mercoledì, Ottobre 20

L'incredibile Renzi Il Premier: «Nel derby fra rabbia e speranza ha vinto la speranza». Delusione per FI e M5S

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In netta controtendenza rispetto ai risultati ottenuti dai partiti al governo in tutta Europa, il PD del premier Matteo Renzi coglie un successo pieno alle elezioni europee. Un exploit del quale alla vigilia del voto nessuna rilevazione è stata capace di prevedere l’eccezionale entità: nella storia della Repubblica italiana, infatti, il superamento della soglia del 40% da parte di un singolo partito era stato fino a oggi esclusivo appannaggio della DC del decennio 1948-’58. Un successo clamoroso deciso in non piccola parte dai voti dei moderati. Eloquenti, a riguardo, le inusuali percentuali registrate dal PD nel Nord-Est, in particolare in Veneto (37,5%) e in Friuli Venezia Giulia (42,2%), territori che durante la prima Repubblica costituivano un solido feudo della Balena Bianca. Rimasti privi di un punto di riferimento al centro e a destra, molti moderati hanno espresso un plebiscito per la ‘speranza’ nel Governo Renzi e una bocciatura per la ‘iconoclastia’ sbandierata da Beppe Grillo.

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Con questo pieno di voti Renzi riceve, di fatto, l’investitura delle urne che gli era mancata al momento della sostituzione di Enrico Letta nella carica di Presidente del Consiglio. Nei prossimi mesi, il premier sarà chiamato a rispondere con i fatti a un’investitura popolare tanto ampia: le riforme strutturali e il rilancio economico del Paese saranno l’ineludibile banco sul quale si verificherà se e in quale misura la fiducia accordata al Governo dell’ex sindaco di Firenze sarà stata ben o mal riposta. Certo, i numeri in parlamento rimangono immutati rispetto a venerdì scorso, tuttavia il 40,8 % totalizzato dal PD di Renzi indebolisce sia la forza della fronda interna al partito, sia il potere contrattuale degli alleati di Governo. Non è peregrino pensare che, di fronte a un protratto ostruzionismo nella discussione delle riforme costituzionali o della legge elettorale, il premier potrebbe decidere di rimescolare le carte giocandosi il tutto per tutto con le elezioni anticipate. Molti di questi temi sono stati toccati o semplicemente accennati da Renzi durante la conferenza stampa di oggi per commentare l’esito delle europee.

«Nel derby fra rabbia e speranza ha vinto la speranza. Questo è il momento dell’Italia, che deve guidare il semestre e il percorso di cambiamento dell’Europa partendo dall’assunto che dobbiamo prima di tutto cambiare noi stessi», esordisce il premier, anche se «il bello deve ancora cominciare. La sfida è lanciata e noi saremo all’altezza del sogno». Renzi ha sottolineato anche che, al di là di come alcune forze politiche hanno impostato la campagna elettorale, il voto non era «un referendum su di me o sul Governo. Non lo considero un voto su di me, è un voto che esprime una speranza straordinaria», e il Governo «dura fino al 2018» perché gli italiani «vogliono vedere i risultati, non votare». L’esito del voto ci dice che «c’è un’Italia profonda che non si rassegna e ora nessuno ha più alibi per non fare le riforme».

Come già Simona Bonafé e Maria Elena Boschi durante le interviste a caldo della nottata, il premier sceglie il profilo basso «saremo umili e pacati»; e all’indirizzo del NCD dice: «Vogliamo ringraziare per il risultato importante gli alleati di governo non tanto ai fini dell’azione di governo ma per aver contribuito a dare un messaggio di speranza». Assicura anche «tempi ancora più brevi per le riforme e il cambiamento. Non molliamo di mezzo centimetro su nessuna riforma». Non manca neanche un appello al M5S: «Mi auguro che nei 5Stelle ci sia una riflessione sulla legge elettorale, se questi parlamentari continuano ad utilizzare il Parlamento come luogo di show perderanno i loro elettori. Se invece cambiano atteggiamento, troveranno ascolto per fare insieme le riforme. (…) Il risultato delle europee, non cambia le valutazioni sulla legge elettorale, il ballottaggio è centrale per garantire la vittoria, se ci fosse il proporzionale puro neanche il PD al 40% non potrebbe governare. Sono molto fiducioso che si farà». L’Italia «c’è, è più forte delle paure che l’attraversano ed è in grado di incidere in Europa», aggiunge Renzi, «il Paese ha tutte le condizioni per poter cambiare e invitare l’Europa UE a cambiare: da una parte ci sono le forze populiste, dall’altro lato un’idea di Europa che ha fallito; in mezzo un grande spazio per il cambiamento possibile. Da Roma, dove i trattati europei sono nati, parte un messaggio di grande consapevolezza». Sul voto europeo nel suo complesso, poi, il premier rimarca che il voto non sposta l’asse dell’Europa, piuttosto «la questione è che o ne usciamo tutti insieme o nessun paese singolo si salva da solo né la Germania né l’Italia».

Agli antipodi il clima in casa 5Stelle: sui blog e sui social network la delusione è palpabile. Indubbiamente il voto non è andato come si aspettavano i militanti e i simpatizzanti: non solo il sorpasso al PD non c’è stato, ma rispetto alle politiche di quasi un anno e mezzo fa, il M5S ha registrato un arretramento del 4%. A prima vista sembrerebbe trattarsi di un brutto risultato, ma le cose potrebbero essere viste sotto una luce diversa. Tanto per cominciare il 21% non è un risultato in sé negativo, perché conferma il MoVimento come una realtà politica dai grandi numeri, confermandola secondo partito del panorama italiano. Più che il M5S contro il PD, sarebbe forse più corretto dire che a perdere è stato Grillo contro Renzi; certo, Grillo è il leader indiscusso del partito, ma il verdetto delle urne vede sconfitta una linea politica e una campagna elettorale eccessivamente aggressive, con poco spazio lasciato alla parte propositiva. Superata la fase di ineludibile di riflessione interna, il M5S potrebbe ripartire dal capitale di quel 21% di italiani che, a differenza del 2013, li ha votati non a scatola chiusa, ma conoscendoli.

Complessa la situazione in FI: neppure la discesa in campo del leader storico è riuscita, questa volta, ad arrestare più di tanto la frana di consensi. Già nella nottata di ieri, da più parti, qualcuno ha rilevato che se si riunissero tutti i partiti della ex Casa delle Libertà, più la Lega, la percentuale non sarebbe lontana da quella ottenuta dal PD. Parlare della ricomposizione del centro-destra, tuttavia, comporta inevitabilmente la discussione attorno alla questione della leadership: Silvio Berlusconi sembra aver esaurito il suo tocco magico e, come lui stesso ha detto più volte durante questa campagna, i leader non crescono sugli alberi, anche perché è la gente a incoronarli. Insomma, nel centro-destra sembra aprirsi la successione all’ex Cavaliere, tutta ancora da definire.

A margine della giornata post elettorale, è rumorosamente rimbalzata sulle agenzie la notizia dell’arresto dell’ex Ministro dell’Ambiente Corrado Clini. L’ipotesi di reato è peculato ai danni del Ministero dell’Ambiente in riferimento alla bonifica del bacino del Tigri e dell’Eufrate in Iraq. L’indagine è stata condotta in collaborazione con la Procura della Repubblica di Roma, il Nucleo Speciale Tutela Spesa Pubblica della Guardia di Finanza di Roma, la Procura Federale Svizzera di Lugano e la Polizia Giudiziaria Federale elvetica.

 

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