mercoledì, Ottobre 27

L'India e le necessità del ministero della Difesa

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Modi

Come ogni governo di centrodestra, anche quello di Narendra Modi in India si confronta inevitabilmente con i due grandi problemi della difesa e dello sviluppo. Entrambi i temi sono particolarmente cari al partito di governo, il Bharatiya Janata Party (BJP), ma il problema complesso e delicato in un Paese in via di sviluppo come l’India, a maggior ragione in un momento in cui le condizioni finanziare globali non sono al meglio, è trovare le risorse per una difesa forte. L’India ha bisogno di sviluppo economico in tempi brevi, ma è altrettanto imperativo che le forze armate siano oggi più forti che mai, per affrontare le migliaia di sfide poste dalla regione ad alta volatilità compresa tra Australia e Sudafrica da una parte, Giappone e Israele dall’altra. Questa vasta regione, segnata dal terrorismo, da ambizioni egemoniche e dall’estremismo religioso, deve trovare pace e stabilità, se l’India vuole promuovere e consolidare i propri interessi nazionali. Non può esserci dubbio che, in un’ottica di lungo periodo, la difesa e lo sviluppo di un Paese siano le due facce della stessa medaglia. L’India non può essere una grande potenza economica se la sua sicurezza non è salda abbastanza. Le economie più sviluppate, come il Giappone o quelle dell’Europa dell’Ovest, non sono grandi potenze militari, ma il loro sviluppo dopo la Seconda Guerra Mondiale ha dipeso interamente dall’ombrello di sicurezza offerto loro dagli Stati Uniti. L’India, fierissima (e con buona ragione) della propria indipendenza strategica, non gode del lusso di una protezione esterna.

È rincuorante, data questa situazione di partenza, che di recente il Consiglio per le Acquisizioni della Difesa (Defense Acquisition Councli, o DAC) del ministero della Difesa (MD), sotto la guida del ministro Arun Jaitely, abbia autorizzato acquisti per 80.000 crore di Rupie (circa 1.400 milioni di dollari), compresi sei sottomarini del valore di 50.000 crore. Il DAC ha approvato l’acquisto da Israele di 8.356 missili guidati anticarro e 321 lanciamissili, per un valore di 670 milioni di dollari. Il governo Modi aveva precedentemente autorizzato anche l’acquisizione di elicotteri Chinook e Apache dall’americana Bell, con un contratto da 2,5 miliardi di dollari. Ci sono forti indizi che, entro la fine di quest’anno, il governo firmerà un ulteriore accordo con la francese Dassault per la fornitura di 126 caccia Rafale all’aeronautica. Le stime per l’accordo parlano di un valore di 20 miliardi di dollari.

L’altro aspetto della strategia di acquisizioni per la difesa del governo Modi punta a sviluppare equipaggiamenti militari in casa, come parte della più ampia strategia “Make in India”. La decisione di costruire i summenzionati sei sottomarini in India rompe drasticamente con la precedente politica di acquisti esterni.

Il punto è che il governo Modi, a differenza del precedente regime dell’Alleanza Progressista Unita (APU), sembra avere a cuore gli interessi ed obiettivi di lungo termine delle forze armate. Se non altro, dà loro ascolto quando si tratta di decidere strategie e tattiche militari per fare fronte alle provocazioni del Pakistan (le sparatorie attraverso i confini nazionali) e della Cina (le intrusioni nei territori controllati dall’India). Anche per quanto riguarda l’acquisizione di armamenti, il governo Modi ha fatto della riunione del DAC un appuntamento mensile. Sotto il regime della APU, al contrario, i meeting del DAC erano molto irregolari, una volta ogni svariati mesi.

Il DAC, istituito nel 2001 come parte delle riforme alla difesa successive alla guerra del Kargil, è diretto dal ministro della Difesa e comprende il segretario alla Difesa, il capo dell’Organizzazione per la Ricerca e Sviluppo della Difesa e soprattutto i capi di tutti e tre i servizi, vale a dire gli utilizzatori finali delle armi acquistate.

Ironicamente, fino a due settimane fa il governo Modi non aveva un ministro della Difesa in carica, e il ministro delle Finanze Jaitley reggeva la doppia carica ad interim. Per quanto temporaneo, le forze armate hanno trovato in lui qualche conforto. Se la storia recente insegna qualcosa, il ministero delle finanze (MF) gioca di solito un ruolo di disturbo nel processo di acquisizione del MD. IL MF, dotato di una propria ala di difesa, ha l’autorità per far naufragare i piani di acquisizione per motivi di economizzazione della spesa. Il problema non si pone, però, fintanto che il ministro delle Finanze è anche ministro della Difesa. Naturalmente questo non è un fenomeno nuovo. Durante il precedente regime della National Democratic Alliance (NDA), guidato dal primo ministro Atal Behari Vajpayee, Jaswant Singh è stato ministro sia della Difesa sia delle Finanze; egli stesso ha dichiarato che questa caratteristica, per quanto temporanea, è stata di gran beneficio per il MD. Coincidentalmente, sia Vajpayee sia Modi fanno parte del BJP.

Come è risaputo, uno dei principali problemi delle forze armate indiane è che, nonostante rispettino e si inchinino alla caratteristica fondamentale della nostra democrazia (la supremazia della politica su di esse), sono i burocrati più che i politici a dominare e comandare l’esercito. Ciò si deve al fatto che i politici indiani hanno ben poco interesse e ben poche conoscenze in campo militare. Anche nella burocrazia ci sono pochissimi specialisti di questioni militari, se si escludono rare eccezioni quali K. Subrahmanyam (con cui ho avuto la fortuna di lavorare presso un quotidiano di punta dopo il suo pensionamento) e P. R. Chari. In altre parole, i “generalisti” nel MD e nel MF hanno sempre preservato la propria posizione di vantaggio sulle “intromissioni” delle forze armate. Come conseguenza, l’India rimane uno dei pochi grandi Paesi in cui i quartieri generali dei tre servizi non sono ufficialmente integrati nel governo, ma rimangono uffici “subordinati” o “allegati”.

Modi parla di “buona governance”, e le forze armate indiane ne hanno bisogno come mai prima. Il Paese necessita con urgenza, da molto tempo ormai, di riforme di alto livello. Le forze armate hanno sì bisogno di un primo ministro che simpatizzi con loro, ma anche di un ministro delle Finanze ed uno della Difesa capaci di empatia. Potrebbero aver trovato un ministro della Difesa dotato di tali caratteristiche in Manohar Parrikar, chiamato a unirsi alla squadra di governo lasciando l’incarico precedente come ministro capo della provincia di Goa. Parrikar, ingegnere, si è fatto un buon nome per la sua efficienza: le forze armate ripongono in lui molte speranze.

Traduzione a cura di Elena Gallina

 

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