domenica, Agosto 1

Lingua Italiana: Stati Generali di un bistrattato idioma All'estero è la quarta lingua più studiata. In Italia si sta perdendo il bel parlare e scrivere

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Non so chi sia stato il primo brillante ingegno che, volendo dare un che di distintivo al proprio Convegno e segnalare che i relatori erano i più autorevoli sulla piazza, l’abbia ribattezzato ‘Stati Generali’. E’ la sindrome del bianco più bianco del bianco…
Risalendo pe’ li rami della Storia, questo appellativo non ha con sé un valore evocativo positivo. Erano il pannicello caldo inventato dai Re di Francia per illudere i borghesi che era possibile esprimersi a tu per tu con i potenti del tempo, aristocratici e alto clero.
Come andò a finire, lo abbiamo studiato  -noi che c’abbiamo un’età-  in quinta elementare ed io ho sempre associato a quest’espressione un che di jellato. Ora si sono talmente ingarbugliate le cose che non saprei precisarvi a che età uno studente apprenda che ci fu un qualcosa di attinente a tale espressione, ‘Stati Generali’, intorno al XVIII secolo (sempre che qualcuno vada a dirglielo).

Cosicché, quando mi son trovata a consultare il nutrito programma degli Stati Generali della lingua italiana nel mondo, voluti dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con MIUR e MIBACT e in partenza stamattina nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio -tanto per risciacquar i panni in Arno, direbbe qualcuno-  un pensiero mi è sorto spontaneo  -come direbbe qualcun altro -: ci preoccupiamo di come la nostra lingua attragga possibili studenti nel mondo e, in casa, gettiamo la polvere sotto il tappeto e la facciamo torturare da chiunque si alzi la mattina e acceda ad un microfono radiofonico e televisivo, oppure smanetti sul computer, sentendosi padrone della lingua solo perché trova spazio? come titolai una mia intervista a Luca Serianni, meraviglioso italianista: ‘Povera e nuda vai, lingua italiana…’; per non parlare delle Istituzioni (in testa, insieme a certe Università, proprio il MIUR) che, come dice il buon Giorgio Pagano, sono responsabili di un vero e proprio ‘genocidio’ della lingua italiana.

Già l’affidare a Lucia Annunziata, mia conterranea -personaggio televisivo ma forse non assidua frequentatrice del suddetto Serianni, di Tullio De Mauro e delle loro opere -, il ruolo di presentatrice della kermesse, mi pare il sigillo simbolico dell’operazione; il non essersi, poi, minimamente preoccupati dello stato di salute della lingua dentro le mura domestiche, mi appare la testimonianza dell’amore per la facciata, piuttosto che per la sostanza.

Solo l’ascoltare, un giorno a caso, un canale a capriccio, la TV ci porta all’inferno dello sbranamento di una lingua per sua natura armoniosa e, giustamente, divenuta regina nel canto lirico, proprio per i suoi suoni piacevoli, melodiosi.
Sento accenti o vocaboli aggrediti senza che abbiano fatto nulla di male: poverini, loro, sono lì, scanditi buoni buoni dal dizionario e se ne arriva il ‘pipino’ di turno a dire ‘rùbrica’ o ‘entusiasto’… e queste sono le prime cose che mi vengono in mente.
Sul momento, sobbalzo, ma poi la mia memoria rifiuta di custodire queste perle di ignoranza… peraltro, mi risulta, raccolte anche in libri satirici di successo. Operazione replicata, anni fa, anche dal collega Guido Quaranta in Parlamento, in ‘Scusatemi, ho il paté d’animo’ -gli errori linguistici dei politici- che risale al 1993.
Oggi la situazione non è migliorata e ci sono Razzi e i suoi emuli che, in un vero e proprio spettacolo pirotecnico, incrementano questo cabaret politico.

In realtà, abbiamo ormai dimenticato che una lingua è qualcosa di vivo, da coltivare, ma anche di sacro, da amare, e, con la dissacrazione propria della confidenza, ci siamo convinti che tutto ci sia permesso.
Vogliamo divulgare l’italiano, appassionandovi gli stranieri, ma, intra muros, lo svillaneggiamo, illudendoci che non ci presenti il conto. E, invece, si arriva al redde rationem.

Uso il padre latino, consapevole che sotto sotto, raggiungere la sua stessa diffusione persino soltanto nelle terre allora conosciute è impossibile: era la guerra a condurre le legioni romane ai quattro angoli dell’orbe terracqueo conquistato a quei tempi (e anche altrove, se si crede ad alcuni ritrovamenti archeologici in America, con tanto di figurine di antichi romani in luoghi assolutamente incongrui); la pace è semplicemente l’humus per la finanza che conduce guerre clandestine altrettanto sanguinarie, tutte rigorosamente nella lingua franca dei nostri giorni, l’inglese.

Non parliamo poi, dell’altra illustre vittima, la punteggiatura che, essendo apparentemente invisibile nel parlato, quando si approda allo scritto viene passata a fil di spada, peggio che nella mitica lettera di ‘Totò, Peppino e la Malafemmina’.

Ho condiviso l’altro ieri su FB una foto della ‘Giornata ProGrammatica’ assai spassosa. Due scritte, apparentemente eguali: «Vado a mangiare nonnaVado a mangiare, nonna». E la didascalia: «Una virgola salva la vita».
Ho anche aderito al Movimento di Difesa del punto e virgola, razza in via di estinzione peggio dei koala.
E, per favore, non ricordatemi l’immane tragedia del congiuntivo, che ha nemici ad ogni angolo della strada nella comunicazione verbale italiana.
La consecutio temporum, poi, fiore all’occhiello dei licei più seri, dalle nuove generazioni potrebbe essere considerata materia per meteorologi.

Di fronte a tutto questo scatafascio, noi, bellin bellini, ci lanciamo negli Stati Generali della lingua italiana all’Estero, senza lanciare neanche uno sguardo distratto allostato generaledella lingua italiana in Italia.

Il fatto è che, nel bombardamento accerchiante delle bestialità, ci siamo quasi mitridatizzati. Magari percepiamo pure un disagio ad ascoltare lo scempio, ma, per quieto vivere o per semplificazione dell’esistenza, scegliamo la più facile via del mutismo.
Lasciamo così via libera agli audaci, coloro che riducono a brandelli la lingua italiana, i quali radicano le loro neo-regole -ricordate la neo-lingua di Orwell, citata qualche giorno fa, a Tor Vergata, dal professor Salvatore Settis?- in barba ai puristi, ai pretenziosi.

Gli inascoltati ayatollah linguistici inorridiscono dinanzi ad una terza persona singolare del presente indicativo dell’ausiliare ‘avere’ priva dell’acca: insomma ‘a’, invece di ‘ha’.

Ne ho visti, di questi colpi di mano, urca se ne ho visti… e sono certa che, replicandosi senza proteste altrui, potrebbero anche assurgere al rango di regole.

Indifferenti, giochiamo al Risiko della diffusione del nostro dolce idioma: e potrebbe anche avvenire che un giorno, uno straniero, studente di uno dei bei corsi della ‘Dante Alighieri’, in visita in Italia, Paese di cui ama tanto la lingua da volerla apprendere, apra un nostro giornale o ascolti un nostro TG e pensi che, i primi a dover imparare l’italiano sono… gli stessi italiani (o presunti tali). 

 

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