domenica, Settembre 26

L’incubo dei migranti nello Yemen Human Rights Watch fa luce sui campi di detenzione e tortura

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Ogni anno, più di diecimila migranti attraversano il territorio dello Yemen per raggiungere l’Arabia Saudita. Human Rights Watch, l’organizzazione internazionale che si propone di difendere i diritti dei popoli nel mondo, ha fatto luce sul traffico illegale da milioni di dollari sviluppatasi intorno alla presenza e al passaggio dei migranti nello Yemen. Human Rights Watch, a seguito di attente e scrupolose ricerche effettuate in loco, ha rilasciato la scorsa settimana il suo rapporto shock dal titolo “Torture Camps in Yemen – The abuse of migrants by human traffickers in a climate of imputinity. Il quadro è chiaro nella sua gravità: nello Yemen, le migliaia di migranti africani che partono per cercare fortuna nella ricca Arabia Saudita, sono vittime di organizzazioni criminali che gestiscono un traffico illegale di forza lavoro in un clima di impunità.

Lo Yemen, paese situato lungo la direttiva che unisce il Corno d’Africa ai ricchi emirati del Golfo, accoglie una migrazione definibile come ‘mista’. Un melting-pot di persone che fuggono dall’Africa per i più svariati motivi. Non sono soltanto le persecuzioni politiche in Somalia e in Etiopia la ragione che spinge migliaia di uomini e donne a fuggire, ma anche le gravi condizioni socio-economiche legate alle ondate di siccità che disidratano le risorse dei villaggi africani. Un altro fattore da tenere in considerazione, è che ormai non tutti coloro che approdano nello Yemen godono dello status di rifugiati. Negli anni passati, i somali che richiedevano il riconoscimento della condizione di rifugiati, venivano accolti nei campi dedicati, gestiti dalle organizzazioni delle Nazioni Unite e messi a disposizione dalle autorità yemenite.

Recentemente, è stato riscontrato un trend in discesa per quanto riguarda le richieste di status di rifugiati. Questo avviene nonostante la crescita del numero di ingressi monitorato. Com’è possibile? Una volta ottenuto lo status di rifugiati, i migranti non possono lasciare il paese di accoglienza. In questo modo, sarebbe impossibile per loro riuscire a raggiungere la meta tanto agognata, vale a dire l’Arabia Saudita e le altre ricche economie petrolifere del Golfo. Ecco spiegato perché il fenomeno dell’immigrazione clandestina è in crescita. L’esodo di migranti clandestini, andando a disallinearsi dalle già deboli forme di controllo delle autorità locali, è diventato una fonte di ricchezza per le organizzazioni criminali che si spartiscono lo smistamento della forza lavoro irregolare in arrivo dal Corno d’Africa.

I dati resi disponibili dall’UNHCR, l’Alto commissariato ONU per i rifugiati, evidenziano la presenza di un gran numero di sfollati interni nell’ordine delle centinaia di migliaia. Questi, così come un’altra fetta di almeno un terzo degli sfollati registrati, vanno ad aggiungersi ai migranti in arrivo dall’esterno. L’instabilità politica dello Yemen, il conflitto che vede tutt’ora contrapporsi le forze governative e i miliziani zaiditi Huthi, e le ondate secessioniste nelle regioni meridionali del Paese, sono tutti fattori che concorrono a favorire il terreno di coltura per organizzazioni criminali e terroristiche.

Uno dei più grandi campi profughi gestiti sotto l’egida dell’UNHCR, si trova nella località di al-Mazrak, a pochi chilometri dal confine con l’Arabia Saudita. Oltre ai quasi 160 mila rifugianti, in questo campo vengono accolti anche più di 150 mila sfollati interni. I migranti sono per la maggior parte di origini somale (circa il 90 per cento), altri provengono da altri stati africani e alcuni dall’Iraq. Le condizioni all’interno di un campo come questo, sono ben diverse da quelle portate alla luce dall’inchiesta di Human Rights Watch nel campo ‘illegale’ di Haradh.

La maggior parte dei migranti che si spostano dalle coste africane per raggiungere l’Arabia Saudita, quale che sia il percorso previsto, devono passare da una città che è diventata una sorta di nodo di smistamento: Haradh. Con i suoi 94 mila abitanti, Haradh si trova all’interno del governatorato di Hajja in una posizione a dir poco strategica, a soli sette chilometri dal confine saudita e a trenta chilometri dalle coste del Mar Rosso. Non sorprende, dunque, il fatto che l’80 per cento dell’economia locale sia sostenuto da attività di contrabbando. Contrabbando di esseri umani.

Stando ai dati dell’OIM, l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, la città di Haradh ospitava una media di 25 mila migranti nel 2013. A seguito dell’emanazione di una direttiva restrittiva sull’immigrazione del governo dell’Arabia Saudita, nella seconda metà del 2013 la presenza di migranti si è drasticamente abbassata a quota 500. In virtù di questa drastica diminuzione, gli uffici dell’OIM sono stati chiusi. Qualcosa però è cambiato, e molto velocemente. Se nel gennaio 2014 sono stati registrati solamente 800 migranti ad Haradh, a marzo la cifra è salita a livelli esponenziali raggiungendo le 8 mila. E i numeri sono destinati a crescere ancora. Cosa sta succedendo ad Haradh?

I migranti che raggiungo lo Yemen, dopo aver passato giorni in viaggio via terre o via mare in condizioni al limite del sopportabile umani, arrivano a Haradh. Una volta approdati lungo le coste yemenite, i migranti vengono consegnati nelle mani di gruppi armati, spesso dopo un’attesa di ore sotto il sole, senza cibo né acqua. Come testimoniato da numerosi migranti intervistati da Human Rights Watch, i gruppi armati pagano ai ‘trasportatori’ una cifra che può variare dai 133 ai 533 dollari a persona. Dopo essere stati presi in consegna dalle organizzazioni criminali, i migranti vengono fatti stazionare in piccoli campi allestiti nelle zone desertiche nei dintorni di Harath. Le regole sono chiare, se i migranti non pagheranno una ‘tassa’ ai trafficanti, non potranno raggiungere il confine con l’Arabia Saudita. Chi non paga, resta nei campi.

I campi, situati in zone isolate lontane dalla città, funzionano come dei veri e propri centri organizzati per l’estorsione. I migranti che non possono, o non vogliono, pagare la suddetta ‘tassa’, vengono rinchiusi in condizioni terribili. Sottoposti a regolari torture, privati dei propri pochi averi personali, vengono portati al limite. Molti di loro, ormai inermi di fronte alle violenze subite quotidianamente, vengono costretti a chiamare familiari o amici per farsi inviare la somma richiesta dai trafficanti.

Racconta uno dei migranti intervistati nel corso dell’inchiesta, Kebede: «Il campo era un’area quadrata totalmente aperta, senza shelter. I muri avevano quattro torrette, ognuna ad ogni angolo, sorvegliate da guardie armate. Non c’erano edifici nel campo. C’erano otto guardie, di turno ad orari differenti, inclusi alcuni etiopi». Continua: «Il clima era molto caldo, e non c’erano bagni. Avevamo taniche per l’acqua potabile, ma le guardie le riempivano solo ogni cinque giorni. L’acqua finiva sempre in un giorno e dovevamo stare per quattro giorni senza acqua». Le condizioni delle donne, sempre nei racconti degli intervistati, erano ben peggiori. Separate dagli uomini all’arrivo, alcune già durante il viaggio, subivano violenze e abusi. Molte di loro, se non pagavano, dopo un periodo di permanenza alla mercè dei rapitori venivano uccise.

Il rapporto di Human Rights Watch ha sbattuto di fronte agli occhi del mondo una situazione inaccettabile. Il governo yemenita non è all’oscuro di quanto accade intorno ai campi di Harath, ed è chiamato ad attivare tutti gli sforzi necessari per perseguire le attività criminali che si svolgono all’interno del suo territorio, con l’aiuto della comunità internazionale. Il rapporto presenta, in chiusura, una serie di indicazioni rivolte alle autorità yemenite e saudite, così come alle organizzazioni internazionali, governative e non. Sicuramente non basterà questo, per cambiare una situazione che, però, non può essere ignorata.

 

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