venerdì, Maggio 7

L'Indonesia, vittima o mediatrice? field_506ffb1d3dbe2

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Come gli indonesiani imparano ancora sui banchi di scuola, nel 1292 Kublai Khan inviò una spedizione punitiva a Giava. Un emissario dell’Impero Mongolo, inviato sull’isola per ottenere il pagamento del tributo alla dinastia Yuan, aveva fatto ritorno nel Regno di Mezzo con il volto mutilato. La flotta di mille imbarcazione e oltre 20mila soldati salpata dal sud della Cina per vendicarlo fu coraggiosamente respinta. La sconfitta cinese sancì l’ascesa di Majapahit, l’Impero su cui poggia l’Indonesia di oggi.

Nonostante i trascorsi tormentati, l’Indonesia è stato il primo Paese del Sud-est asiatico a stringere relazioni diplomatiche con la Cina nel 1950. Ma l’ombra dello zampino cinese nel fallito colpo di Stato ordito dai comunisti indonesiani nel 1965 fece precipitare nuovamente i rapporti tra le due nazioni asiatiche. Ordine Nuovo, il regime autoritario nato dal golpe, fece dell’anticomunismo la propria bandiera agitando il fantasma di una pericolosa intesa tra il Partito comunista indonesiano (Pki) e la minoranza cinese presente nell’arcipelago, politicamente irrilevante ma economicamente molto potente. Le relazioni bilaterali furono riannodate nell’agosto 1990, nonostante il perdurare di reciproche diffidenze.

Come fa notare su ‘Orizzonte Cina Rai Ervandi, research associate per il programma T. wai- Torino World Affairs Institute, la normalizzazione dei rapporti è stata faticosamente raggiunta con lo scopo ultimo di sfruttare la complementarità dei due Paesi. L’Indonesia, prima economia del Sud-est asiatico e quarto Paese più popoloso al mondo, si rivela cruciale per la Cina considerate le dimensioni del suo mercato interno, le sue risorse naturali e la posizione strategica che la vede dominare le principali vie d’accesso per le importazioni cinesi di idrocarburi. Per l’Indonesia, di contro, la Cina costituisce prima di tutto una ghiotta opportunità economica alla luce dell‘Accordo di libero scambio Cina-Asean grazie al quale i rapporti commerciali tra le due Nazioni asiatiche sono schizzati dai 28,3 miliardi di dollari del 2009 ai 42,7 miliardi del 2010, fino ad arrivare ai 50,9 miliardi del 2013, anno in cui -secondo ‘Bloomberg’– Pechino è diventato il primo partner commerciale di Jakarta superando Giappone, Singapore e Stati Uniti. In secundis, rappresenta una leva per accrescere il proprio spazio internazionale e il proprio prestigio forte di un valore aggiunto più unico che raro nel quadrante regionale: il fatto di essere -assieme a Singapore- l’unico attore dell’Asia-Pacifico a non avere ufficialmente dispute territoriali in corso con la Repubblica popolare.

Al contempo, pur non essendo coperta da alcun trattato di sicurezza con gli Stati Uniti, Jakarta è legata a Washington da duraturi rapporti che risalgono alla partecipazione del Governo indonesiano nella lotta contro il comunismo all’epoca della Guerra Fredda. Come spiega Noam Chomsky in ‘L’Indonesia, carta vincente del gioco Usa, «Dopo la seconda guerra mondiale, l’Indonesia aveva svolto un ruolo importante per gli Stati Uniti, impegnati nella costruzione di un nuovo ordine planetario. A ogni regione era stato assegnato un compito specifico; quello del Sud-est asiatico era di procurare alle società industriali risorse e materie prime. L’Indonesia era una delle poste in gioco più importanti. Nel 1948 George Kennan, lo stratega che ‘inventò’ la dottrina del contenimento, vedeva ‘nel problema indonesiano (…) la questione più importante del momento nella lotta contro il Cremlino’. Fu per questo che Washington appoggiò l’insediamento al potere del Generale Suharto grazie al quale il Pki fu liquidato in «una delle peggiori stragi del XX secolo», come ammesso dalla stessa Cia. Poi, raggiunto lo scopo primario, Suharto fu tolto di mezzo come capitato a Mobutu Sese Seko, Saddam Hussein, Ferdinando Marcos, Anastasio Somoza e altre pedine manipolate e poi depennate dagli Stati Uniti con l’intento conclamato di «promuovere la transizione democratica». 

Compiuto il giro di boa del nuovo ‘secolo asiatico’ (o ‘del Pacifico’, come l”ha definito Obama), la terza democrazia più grande del pianeta ricopre un ruolo strategico per il nuovo ‘Pivot to Asia’ americano. Al di là dei più immediati motivi di sicurezza (l’Indonesia è il Paese più popoloso a maggioranza musulmana del mondo), economici (affaccia sullo Stretto di Malacca, la via marittima più breve per i commerci tra Golfo Persico e mercati asiatici), l’Indonesia ricopre un ruolo chiave nel pacificare le controversie marittime nell’Asia-Pacifico. Nel 2005 il Governo Bush ha sospeso l’embargo sulla vendita di armi a Jakarta; lo stesso anno il Congresso approvò 6 milioni di dollari in prestiti per armamenti ed equipaggiamento militare, oltre ad offrire supporto per la formazione del personale di sicurezza locale, nonostante le perplessità sollevate da Amnesty International riguardo le violazioni dei diritti umani di cui si erano macchiate le forze armate indonesiane, dalle purghe anticomuniste all’invasione di Timor east post-referendum indipendentista. Ciononostante, nel 2012 l’assistenza fornita da Washington nell’ambito del FMS (Foreign and Military Agreement) ha raggiunto i 700 milioni di dollari, mentre la percezione positiva riscossa dal Governo Obama nel Paese insulare è direttamente proporzionale al raffreddamento dei rapporti tra Jakarta e Pechino.

Come si diceva, per il momento, l’Indonesia ha mantenuto una posizione sostanzialmente neutrale nelle dispute tra Cina e vicini regionali per la sovranità di alcune isole nel Mar Cinese Meridionale di cui Pechino rivendica circa il 90% delle acque. Mentre negli ultimi mesi la situazione con Filippine e Vietnam ha raggiunto nuovi livelli di criticità, Jakarta si è continuata a professare mediatrice delle dispute spingendo per l’assunzione di un Codice di condotta marittimo (COC) e rigettando l’ipotesi di una risoluzione dei diverbi attraverso mezzi militari. Un paio di incognite, tuttavia, lasciano spazio a possibili slittamenti di posizione: 1) il rimpasto al vertice che vedrà a ottobre Joko Widodo (noto come Jokowi) assumere ufficialmente la presidenza dell’Indonesia 2) lo sviluppo civile e militare dell’arcipelago Natuna. Questioni che sebbene non hanno ancora suscitato reazioni ufficiali da parte di Pechino, hanno, tuttavia, già messo in moto la sua grancassa mediatica. Appena alcuni giorni fa il ‘Global Times’, quotidiano di punta della politica estera cinese, si è prodotto con un editoriale dal titolo eloquente: ‘Jakarta deve mantenersi neutrale nel Mar Cinese Meridionale’. Un consiglio che suona come una minaccia.

Dal 2002, l‘Asean sta facendo pressioni per l’adozione del COC, un insieme di regole giuridicamente vincolanti mirate a sgonfiare la tensione tra i membri del blocco. Una soluzione verso la quale la Cina si è detta ben disposta, pur continuando a utilizzare toni rodomonteschi nei confronti degli altri attori regionali e ostinandosi a proporre una gestione esclusivamente bilaterale delle controversie con gli Stati direttamente coinvolti. Sotto il leader uscente Susilo Bambang Yudhoyono, l’Indonesia, è stata principale promotrice del COC e ha perseguito una linea neutrale riassunta nel motto «mille amici, zero nemici». Ci si chiede se Widodo si dimostrerà altrettanto accomodante davanti alla politica muscolare di Pechino. A parole, il Presidente in pectore ha confermato l’impegno del suo Paese a «giocare un ruolo di mediatore» e ha sottolineato che «i problemi la Cina non ce li ha con l’Indonesia, ce li ha con alcuni membri Asean». Allo stesso tempo, la necessità di accumulare consensi all’alba del suo mandato potrebbe spingerlo ad adottare l’arma del nazionalismo. Sopratutto per azzittire le critiche dell’ex Generale e suo principale rivale Prabowo Subianto, per il quale Widodo -uomo d’affari self-made a digiuno di politichese- non sarà certamente in grado di proteggere la sovranità del Paese difronte alla crescente aggressività del Dragone. «Non pensare che non sarò abbastanza risoluto», è stata la risposta di Jokowi sviluppata il 21 luglio in una dichiarazione più puntuta: «Facciamo parte dell’Asean e se l’Asean deciderà che dobbiamo partecipare al problema, allora parteciperemo».

Jakarta si trova nella posizione scomoda di dover difendere i propri interessi e quelli dei membri del blocco, stando attenta a non inimicarsi il potente partner commerciale. Lo scorso ottobre, a Bali, il Presidente cinese Xi Jinping ha annunciato il progetto per l’Asian Infrastructure Investment Bank, istituto pensato per appagare la necessità di infrastrutture della regione; un punto, quest’ultimo, sul quale Widodo ha battuto molto durante la sua campagna elettorale. Ma il moltiplicarsi delle frizioni sta rendendo la posizione di Jakarta sempre più scomoda. Nel 2010, l’Indonesia si è opposta alle mire espansionistiche cinesi definendo «illegale» la ‘linea dei nove tratti‘ che delinea le ambizioni marittime cinesi arrivando a lambire Singapore. Due anni più tardi, Pechino ha emesso nuovi passaporti con su la mappa della Repubblica popolare intesa nella sua versione più ampia e contestata dai vicini rivieraschi. Qui la ‘linea dei nove tratti’ arriva a inglobare la zona economica esclusiva indonesiana che Jakarta fa partire dalle Natuna. Un’area particolarmente sensibile dove la compagnia di Stato indonesiana PT Pertamina e i suoi partner sono alle prese con lo sviluppo del giacimento di gas East Natuna (riserve stimate: 57 trilioni di piedi cubi di gas). Formalmente le isole sono riconosciute da ambo i Paesi come parte della provincia indonesiana di Riu, ma negli ultimi tempi la situazione sembra aver assunto una piega inusuale. Contravvenendo alla tradizionale politica del ‘facciamoci gli affari nostri’, lo scorso aprile il Capo delle forze armate indonesiane Moeldoko ha ufficialmente accusato Pechino di aver incluso porzioni dell’arcipelago nei suoi confini nazionali così come appaiono rappresentati nella mappa della discordia.

Dal 1949, Jakarta è alle prese con un’opera d’ampliamento della base aerea di Ranai, la capitale del distretto di Natuna. La città si è espansa attorno allo scalo che in futuro dovrebbe prevedere anche un terminal per i voli civili nella speranza di attrarre turisti e investimenti. Un piano modesto se rapportato ai lavori per la base navale di Bintulu intrapresi dalla Malaysia in prossimità del James Shoal, lo scoglio sommerso a 80 chilometri dall’isola malesiana Sarawak rivendicato da Repubblica popolare, Malaysia e Taiwan.  

Chi sembra accusare di più la prepotenza cinese sono gli abitanti di Ranai. Da quando i pescherecci battenti bandiera rossa a cinque stelle hanno cominciato ad operare in prossimità delle Natuna le riserve locali di pesce sono precipitate. «Prima del 2010 potevamo prendere fino a 100 chili di pesci al giorno. Ora servono tre giorni per tirare su lo stesso quantitativo», ha spiegato alla Reuters’ un pescatore locale. Nel mese di luglio The National Interest’ descriveva nel dettagliato la nuova strategia adottata da Pechino nel Mar Cinese Meridionale di cui protagonisti non sono navi da guerra, bensì pescherecci muniti di sistemi di navigazione satellitare direttamente collegati con la guardia costiera cinese. Da settembre 2013 sarebbero oltre 50mila le imbarcazioni equipaggiate con questo nuovo strumento (largamente finanziato dal Governo) che permette di chiamare rinforzi in caso di maltempo o al sopraggiungere di problemi in acque contese. Addirittura testimonianze raccolte dalla ‘Reuters’ parlano della promessa di incentivi economici da parte delle autorità cinesi per incoraggiare la pesca in prossimità delle isole rivendicate da Pechino.

Mentre lungo la costa di Natuna un cimitero di relitti marini vanta un cospicuo numero di imbarcazioni vietnamite confiscate dalla autorità indonesiane con l’accusa di pesca illegale, le attività cinesi vengono tollerate anche quando si spingono oltre i limiti consentiti dalla legge. Un po’ per non offuscare le relazioni con Pechino, un po’ per non finire vittima di ritorsioni; come documentano alcuni casi recenti, pescatori cinesi in stato di fermo vengono spesso liberati sotto le pressioni della marina cinese. La maggior parte delle volte Jakarta sminuisce la portata di questo genere di episodi semplicemente per non turbare lo status quo. Ma come fa notare Scott Bentley su ‘The Strategist’, molti degli incidenti marittimi verificatisi lungo la ‘linea dei nove tratti’ sono avvenuti proprio a largo delle Natuna, entro la zona economica esclusiva dell’Indonesia. E nonostante siano stati poco pubblicizzati «sono stati tra i più gravi avvenuti nel Mar Cinese Meridionale, con minacce dirette di violenza e rischio di escalation».

 

 

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