sabato, Luglio 24

L'India attende le riforme di Modi Dopo un anno di Governo il Premier deve ancora confermare la sua fama di 'riformatore'

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Nel 2014 il popolo indiano ha scelto di affidarsi alla guida di Damodardas Modi Narendra in virtù della sua promessa di garantire al Paese crescita e sviluppo. A un anno di distanza dalla sua ascesa a Premier, qual è la situazione attuale dell’India? Cosa è cambiato rispetto al suo predecessore, Manmohan Singh, e quali prospettive ha oggi la Nazione che si considera ‘la più grande democrazia del mondo’?

 

Il primo anno di Modi

Il neo-Premier si era presentato alle elezioni portando in dote i brillanti risultati conseguiti in qualità di Governatore del Gujarat, suo Stato d’origine, divenuto sotto il suo Esecutivo un modello di rilancio economico molto apprezzato anche fuori dai confini indiani. Durante la campagna elettorale ha sbaragliato la concorrenza usando in modo a dir poco geniale Twitter, Facebook, le televisioni e i giornali per conquistare l’India urbana e istruita, ma facendo anche campagna elettorale sul territorio, porta a porta, in modo capillare e sistematico. È riuscito a farsi considerare, semplicemente, il miglior amministratore dell’India’.

Un merito che va sicuramente attribuito al Premier è quello di aver rotto molti ‘schemi’. Nato da un’umile famiglia del Gujarat, Modi è salito in carica senza neppure essere un membro del Parlamento, ed è l’unico Primo Ministro indiano ad aver fatto il salto dalla politica statale o provinciale a occupare la posizione più importante del Paese, riuscendo a scalare i vertici in un contesto in cui l’appartenenza di casta riveste un ruolo ancora molto importante. Il Premier è poi sicuramente il più moderno tra i politici indiani, come dimostrato dalla sua grande attenzione, come abbiamo visto, per i social media e per la comunicazione in generale.

Questa ‘rottura’ riguarda anche la visione che Modi ha del Paese: il pensiero economico di Modi è totalmente diverso da quello Nehruviano, che è stato l’atteggiamento prevalente da quando l’India è indipendente. Modi ha promesso di portare cambiamenti reali nel sistema di Governo e nell’economia indiana sul modello di quanto visto nel Gujarat, già laboratorio di quelle riforme economiche di cui l’India ha un disperato bisogno, squarciando il tappeto rosso, tagliando il ‘licensing raj’ (il complesso sistema di controllo sulle attività economiche da parte del Governo indiano) e minimizzando il ruolo del Governo nell’amministrare l’economia e creando un legame molto forte con l’establishment economico nazionale e internazionale.

Qualche risultato in questo senso è già visibile. Da quando Modi è entrato in carica i leader mondiali hanno preso l’India un po’ più seriamente. Per lo meno il Premier è stato in grado di far sperare che il resto del mondo possa fare affari con l’India, cosa impensabile durante gli ultimi, taciturni, anni di Governo di Manmohan Singh, paralizzata com’era da spinte e pressioni, spesso in conflitto tra loro, da parte del Partito del Congresso. Non che la tendenza della politica estera di Modi sia fondamentalmente diversa da quella di Manmohan Singh. Tuttavia, al contrario del suo predecessore, Modi ha ben evidenziato due importanti fattori a suo vantaggio, già tenuti in considerazione da Singh ma che Modi si è dimostrato più bravo nell’attuare. In primo luogo, l’attuale Primo Ministro ha evidenziato bene quanto un Paese così devoto agli status quo come l’India non avesse ambizioni territoriali e quanto l’India si stia trasformando per emergere come una delle economie leader mondiali con una vasta forza lavoro ‘giovane’ (dividendo demografico), una potenza nucleare responsabile con competenze scientifiche e tecnologiche dimostrate, e con una democrazia stabile. Secondariamente, Modi è emerso in quanto idolo del nocciolo duro di circa 25 milioni di indiani residenti all’estero e di persone di origini indiane che si sono distinte al di fuori dei confini dell’India in vari settori lavorativi, in particolare nelle potenze leader nei settori industriali e militari. Inoltre, è il Primo Ministro indiano ad aver viaggiato di più fuori dal Paese nel primo anno di carica, con più di 15 Paesi visitati – tra i quali le altre grandi potenze asiatiche: Cina, Giappone e Corea del Sud. Tutto questo sebbene, durante la campagna elettorale, avesse parlato ben poco di temi di politica estera, se non per sottolineare l’importanza di cooptare i Governatori statali nei progetti internazionali e per portare avanti importanti discussioni diplomatiche nelle capitali statali piuttosto che nella capitale Delhi: non male per un Primo Ministro senza nessuna esperienza a livello internazionale e la cui fama si deve sostanzialmente ai risultati interni come Governatore di uno Stato.

Questa apparente contraddizione trova che il fine ultimo dell’azione politica di Modi: lo sviluppo dell’economia nazionale. L’India ha bisogno di capitali, tecnologia, risorse, energia, mercati e competenze, ma anche di un mondo stabile, dove la pace con i Paesi vicini e l’intreccio di relazioni con altri possono aprire la strada ad un sistema commerciale globale aperto e foriero di opportunità.

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