martedì, Maggio 18

L'impresa del fare impresa field_506ffb1d3dbe2

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prof. Gennaro Biondi

prof. Gennaro Biondi

Risale ad alcuni mesi fa il report emesso dalla Banca Mondiale (Ease of doing business in Italy 2014) che analizza il quadro, Nazione per Nazione (in questo caso l’Italia), della ‘semplicità del fare impresa. Il documento prende in esame le condizioni ambientali che agevolano (o pregiudicano) il buon andamento di un’attività imprenditoriale all’interno mercato italiano. Le valutazioni riportate si basano su una serie di indici elaborati dallo stesso Organismo internazionale, che vanno dalla facilità con cui si ottengono i permessi di costruzione edilizia, il grado di accesso al credito delle imprese, il livello di tassazione fino ad arrivare persino al grado di accesso a fonti di energia da parte delle imprese.

E’ particolarmente noto che il nostro Paese non eccelle in questi ambiti: difficoltà burocratiche, un’altissima tassazione e lo scarso grado di accesso al credito sono solo alcuni dei fattori noti ai più che rendono difficoltoso l’impianto di un’attività per un imprenditore italiano (e straniero). Perfino la dinamicità del Governo Renzi, che ha fatto dello slogan «Una riforma al mese» un suo cavallo di battaglia, è stata costretta a più miti consigli di fronte ad una burocrazia elefantiaca che, per portare un esempio, ha condotto l’Esecutivo appena insediato a emanare la bellezza di 470 regolamenti attuativi per leggi approvate da precedenti Amministrazioni.

Uno scenario che non viene certo smentito dai dati riportati ne L’indice Confartigianato della pressione burocratica fiscale pubblicato lo scorso maggio, documento che osserva la legislazione in materia fiscale in particolare e che ha l’obiettivo di evidenziare i costi per le imprese del numero dei provvedimenti in materia fiscale a livello nazionale emanati nell’arco degli ultimi sei anni (2008-2014). Il documento, infatti, registra come su «629 norme fiscali, 72 semplificano (11,4 per cento del totale), 168 sono sostanzialmente neutre dal punto di vista dell’impatto burocratico (26,7 per cento) e 389 presentano un impatto burocratico sulle imprese (61,8 per cento): quasi due norme fiscali promulgate su tre aumentano i costi burocratici per le imprese».

Come se non bastasse, è la stessa Banca Mondiale a rincarare la dose. Infatti, nella classifica 2014 pubblicata contestualmente allo studio accennato in apertura, l’Italia occupa solo il 65simo posto su 189 Nazioni, preceduta da realtà (in teoria) economicamente meno competitive e attrattrici di investimenti come le Isole Fiji, le Isole Samoa, il Montenegro e molti altri. Se il risultato non sembra essere tra i migliori, bisogna considerare, però, che lo stesso rapporto della Banca Mondiale (del 2013 stavolta), ha visto l’Italia stazionare al 90simo posto. Lo stesso dato, quindi, considerato complessivamente farebbe registrare un miglioramento sostanziale del nostro Paese per il grado di ‘semplicità’ del fare impresa, anche se rimarrebbe ancora tanta strada da fare per raggiungere il livello di realtà più competitive come Regno Unito, Stati Uniti o Singapore (prima in classifica).

Ma quanto costa realmente mettere su un’impresa in Italia, tenendo conto anche dei fattori ambientali come l’impatto fiscale o burocratico? Quali sono le aree più svantaggiate del Paese in questo ambito? Quali misure dovrebbero essere messe in campo per migliorare le condizioni di lavoro di chi fa impresa in Italia?

Su questi argomenti abbiamo chiesto il parere del professor Gennaro Biondi, ordinario di Geografia Economica presso la facoltà di Economia dell’Università Federico II di Napoli.

 

Professore, a quanto pare nel nostro Paese è particolarmente complicato fare impresa, dato che alle complicazioni dovute ad un mercato già asfittico, ci si mettono di mezzo problemi di altro genere. Da cosa dipende questa situazione?
In linea generale, i fattori che generano problemi o addirittura possono pregiudicare la sopravvivenza stessa di un’impresa sono diversi. A cominciare dalla Pubblica Amministrazione e dai rapporti che l’impresa deve intrattenere con la burocrazia. Per avviare un’impresa, ad esempio, in Italia sono necessarie circa trenta autorizzazioni con una tempistica che, in molti casi, risulta non essere certa. Per comprendere la dimensione della realtà italiana basta metterla a confronto con quella di altri Paesi europei: in Irlanda, ad esempio, per avviare un’attività, i tempi sono certi e non vanno oltre i 15 giorni di attesa. Una situazione che potrebbe essere mitigata dall’introduzione nel nostro Paese di agenzie di sviluppo che guidino l’aspirante imprenditore (sia italiano, sia straniero) sulla strada dell’avvio dell’attività imprenditoriale, soluzione già adottata in altri Paesi europei come l’Irlanda. In Italia chi vuole fare impresa, in genere è lasciato solo, condizione che scoraggia anche l’attrazione di investimenti stranieri nel nostro Paese. Per avviare un’impresa da noi quello che conta non sono tanto i soldi, quanto la pazienza.

Pubblica Amministrazione e burocrazia, quindi. Esistono anche altri elementi che concorrono alla difficile condizione delle imprese italiane?
L’accesso all’innovazione tecnologica rappresenta un ulteriore fattore di difficoltà per la crescita del tessuto imprenditoriale italiano. Faccio un esempio: tutti gli imprenditori italiani vogliono puntare sulla competitività, come si sente spesso. Il problema è che molti rimangono su posizioni troppo ‘conservative’. L’obiettivo della competitività, infatti, lo si persegue in modo poco efficace attraverso l’abbassamento dei prezzi e quindi puntando sull’economicità, mentre si dovrebbe puntare sulla qualità e sull’innovazione di prodotto e di processo. Un comportamento che rientra nel grado di cultura del fare impresa che esiste nel nostro Paese e nelle visioni di molti imprenditori italiani, ancora vincolate a logiche troppo conservatrici. A questo proposito bisogna aggiungere che la questione culturale del fare impresa presenta delle lacune evidenti non solo ai più alti livelli, ma anche nel tessuto della piccola impresa. Molte attività aperte durante la crisi, infatti, sono state dei veri e propri ‘rifugi’ dalla mancanza di impiego, nei quali molti lavoratori hanno trovato una soluzione ai loro problemi. Non tutti, però, posseggono una adeguata formazione imprenditoriale. Lo stesso nanismo delle imprese che riescono a rimanere sul mercato non viene corroborato dalla capacità di associarsi. Un contesto nel quale potrebbe trovare una giusta applicazione il Contratto di Rete, ma che non riesce ad essere usato in modo corretto a causa di difficoltà ambientali (che dipendono caso per caso dai contesti locali), dal grado di propensione all’innovazione di impresa e da quello di accesso al credito. A questo bisogna aggiungere le condizioni in cui versano proprio i diversi territori: non si tratta solo di non avere a disposizione nelle varie aree del Paese strade ferrate o gommate, aeroporti o interporti e punti di snodo merci, ma anche di come le infrastrutture immateriali sono disponibili. Si pensi, ad esempio, alla banda larga, servizio del quale molte aree del Paese nel 2014 risultano ancora sprovviste.

Lei sta conducendo un’indagine comparativa proprio riguardo le difficoltà ‘ambientali’ che incontrano le imprese nell’avviare e mantenere viva un’attività. A questo proposito, qual è l’area del Paese che è risultata tra le più svantaggiate?
La mia indagine parte dal territorio della provincia di Napoli e ne mette a confronto l’ambiente imprenditoriale con quello delle aree riferite alle provincie simili a quella partenopea come struttura produttiva e per categoria, ad esempio quelle di Parma e di altre provincie del Nord Italia. Il risultato che ne è scaturito è che proprio Napoli risulta essere l’area più colpita da costi ‘ambientali’, tutti a carico delle imprese del territorio. Nell’area del napoletano investire costa in media il 20 per cento in più rispetto all’intero territorio nazionale. Voglio specificare che la mia ricerca è ancora un ‘work in progress’, però già si evince una netta e concreta disparità rispetto alle altre provincie italiane, rappresentata dalla presenza nel territorio della provincia di Napoli di almeno sei tipologie differenti di ‘diseconomie’, che rappresentano una voce di costo molto più marcata rispetto a quelle che si registrano nelle altre regioni italiane.

Quando parla di ‘diseconomie’ a cosa si riferisce?
Prima di tutto alla criminalità organizzata, che rappresenta un costo molto pesante per le imprese e che deve essere visto in relazione ai minori ricavi percepiti dall’impresa di cui è vittima. Bisogna allargare gli orizzonti e comprendere che oggi le organizzazioni criminali agiscono non più soltanto attraverso la ‘classica’ riscossione di tangenti, ma anche attraverso l’imposizione di assunzioni di figure lavorative direttamente in azienda, cosa che si traduce in aggravi di bilancio e maggiori costi di gestione, cosa che in altre regioni italiane non accade. In secondo luogo, come già accennato, la Pubblica Amministrazione rappresenta un costo sostanziale per le imprese, in questo caso nei termini di difficolta di comunicazione con le istituzioni. Per comprendere la misura di questo aggravio, basta immaginare che un’impresa della provincia di Napoli, in possesso di una media di venti Unità produttive, deve spendere l’equivalente del costo di almeno un’unita per la gestione dei rapporti con la pubblica amministrazione. Dall’osservazione dell’accesso al credito per le aziende del napoletano, inoltre, si evince un differenziale verso l’alto di tassi di interesse applicati alle erogazioni di credito, un ricarico causato dal rischio di insolvenza per le industrie manifatturiere del napoletano. Un quarto elemento, come detto, è la scarsa presenza di servizi alla produzione, ossia attività complementari alla produzione, che vanno dalla consulenza fiscale fino alla consulenza per l’innovazione. Quest’ultimo elemento è molto importante, perché un’impresa che lavora a Napoli ha lo svantaggio di non trovare a disposizione sul proprio territorio le risorse di cui necessita. Ad esempio, il consulente fiscale di un’impresa magari si trova a Napoli, mentre altri consulenti specializzati la stessa azienda è costretta a reperirli in altre città o addirittura in altri Paesi come gli Usa o la Germania. Tutto ciò rappresenta un notevole costo ambientale per la moderna impresa ‘terziarizzata’ che per propria natura si appoggia ad altre realtà che offrono i servizi di cui non dispone. Al punto cinque troviamo il costo dell’energia. Basta tenere conto del fatto che i black-out delle forniture di energia nel territorio di Napoli sono il triplo rispetto a quelle registrate negli altri territori del Paese. Un costo enorme per l’impresa che si realizza nella misura di mancata produzione e quindi mancato introito. Immaginate, ad esempio, una macchina a controllo numerico che si ferma per un calo di corrente. Dopo l’arresto, questa deve essere riavviata e riprogrammata, operazioni che si traducono in ore di utilizzo degli strumenti in modo improduttivo per l’impresa. Infine, l’ultimo elemento preso in analisi è l’innovazione e le relazioni con il mondo della ricerca. Il mondo universitario, nell’area del napoletano e più in generale in tutta la Campania, non è molto ben disposto a instaurare relazioni di tipo ‘istituzionale’, mentre preferisce rapporti di tipo più diretto con il mondo imprenditoriale. Una situazione che non si verifica tra imprese e atenei delle altre regioni d’Italia, che intrattengono tra loro più forti collaborazioni ti tipo istituzionale. L’accesso all’innovazione e alla ricerca costa di più alle imprese, perché passa attraverso convenzioni private che hanno obiettivi principalmente speculativi.

Dai dati che emergono dall’ultimo rapporto pubblicato dalla Banca Mondiale, sembra che la situazione stia migliorando. Significa che la ricetta del Governo Renzi sta funzionando?
Le misure messe in campo dal Governo Renzi stanno certamente avendo effetto, ma c’è ancora moltissimo da fare. Non possiamo ancora dire di stare bene: la realtà è che stiamo solo ‘meno peggio’. Bisogna dire, però, che il clima sta mutando. Questo cambio di tendenza ci deve far comprendere che, per proseguire su questo trend, è necessario agire molto su quei fattori che rappresentano un costo ambientale per le imprese italiane e che quindi rappresenta un freno alla nostra competitività come sistema-Paese. Stiamo vivendo un momento di ottimismo, anche se piuttosto timido e abbastanza fragile. Per consolidare questa linea di tendenza è necessario che il Governo italiano prosegua sulla scia delle riforme nel mondo dell’impresa e del mondo del lavoro, supportando l’offerta e incentivando domanda e consumi. L’obiettivo deve essere quello di creare le condizioni per fornire capitale da investimento alle imprese (da un lato) e attraverso le riforme (dall’altro) dare loro il supporto necessario perché questi capitali possano essere investiti in modo efficace. Uno di queste deve essere la riforma del sistema fiscale. L’alta tassazione del nostro Paese rappresenta, infatti, ancora un danno permanente per le imprese. Questo rappresenta, insieme alla scarsa interfaccia del settore pubblico, un disincentivo all’attrazione di capitali esteri. Se sono un ‘turista’ che vuole andare in vacanza, quando scelgo un albergo mi aspetto che questo sia dotato di tutti i confort, altrimenti vado da qualche altra parte.

 

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