alle nostre domande, chiedendoci di trarre le dichiarazioni di cui necessitavamo da alcuni stralci dello scritto specificato, ndr). Secondo quanto scrive Minniti, infatti, «i nostri Servizi di informazione si muovono in un quadro normativo che consente loro di avvalersi di strumenti operativi sottoposti ad autorizzazioni e controlli interni, parlamentari e giudiziari che garantiscono la tutela dei diritti, senza pregiudicare la funzionalità. Questo sistema fa dell’Italia un modello all’avanguardia» e aggiunge che «l’intelligence, per poter adempiere al suo compito di presidiare i confini di una democrazia, deve essere fortemente integrata con la democrazia stessa. Proprio per questo, le metodiche non convenzionali di cui gli organismi di informazione si avvalgono non possono che essere regolate dalla legge». Un cambiamento di rotta che si evince anche dalle rotazioni avvenute presso i vertici delle nuove agenzie, create proprio con la riforma del 2007.

E’ importante osservare, infatti, come nella tripartizione gerarchica tra Dis, Aise e Aisi, possiamo trovare (nell’ordine) ai vertici di queste agenzie un diplomatico (l’Ambasciatore Giampiero Massolo, al Dis) che coordina l’operato di un ex Sismi (Alberto Manenti, all’Aise) e di un militare di alto rango (il Generale Arturo Esposito, all’Aisi). Una situazione dalla quale traspare come sia cambiato il ‘vento’ della direzione dei Servizi Segreti italiani verso una guida più politica che militare. Tutto ciò, senza considerare un dettaglio importante: se guardiamo più da vicino il succedersi delle figure alla direzione del Dis dalla sua fondazione, troviamo che la guida dell’Ente, dal 2007 al 2008, è stata nelle mani del Generale Giuseppe Cucchi (già Segretario generale del Cesis), dal 2008 al 2012 gli succede il Prefetto Gianni de Gennaro, per poi approdare nel 2012 all’attuale Direttore, ovvero l’Ambasciatore Giampiero Massolo. Un percorso che, come è evidente, conferma la tendenza propria dello spirito della riforma stessa, che è quella di dare maggiore spazio alla politica nella gestione materiale dell’operato dei Servizi Segreti italiani.

Ma quali sono gli attuali (e più importanti) settori di impiego dei nostri ‘007’? Le notizie che appaiono in questo ultimo periodo sulle pagine estere di tutti i giornali ci danno una dimensione di quali possano essere le aree di interesse (e quindi di intervento) della diplomazia e (più in generale) della politica estera italiana. Quello che viviamo in queste ultime settimane, secondo quanto scritto da Minniti, è un «contesto estremamente dinamico e sempre più interdipendente». Basti pensare, infatti, ai «processi di cambiamento in atto in Nord Africa, ai contenziosi regionali e internazionali in Medio Oriente, ai processi di transizione che riguardano alcuni paesi arabi». In tutti questi ambiti «il compito dei servizi di informazione è quello di avere conoscenza il quadro delle minacce, così da mettere il decisore politico in condizioni di sapere con ragionevole anticipo ciò che può succedere per poter predisporre idonee contromisure». In particolare la lotta al terrorismo jihadista è ancora in cima alle priorità dei nostri Servizi Segreti, specie quando si parla di ‘foreign fighters‘: «Si tratta tanto di cittadini stranieri residenti nel Vecchio continente quanto di cittadini occidentali convertiti all’Islam radicale. Gli elementi di preoccupazione sono legati alla possibilità che questi soggetti, dopo essere entrati in contatto sul campo con gruppi qaedisti e aver acquisito specifiche capacità offensive, decidano di tornare in Occidente, Italia compresa, per attuare attacchi o creare filiere radicali».

Altro campo di utilizzo delle forze della nostra Intelligence, poi, è la ‘cyber-security‘. Il caso Datagate, per citarne uno eclatante, ha messo in luce quanto la sicurezza delle informazioni digitali presenti in Rete sia un fattore delicato e quanto questo possa influire sulla stabilità stessa di un Paese. Inoltre, secondo una stima riportata nel ‘Norton Cybercrime Report 2013‘, si contano globalmente circa 7 milioni di vittime di cyber-crimini in Italia in 12 mesi (a fronte dei 378 milioni a livello globale, praticamente 12 reati al secondo) fenomeno che pesa sulle tasche di noi italiani per 3 miliardi di dollari l’anno (a fronte di 113 miliardi complessivi per il resto del mondo). «La dimensione cyber, aggiungendosi a terra, mare, cielo e spazio», sempre secondo Minniti, «costituisce oggi il quinto dominio entro cui si muove l’umanità». In questo ambito, lo scopo di chi decide di violare la sicurezza dei nostri dati può essere, ad esempio, «l’ingresso in sistemi per carpire segreti industriali, culturali, di intelligence, fino ad arrivare ad attacchi coordinati che puntano a far collassare un sistema paese. Una possibilità tutt’altro che remota se pensiamo a quanto la tecnologia e il mondo digitale caratterizzino la vita quotidiana di una nazione». I pericoli a cui è esposta la nostra ‘cyber-sicurezza’ sono «una minaccia così diffusa e insidiosa per la sicurezza del sistema paese che richiede una risposta integrata e omogenea di tutte le componenti pubbliche competenti, in stretta sinergia con il mondo privato. Una prima fondamentale tappa è stata l’adozione da parte del governo del ‘Quadro strategico nazionale per la sicurezza dello spazio cibernetico‘ e del ‘Piano nazionale per la protezione cibernetica e la sicurezza informatica‘, che danno vita all’architettura di sicurezza cibernetica nazionale e di protezione delle infrastrutture critiche, nel cui ambito l‘intelligence è chiamata a svolgere un ruolo di primissimo piano».

 

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