giovedì, Giugno 17

L’inferiorità della tecnica rispetto alla cultura Da scienziati a tuttologi, la realtà di oggi

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La scienza è da sempre un ramo della filosofia. La fisica, ad esempio, fino a Newton, 1650, si è chiamata Philosophia naturalis. Ma già allora andava allontanandosi dalla nobiltà della filosofia. La filosofia apparteneva alle attività umane considerate superiori, come la letteratura, la politica e la pedagogia. Da quando degli artigiani o meccanici, come si chiamavano allora, hanno rivendicato il riconoscimento del nome di scienziati – era il Rinascimento – cominciò a formarsi la contrapposizione fra scienze umanistiche e scienze naturali. E’ una contrapposizione che ci portiamo addosso ancora oggi. Nelle società moderne l’uomo di cultura è l’umanista: lo scienziato gode, sì, di notevole prestigio, perché capace di influire sull’esistenza di ciascuno, ma non come “uomo di pensiero”. C’è qui una evidente contraddizione: lo scienziato oggi, dunque, è uomo di prestigio e carisma, che,  in una società fatta di comunicazione, viene considerato personaggio da ascoltare su ogni argomento, anche su temi di cui  non si occupa, su cui può esprimere pareri di rilevanza legata solo alla sua riconosciuta capacità di ragionamento analitico, non per una sua propria originalità di pensiero. Oggi gli scienziati sono diventati  dei  “tuttologi”;  interessano non  per  quello che dicono, ma soprattutto per permettere a chi li intervista di avallare le proprie opinioni dicendo:” l’ha detto lui”. Le pubblicità sparano in continuazione frasi come: lo dice la scienza, test clinici affermano che funziona. Basta questo: come, non interessa, tanto il pubblico non può capire. Quando parlano gli scienziati non serve capire: bisogna fidarsi della loro scienza e del loro carisma. Questo è il paradosso odierno della divulgazione scientifica. E su questo paradosso giocano anche gli stessi scienziati: sono uomini anche loro, con tutti i nostri difetti. Perché dunque questa forma mentis in una società che tanto si basa sui risultati della scienza per vivere?

Purtroppo tanti sono gli esempi in cui la scienza viene messa in cattiva luce proprio dagli operatori ufficiali. E’ tipico il caso della scienza della medicina i cui operatori, i medici, hanno delle peculiarità legate un po’ alle tradizioni ed all’organizzazione sociale, per cui in continuazione vengono evidenziate incongruenze che provocano spesso scandali e negatività, nel complesso immeritati, perché all’interno della medicina operano anche tante eccellenze, accanto alle carenze.

Gli esempi che si potrebbero portare a questo proposito sono infiniti, ma mi viene bene raccontarne uno recente, che ho vissuto in prima persona. Qualche giorno prima di Natale mia moglie è stata investita da un’auto mentre attraversava la strada sulle strisce pedonali. Dopo aver atteso un’ambulanza più di mezz’ora sull’asfalto sotto la pioggia, viene portata al pronto soccorso dell’ospedale romano specializzato per i traumi da incidente (il C.T.O.) e qui, in quattro – cinque ore, le fanno una lastra alla gamba, una TAC alla testa e, diagnosticata commozione cerebrale e frattura del collo del perone, le ingessano la gamba dalla punta del piede all’inguine: un gesso del tipo Prima Guerra Mondiale, pesante una ventina di chili, quindi dimissione con appuntamento per una visita neurologica di controllo una settimana dopo. Nel complesso tutto bene, passi per la sommarietà dell’ingessatura e per l’anonimato dei dottori un po’ seccati per l’emergenza, (ma stavamo in un pronto soccorso!), bene così: l’importante era uscirne vivi. A casa ci rendiamo conto che il gesso è un po’ aperto intorno al ginocchio e molto stretto alla caviglia, mah! chi lo sa? Noi siamo ignoranti, loro sono i dottori. Sapranno quel che fanno. Rimediate stampelle e sedia a rotelle da amici, passiamo faticosamente la settimana di Natale a casa, in attesa della visita di controllo neurologica di una settimana dopo, in corrispondenza della quale contavamo anche in un controllo del gesso per farlo sistemare, dato che  così era un fardello quasi insopportabile. Giunto il giorno del controllo, era il 28 dicembre, metto mia moglie in macchina e attraverso tutta Roma per andare all’ospedale. Qui, al reparto neurologia, ci accoglie una dottoressa, neurologa, infuriata perché era sola e “noi non potevamo pretendere di essere visitati come e quando ci pareva, lei non poteva”. Le mostriamo l’appuntamento fissato dal pronto soccorso dell’ospedale: “no, lei non poteva e ce ne potevamo pure andare, come si erano permessi, quelli del pronto soccorso di darci quell’appuntamento?”. “Ma noi cosa c’entriamo?”, le chiedo. “Tornate fra 8 giorni!”, ci intima. Le faccio notare che una commozione cerebrale non è da prendere alla leggera e che se non ci visita se ne assume la responsabilità. Giunta a più miti consigli, ci dice di aspettare fuori, su una panca e se avrà tempo, (e voglia?), ci visiterà. Dopo un’oretta di attesa la dottoressa ha trovato un pertugio nella mattinata superaffollata di visite (in realtà i corridoi erano deserti, ma ci saranno stati certamente i malati del reparto). “Chiuda gli occhi metta le braccia tese in avanti. Ha dolori? No, mal di testa? No . Bene può andare”. Per avere copia della TAC fatta una settimana prima bisogna fare una prenotazione all’ufficio apposito e fra qualche tempo forse si può avere. Del gesso neanche parlarne: bisogna prendere un appuntamento, ma sono pienissimi e se ne parla fra qualche giorno, all’alba.  

Ce ne torniamo a casa con la coda fra le gambe e pensiamo: ma noi abbiamo un’assicurazione convenzionata con delle cliniche private, tra le quali ce n’è una specializzata proprio in ortopedia. Telefonata e convocazione per la mattina dopo. Ricovero in camera a due letti: uno anche per me accompagnatore, infermieri e dottori sorridenti, che salutano! Ci sembra di vivere in un altro mondo. In mattinata a tamburo battente: radiografie, TAC, ecografie e analisi per eventuali lesioni interne (all’ospedale neanche se ne era parlato), visite di neurologi e ortopedici e, nel primo pomeriggio, esaminate le analisi, viene l’ortopedico in camera e con un paio di forbicioni taglia il gesso chiedendosi per quale motivo per una frattura composta al perone sia stata fatta una ingessatura di tutta la gamba fino all’inguine, oltre tutto stretta attorno alla caviglia sana e lenta attorno alla frattura. Fornitura immediata di un tutore per il ginocchio e per la caviglia rimasta contusa dal gesso troppo stretto. La mattina dopo, con un pacco di lastre ed analisi sotto braccio e tutore montato sulla gamba, ce ne siamo tornati a casa, rigenerati e rassicurati sotto tutti i punti di vista sanitari, da medici competenti, cortesi e solleciti, certamente non più bravi di quelli dell’ospedale, non ho motivo per pensarlo, ma più motivati, più attenti e più rispettosi per i pazienti.  E senza spendere un centesimo. E’ mai possibile che ci debba essere questa enorme differenza? Siamo passati dall’esser presi a male parole da una dottoressa isterica dell’ospedale ad un trattamento quasi da S.P.A.: solo per colpa dell’organizzazione? O degli operatori che vi lavorano? Ma gli stipendi del pubblico non vengono pagati comunque dalle tasse dei cittadini-potenziali pazienti? Molti dovrebbero farsi un esame di coscienza nella classe medica!

E’ interessante a questo proposito leggere un brano tratto dalla prefazione del “De corporis humani fabrica, Basileae”, 1543, del  Vesalio, medico fiammingo famoso per i suoi studi anatomici, le cui tavole sono frequentemente riprodotte nelle sale di attesa di molti medici: un brano che illumina molti dei problemi che ancora oggi affliggono la classe medica e va letto con attenzione e stupore per la sua modernità:

“La protesta, la polemica, l’esortazione si riferiscono alla particolare situazione di un determinato ramo del sapere. La degenerazione della teoria, l’abbassamento di livello della dottrina appaiono collegati alla separazione, che si è progressivamente rafforzata, fra la tecnica e la scienza, fra il lavoro delle mani e l’elaborazione delle teorie scientifiche: dopo le invasioni barbariche tutte le scienze, che prima erano gloriosamente fiorite e praticate a dovere, andarono in rovina. A quel tempo, e prima di tutto in Italia, i dottori alla moda, imitando gli antichi romani, cominciarono a disprezzare l’opera della mano. Essi affidavano agli schiavi le cure manuali che ritenevano necessarie per i loro pazienti e personalmente si limitavano a sovraintendere … Il sistema per cucinare e, preparare gli alimenti ai malati fu lasciato agli infermieri, il dosaggio dei farmachi ai farmacisti, le operazioni manuali ai barbieri. Così, con l’andare del tempo … certi dottori, proclamandosi medici, si sono arrogati personalmente la prescrizione dei farmachi e delle diete per oscure malattie e hanno abbandonato il resto della medicina a coloro che essi chiamano chirurghi e considerano appena come schiavi. Hanno purtroppo in tal modo allontanato da sé la più importante e più antica branca dell’arte medica, quella che (ammesso che veramente se ne dia un’altra) si basa soprattutto sulla investigazione della natura … Quando tutto il procedimento dell’operazione manuale fu affidato ai barbieri, i dottori non soltanto persero ben presto la vera conoscenza delle viscere, ma ben presto finì anche la pratica anatomica. Ciò dipese senza dubbio dal fatto che i dottori non si arrischiavano ad operare, mentre quelli cui era affidato quest’incarico erano troppo ignoranti per leggere gli scritti dei maestri di anatomia … E’ così accaduto che questa deplorevole divisione dell’arte medica ha introdotto nelle nostre scuole l’odioso sistema ora in voga, per cui uno esegue il sezionamento del corpo umano e l’altro ne descrive le parti. Quest’ultimo è appollaiato su un alto pulpito come una cornacchia e, con fare molto sdegnoso, ripete fino alla monotonia notizie su fatti che egli non ha osservato direttamente, ma che ha appreso a memoria da libri di altri o dei quali tiene una descrizione davanti agli occhi. Il sezionatore, ignorando l’arte del parlare, non è in grado di spiegare il sezionamento agli allievi e arrangia malamente la dimostrazione che dovrebbe seguire alle spiegazioni del medico, mentre il medico non mette mai mano al lavoro, ma guida sdegnosamente il vascello con l’ aiuto del manuale e parla. Così ogni cosa viene insegnata male, i giorni vengono sciupati in questioni assurde, e si insegna confusamente agli allievi meno di quanto un macellaio, dal suo bancone potrebbe insegnare al dottore”. Naturalmente senza offesa per i macellai, beneamata categoria di onesti lavoratori manuali, ma sono parole del Vesalio.

E’ un fatto che nei tempi antichi gli scienziati erano soprattutto i medici o dottori e di solito erano anche sacerdoti, così se quel che dicevano non sembrava vero potevano sempre dire che l’aveva detto un  dio, e nessuno si azzardava più a contestarli. Sia i medici che i sacerdoti si portano dietro questa mentalità ancora oggi, tanto che molti medici si sentono dei santoni o degli stregoni e millantano un credito senza averne  i titoli culturali e così facendo rovinano tutta la categoria.

Invece fa piacere quando ci si imbatte in medici competenti e seri, che vanno subito al cuore del problema e lo sanno ridurre ai termini essenziali per risolverlo: insomma si comportano da onesti uomini di scienza. Certo, la medicina non è una scienza esatta, e andrebbe condita con un’umanità che è ormai divenuta merce rara, di questi tempi: eppure è proprio il rapporto di fiducia che innesca i meccanismi “placebo” che aiutano il malato a trovare anche dentro di sé le risorse per aiutare la natura a superare i problemi, quelli almeno che con il tempo si risolvono da soli. Non ricordo più chi ha detto che “il ruolo del medico è quello di intrattenere il malato mentre la natura lo guarisce”. Sembra paradossale, ma spesso è proprio così. E allora i medici si mettono a fare i “traduttori”.

I traduttori? Cosa vuol dire? Che differenza c’è tra una diagnosi e una traduzione? La diagnosi in teoria significa individuazione della malattia e quindi scelta della cura giusta. In teoria; in pratica, invece, spesso non è così: si va dal dottore, si raccontano i sintomi e si fa l’anamnesi (dato che non ci sono più i medici di famiglia che l’anamnesi la sanno già). A questo punto il dottore, non sapendo che fare, ripete (“traduce” appunto) quello che gli ha detto il paziente, usando dei paroloni che spesso, agli occhi del paziente sofferente e ignorante, fanno un grande effetto (ricordate il “latinorum” dell’Azzeccagarbugli manzoniano?).

E allora succede: “Dottore, dottore! Ho un mal di testa che mi tormenta da giorni!”.  E il dottore: “Cefalea nevralgica”.  Oppure: “Dottore, Dottore! Dopo mangiato, mi viene un mal di pancia, da strillare!”  “Visceralgia essenziale: adotti una dieta ipocalorica e, dopo mangiato si faccia una bella passeggiatina di venti minuti, ma lentamente, senza stancarsi. Vedrà che, se la fa diventare un’abitudine questa algìa addominale le passa” (la Scuola Salernitana ha ancora da insegnare tante cose: “ post prandium stabis, post coenam, lento pede, deambulabis”). E il paziente se ne va via soddisfatto e impressionato dalla bravura e dalla prontezza del dottore, il quale è gratificato, quasi stupito, che ci voglia così poco per conquistarsi  questo rispetto, tanto da convincersi che non è più necessario studiare e approfondire, cioè fare l’uomo di scienza, il medico. E allora, dico io, tanto vale andare dal pizzicagnolo! Senza offesa , per il pizzicagnolo naturalmente, che raccoglie tutte le confidenze delle signore che vanno a fare la spesa ed ha a disposizione un campionario di casi quasi infinito (la sig.ra Gina:”Caro Giovanni, sto così male!”, “Signora, ha provato le pillole xxxx? Alla signora Cecioni hanno fatto tanto bene!”).

In fin dei conti i dottori così facendo fanno più danno a sé stessi, e alla categoria, che ai pazienti e così arricchiscono i millantatori imbroglioni che con chili di sale, o semplice acqua, aghi, erbe, manipolazioni per lo più raffazzonate, approfittano del fatto che molte delle affezioni dei pazienti passano comunque da sole. Ed è meglio così, perché almeno si evitano gli effetti collaterali delle medicine, che spesso sono peggio della malattia. Naturalmente questo scenario è volutamente paradossale e forzato.

Invece tutti conosciamo anche medici seri e coscienziosi, studiosi, attenti e non vanagloriosi, e ci sono tante malattie che, purtroppo, non guariscono da sole e hanno veramente bisogno delle cure. Ecco, sono questi i dottori di cui bisogna avere fiducia, e che si distinguono dai pizzicagnoli o dai macellai. E meno male che ci sono! 

 

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