mercoledì, dicembre 19

L’ industria bellica è in continua crescita Il SIPRI, Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, ha pubblicato i dati relativi alla vendita di armi da parte dei 100 maggiori produttori di materiale bellico a livello mondiale

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Quasi tutti i settori dell’economia mondiale sono attraversati dalla crisi finanziaria, tutti meno che uno: la produzione ed il commercio delle armi. Secondo l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI), nel 2016 le maggiori società di servizi militari e di produzione di armi del mondo, hanno totalizzato ben 374,8 miliardi di dollari nella vendita dei loro prodotti.  La banca dati SIPRI sulle industrie armate, creata nel 1989, contiene dati finanziari e occupazionali su società produttrici di armi in tutto il mondo.

Dal 1990, la SIPRI pubblica in un annuario i dati relativi alla vendita di armi da parte dei maggiori 100 produttori mondiali di materiale bellico. I dati relativi al 2016 mostrano un aumento delle vendite del 1.9 per cento rispetto al 2015, e un aumento del 38 per cento rispetto al 2002. Il 2016 è stato registrato come il primo anno di crescita in termini di produzione bellica, dopo gli ultimi 5 anni conseguitivi nei quali si è visto un regresso del settore. Guardando alle spese militari dei singoli Stati, troviamo al primo posto gli USA, che registrano però un lieve calo, seguiti da Cina, Arabia Saudita e Russia, tutti e tre in costante crescita.

Con un totale di 217,2 miliardi di dollari, le vendite di armi delle società statunitensi quotate nella SIPRI Top 100 sono cresciute del 4,0% nel 2016. Una crescita dovuta principalmente alle operazioni militari statunitensi oltreoceano. Le vendite di armi da parte di Lockheed Martin, il maggior produttore mondiale di armi negli Stati Uniti, sono aumentate del 10,7 per cento nel 2016, il che è stato determinante per far si che nella top 100 stilata da SIPRI, gli Stati Uniti registrassero un aumento delle vendite totali del 57,9 per cento rispetto all’anno precedente. Alcune di queste società americane hanno aumentato le loro vendite attraverso l’acquisizione di servizi militari. È il caso, ad esempio, di Leidos che nel 2016 ha acquisito le attività di information technology e servizi tecnici di Lockheed Martin.

In Europa occidentale le vendite di armi da parte delle aziende rimangono stabili, e hanno fatturato nel 2016 un totale di 91.6 miliardi di dollari, con aumento dello 0,2 per cento rispetto al 2015. Tuttavia, le tendenze per le vendite di armi nei maggiori paesi produttori di materiale bellico, vale a dire il Regno Unito, la Francia, l’Italia e la Germania , mostrano chiare divergenze. Sempre in relazione ai dati del SIPRI, l’ Italia si colloca al dodicesimo posto e vede diminuire la sua spesa militare. Questo dato è stato messo in discussione dalla Rete per il disarmo, in quanto secondo quest’ultima, il SIPRI nel formulare la top 100, non avrebbe conteggiato delle voci che nel bilancio statale sono ripartite differentemente.

L’Osservatorio Milex ha effettuato un’indagine sulle spese italiane relative al materiale bellico, dalla quale risulta che l’Italia per il 2017 ha destinato 23.3 miliardi di euro alle spese militari, che corrispondono a 64 milioni di euro al giorno. Per quanto riguarda le esportazioni, la relazione annuale del Governo sull’export mostra che si è registrato un aumento del 220 per cento delle autorizzazioni alle esportazioni di materiale bellico nel 2015 rispetto al 2014. È un trend in crescita, e i principali clienti delle industrie belliche italiane sono Emirati Arabi, India e Turchia.

Se si considera il quadro complessivo, vi sono state diminuzioni delle vendite di armi delle società transeuropee, francesi e italiane, mentre le industrie nel Regno Unito e in Germania hanno registrato degli aumenti. «Il 6,6% in Germania delle vendite di armi per il 2016 è dovuto principalmente alla crescita delle vendite del produttore di veicoli corazzati Krauss-Maffei Wegmann (12,8%) e del produttore di sistemi terrestri Rheinmetall (13,3%),» afferma il ricercatore senior Pieter Wezeman del SIPRI . «Entrambe le società hanno beneficiato della domanda di armi in Europa, Medio Oriente e Asia sud-orientale».

La decisione del Regno Unito di recedere dall’Unione europea non sembra aver avuto un impatto sulle vendite di armi delle società britanniche, aumentate del 2,0% nel 2016. Le vendite di BAE Systems, il quarto più grande produttore di armi a livello mondiale, sono rimaste quasi stabili, registrando un piccolo aumento dello 0,4 per cento. La più alta crescita delle vendite di armi da parte di una società britannica, circa il 43,2%, è stata registrata da GKN, un produttore di componenti aerospaziali. Per quanto riguarda la Russia invece, la Top 100 del SIPRI mostra un aumento della vendita di armi del 3,8%, raggiungendo 26,6 miliardi di dollari nel 2016. Le società russe hanno rappresentato il 7,1% della produzione totale.

Siemon Wezeman, ricercatore senior del SIPRI afferma: «Le maggiori difficoltà economiche incontrate dalla Russia nel 2016 hanno contribuito a rallentare il ritmo di aumento delle vendite di armi delle società russe». Effettivamente, le vendite di armi russe sono aumentate, ma è rallentato il ritmo di crescita. Di 10 società russe quotate nella SIPRI Top 100, cinque società hanno registrato una crescita delle vendite, mentre le altre cinque hanno registrato una diminuzione. La compagnia russa più quotata nella top 100 della SIPRI per il 2016 è la United Aircraft Corporation, che si piazza al 13 ° posto. Le sue vendite di armi sono cresciute del 15,6% rispetto al 2015 grazie all’aumento delle produzioni destinate alle forze armate russe e all’aumento delle esportazioni.

Il SIPRI ha anche una categoria denominata ‘produttori emergenti’ e la Corea del Sud risulta al primo posto nella categoria per la vendita di armi. La categoria ‘produttori emergenti’ comprende società con sede in Brasile, India, Corea del Sud e Turchia. La caratteristica di questa categoria per il 2016 è l’aumento complessivo del 20,6% delle vendite di armi delle società sudcoreane, con un fatturato totale di 8,4 miliardi. «Le continue e crescenti percezioni delle minacce militari, portano il sud Corea ad acquistare sempre maggiore attrezzatura bellica e il Paese si rivolge sempre più alla propria industria di armi per soddisfare la richiesta», afferma Siemon Wezeman. «Allo stesso tempo, la Corea del Sud punta a realizzare il suo obiettivo di diventare un importante esportatore di armi».

In Giappone, invece, si è registrato un calo delle vendite di armi, e questa situazione determina la diminuzione delle vendite complessive della categoria ‘produttori consolidati’. La categoria ‘altri produttori consolidati’ di SIPRI comprende società con sede in Australia, Israele, Giappone, Polonia, Singapore e Ucraina. Le vendite totali di armamenti delle società in questi Paesi, infatti, sono diminuite dell’1,2 per cento nel 2016, principalmente a causa di un calo complessivo, circa del 6,4%, delle vendite di armi delle società giapponesi. Le maggiori società di armi del Giappone hanno registrato forti cali nel 2016: le vendite di armi di Mitsubishi Heavy Industries sono diminuite del 4,8%, mentre quelle di Kawasaki Heavy Industries e Mitsubishi Electric Corporation sono diminuite rispettivamente del 16,3 e del 29,2%.

A livello globale si parla di circa 1.676 miliardi di dollari, che rappresentano il 2,3% dell’intero prodotto interno lordo mondiale, stanziati esclusivamente per la spesa degli armamenti.

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