Lina Wertmüller, donna e regista coraggiosa, pungente e ironica Il cinema rende omaggio alla prima regista italiana premiata con l’Oscar alla carriera - Morta all’età di 93 anni, ha lasciato un segno inconfondibile con film dai titoli chilometrici, come Mimì metallurgico ferito nell’onore” che lanciò la coppia Giannini-Melato. La regista scomparsa: “Sono andata dritta per la mia strada, scegliendo sempre di fare quello che mi piaceva. Ho avuto un carattere forte, fin da piccola

Da oggi  il popolo di Roma rende omaggio in Campidoglio a Lina Wertmüller, la regista scrittrice e sceneggiatrice che ha reso grande il cinema italiano, tanto da ottenere l’Oscar alla carriera. L’unica cui è andato questo riconoscimento. Come i grandi protagonisti del cinema e dello spettacolo che ci hanno lasciato, anche lei merita il tributo che l’affetto e la generosità dei romani e dei cittadini stanno già esprimendo a quella che è giustamente considerata la prima e la più grande regista del cinema italiano, scomparsa nella sua casa romana all’età di 93 anni. La quale sin dal suo film d’esordio dietro la macchina da presa, ‘I basilischi del 1963,  seppe catturare l’attenzione del grande pubblico, raccontando storie amare e grottesche di gente comune, viste a volte con graffiante ironia, altre con tenerezza. Già in quel suo primo lavoro, girato in gran parte tra la Basilicata e la Puglia (Minervino Murge), c’erano i tratti distintivi della sua cinematografia. Un film quello, nato quasi per caso, a seguito di un viaggio con il critico Tullio Kezic sulle tracce di Francesco Rosi impegnato nel film sul bandito Salvatore Giuliano, a fare un giro in Puglia per visitare delle cattedrali, ma il passaggio per Palazzo San Gervaso, il Paese natale di suo padre,  fu la  scoperta di un mondo–   racconterà nel libro  Tutto a posto e niente in ordine – di una parte d’Italia tagliata fuori dalle rotte, dalle tante guerre e dalla Storia ( Ed.Feltrinelli).

Lina tornata a Roma scrisse in poco tempo quella storia di giovani che conducevano una vita pigra, senza prospettive e, rastrellate qua e là un po’ di risorse e impiegando nel film l’amica Flora Clarabella Mastroianni ( moglie di Marcello) e Stefano Satta Flores, riuscì a portare a termine l’impresa. Il film le valse la Vela d’argento al Festival  di Locarno. Il ghiaccio era rotto. Da allora il nome di quella giovane coraggiosa e talentuosa regista si farà sempre più sentire. Ma niente è dovuto soltanto al caso. Quel lavoro a Lina piaceva eccome! tanto che quella ragazza (il cui nome era Assunta Wertmüller von ElggSpanol von Braueich, figlia di Antonio notaio in un piccolo Paese, discendente da una famiglia aristocratica di origini svizzere e di Maria di Santamaria-Maurizio di origini rimane), a 17 anni si era iscritta all’Accademia Teatrale diretta da Pietro Sharoff,  facendo esperienza come animatrice e regista nel teatro dei burattini, quindi collaborando con  celebri registi teatrali ( Salvini, De Lullo, Garinei e Giovannini), cui seguirono lavori per la radio e la tv, tra cui come autrice e regista, la prima edizione di Canzonissima e il Giornalino di Gian Burrasca, – protagonista Rita Pavone – che ebbe un successo straordinario.

Il lungo sodalizio artistico con Enrico Job, apprezzato scenografo teatrale, la condurrà alle nozze. La coppia ebbe una figlia adottiva, Maria Zulima. E la collaborazione con Federico Fellini, come assistente ne ‘La Dolce vita. Da quel suo primo successo, del quale era stupita lei stessa (“Durante la proiezione mi chiedevo quanto potesse interessare a quei giurati svizzeri, inglesi e tedeschi, un film che raccontava la vita di un Paese sperduto della Basilicata”), seguirono nella seconda metà degli Anni Sessanta, i film che le decretarono uno straordinario successo: innanzitutto basati sulla ‘invenzione’ della coppia Giancarlo Giannini – Mariangela Melato, una delle più straordinarie del cinema italiano, e da una serie di titoli che hanno rivelato la sua visione del tutto particolare, inconsueta, inconfondibile del fare cinema, di raccontare le storie e le avventure di personaggi popolari visti sempre sopra le righe, colti nelle loro travolgenti storie d’amore di passione tali da scatenare risate, sorrisi, amarezze e anche serie riflessioni sulle  realtà contradditorie, gli insanabili conflitti di classe, le diversità sociali, che agitano e scuotono da sempre la vita del nostro ‘bel Paese’. Insomma, storie affrontate con coraggio, spirito ribelle  anarchico  e d ‘impronta socialista, sentimenti cui era legata. Sono film indimenticabili come ‘Mimì metallurgico ferito nell’onore’ (1972), ‘Film d’amore e d’anarchia, ovvero Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…’ (1973), ‘Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto’ (1974), ‘Pasqualino Settebellezze’ (1976), ‘La fine del mondo nel  nostro solito letto in una notte piena di pioggia’ (1978) e ‘Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si  sospettano moventi politici’ (1978).

Titoli lunghissimi, come fossero ritagliati dalle pagine di cronache dei giornali popolari, che sono anche la sua cifra stilistica, assai più significativi dei titoli di altri autori e letterati come Italo Calvino (‘Se una notte d’inverno un viaggiatore…’) o di Patroni Griffi (‘Metti una sera a cena’).  No, qui con lei siamo ben oltre. Negli anni Novanta, Lina ha realizzato Io ‘Speriamo che me la cavo’ con Paolo Villaggio,  ispirato dal libro di Marcello dell’Orta, un vero successo editoriale, mentre nel 1996 torna alla satira politica con ‘Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica’, con Tullio Solenghi e Veronica Pivetti, che prendono il posto della coppia Giannini-Melato. Due anni dopo, per la prima volta si cimenterà nel doppiaggio: è la voce di Nonna Fa in ’Mulan’. Tornerà dietro la macchina da presa con la serie tv ‘Francesca e Nunziata’ ( 2001) con Sophia Loren e Claudia Gerini e il film ‘Paperoni ripieni e pesci in faccia’ sempre la Loren protagonista. Al suo attivo ha avuto anche regie liriche teatrali.  

Prima tra le donne registe del nostro Paese, Lina è sempre stata un esempio, non solo per avere avuto successo dal punto di vista commerciale, ma anche perché erano in poche a fare questo mestiere. In una intervista sulle difficoltà che le donne incontravano anche in questo settore, decisamente maschile ( e maschilista) Lina rispondeva così: «Non si può fare questo lavoro perché si è uomo o perché si è donna. Lo si fa perché si ha talento. Questa è l’unica cosa che conta per me e dovrebbe essere l’unico parametro con cui valutare a chi assegnare la regia di un film». Alla domanda sue difficoltà da lei stessa incontrate la risposta è stata:  «Me ne sono infischiata. Sono andata dritta per la mia strada, scegliendo sempre di fare quello che mi piaceva. Ho avuto un carattere forte, fin da piccola. Sono stata addirittura cacciata da undici scuole. Sul set comandavo io. Devi importi. Gridavo e picchiavo. Ne sa qualcosa Luciano De Crescenzo durante le riprese di ‘Sabato, domenica e lunedì con Sophia Loren. Non faceva altro che gesticolare con l’indice di una mano e così per farlo smettere gli ‘azzannai’ il dito».

Una donna tosta, dunque, ma anche tenera, comprensiva, materna. E’ un aspetto che sottolinea ben volontentieri la collega Elisangelica Ceccarelli (tra i critici di ‘Cinematografo’ condotto da Gigi Marzullo)  la quale mi racconta un aneddoto abbastanza indicativo e simpatico. La prima volta che la intervistò al Festival di Venezia, giornalista alle prime armi, chiese alla Wertmuller, che era in giuria:  “Chi a suo giudizio potrebbe vincere il Festival?” “Mia cara, se ti rispondessi sarei cacciata dalla giuria e non potrei continuare a godermi Venezia, il mare, l’hotel, e tutte le bellezze che mi sono offerte…” Insomma mi trattò con affetto, rendendosi conto della mia  ingenuità…..”  

Come ricordarla? Come è stato già dichiarato  da attori e registi e gente di spettacolo che l’ha frequentata e amata: una donna coraggiosa, intelligente, determinata, consapevole del proprio valore e di uno stile inconfondibile ( dato non solo dalla montatura bianca degli occhiali)  capace di ritagliarsi un genere nella commedia all’italiana, di indagare con passione i ruoli sociali dell’uomo e della donna del nostro Bel Paese dalle laceranti contraddizioni, sul rapporto Nord e il Sud, borghesia proletariato, amore e passione, dagli Anni Sessanta ai giorni nostri, con uno sguardo grottesco e  pungente, ma sempre con ironia e autoironia. E allegria. Caratteri a volte deformati della commedia umana e, in particolare, italiana. Quella che ritroveremo ancora sui nostri schermi quando verranno proiettati i suoi capolavori. La ricorderemo sorridendo. E spesso sarà un sorriso dal sapore amarognolo. I funerali domani nella Chiesa degli Artisti di piazza del Popolo a Roma.