giovedì, Ottobre 28

L’impresa come Giano bifronte, tra ‘stakeholderism’ e ‘shareholderism’ ‘Stakeholderism’ e ‘shareholderism’ sono le due facce della stessa medaglia cioè l’impresa. Alternativa? Una economia che implode

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Ci sono delle parole che sono di moda, altre che hanno un significato. ‘Stakeholderism’ è la scuola di pensiero che afferma: le imprese devono fare business per l’utilità dei propri portatori d’interesse interni ed esterni: personale, clienti, istituzioni. ‘Shareholderism’  è la scuola di pensiero che afferma: l’impresa  deve fare business per dare un profitto/avanzo di gestione equilibrato al proprietario, al soggetto economico, all’investitore.

La sintesi è l’Impresa ad impatto sociale o impresa sociale che è la vera impresa. Essa è l’ integrazione di utilità e vantaggio per gli stakeholders’ e per ‘i soggetti economici-shareholders’; essa si sostanzia nella convinzione che il profitto fine a se stesso non può rappresentare l’obiettivo ultimo ed esclusivo dell’azienda.

Il concetto che, per esempio, pone in antitesi i bisogni dei lavoratori e dei portatori di capitale è una valenza negativa dell’imprenditorialità.

L’obiettivo dell’impresa è la massimizzazione relativa e funzionale del profitto sempre nel rispetto di un equilibrio economico-finanziario a valere nel tempo.

Il dibattito su questa affermazione si è fatto più evidente e puntuale, seppur con alcune evidenze contadittorie.

Il concetto di ridimensionamento del concetto di profitto come finalismo assoluto delle imprese e dell’orientamento alla ‘responsabilità sociale’ (ESG) è stato ripreso, come abbiamo già ricordato in altri articoli, da alcuni interventi di Larry Fink, Ceo di BlackRock, il più grande fondo d’investimenti nel mondo, nel Manifesto della Business Roundtable (19 Agosto 2019), dei 181 top manager delle più importanti imprese USA, in cui si dichiara che la massimizzazione assoluta del profitto non è l’imperativo categorico delle aziende e le imprese capitalistiche devono diventare più responsabili e sempre più orientate al sociale (molte hanno adottato i principi ESG).

Tutto questo suscita un certo dibattito. Da una parte i ‘sospettosi’ (“si tratta solo di greenwashing, reputwashing”; “molte parole, ma pochi fatti”; “manovra per anticipare scelte fiscali negative”; “strategia di marketing per i mercati delle generazioni Millenials, Z e X”) e dall’altra i ‘fiduciosi’ che invece affermano non solo l’importanza del documento per il portato di ‘moral suasion’ e la sue implicazioni manageriali, ma anche per l’ineluttabile cambio di rotta dal ‘capitalismo compassionevole’ al ‘capitalismo sostenibile’ tradotto in fine (purpose) operativo (si veda G. Verona-rettore Boccon nell’articolo ‘Un capitalismo sostenibile che riduca le disuguaglianze’-Corriere della sera -2 Gennaio 2021).

Di contro è anche interessante il contributo informativo di G.Salvatori che prende spunto dall’articolo del ‘The New York Times International eReplica Edition’ – ‘Profits still come first’ – 23 Sep 2020 – Page #6 di Peter S.Goodmann in cui si nota che alcuni dei firmatari del Manifesto della Business Roundtable non hanno adottato il comportamento dichiarato. Affermazioni e contraddizioni che denotano interesse!

Quindi, per verificare se questo approccio è una dichiarazione solo estetica e un ‘make up’ o invece una concreta scelta di management, si propongono alcune azioni di verifica delle intenzioni.

La prima è la creazione di un rating di impatto sociale: quantificare con numeri e distinguere le imprese sopra o sotto la soglia minima per essere imprese sociali e responsabili.

La seconda è semplice, di facile attuazione ‘a breve’: l’interesse degli azionisti e degli investitori non può essere prevalente ed esclusivo, ma equilibrato con le esigenze di gestione responsabile. Inoltre, le differenze retributive fra il top management e la base dei dipendenti deve diminuire. Il top management ridimensiona la forbice fra la sua retribuzione e quella dei dipendenti aumentando la distribuzione del valore fra gli stakeholders interni all’azienda. È necessario far convergere parte del ‘variabile’ della retribuzione del management nella parte fissa e quindi verificare qual è il moltiplicatore differenziale fra retribuzione top e retribuzione di base. Una banale rilevazione da parte della commissione retributiva, per esempio nelle spa.

Si qualifica la parte del variabile legandola a risultati interni ed esterni di welfare aziendale ed esterno per esempio collegandolo ai BES (Benessere Equo Sostenibile) con una fiscalità premiale.

La terza è riprendere il ‘ratingdelle imprese che si definiscono sociali ed ancorare questa valutazione a una monetizzazione.

Man puts dollar money bag on scales with family figures. Social assistance, financial support for who in need, vulnerable populations. Charitable donations, invest in human capital. help aid migrants

La sintesi è l’integrazione fra l’approccio multistakeholders per finalizzarsi all’interesse dei clienti, dei dipendenti, della comunità, dei fornitori e l’approccio multishareholders, finalizzato a dare un vantaggio economico per il soggetto economico che ha investito e gestisce l’impresa. Queste due impostazioni si devono integrare.

La teoria del soggetto economico-shareholder (‘shareholderism’) collegata al concetto di ‘shareholder value’ ove la responsabilità sociale è intesa come mezzo per aumentare il valore dell’azionista-investitore (‘soggetto economico-shareholder’) o come fine insito nella attenzione valoriale del soggetto di istituto (‘stakeholder’).

Il dibattito sulla ‘stakeholder theory’ è dinamico: si veda il concetto di ‘stakeholder illuminato’ di M.C.Jensen,W.H.Meckling-Thory of the firm—in Journal of Financial Economiccs,III,4,ottobre 1976. La tesi è “indurre manager e membri dell’organizzazione a pensare in modo più generale e più creativo a come le politiche aziendali trattano dipendenti, fornitori, clienti e le comunità in cui operano. Se li ignoriamo o li trattiamo male, non riusciremo a massimizzare il valore a lungo termine dell’impresa”.

Bisogna calmierare la teoria del soggetto economico-shareholder, il dovere sociale dell’impresa consiste nell’ottenere i più elevati profitti – in un mercato aperto, corretto e competitivo – producendo così ricchezza e lavoro per tutti nel modo più efficiente possibile. La teoria che si fonda sull’idea che le aziende e la società siano le due parti di un immaginario contratto, attraverso cui raggiungere comuni risultati soddisfacenti, deve essere riequilibrata integrando profitto e valore sociale e superando l’iperliberismo reaganiano e tatcheriano.

Peraltro, la teoria del soggetto economico-shareholder dimostrò tutti i suoi limiti alla fine degli anni Ottanta e negli anni Novanta, allorchè il mercato si rivelò inadeguato ad affrontare i problemi sorti nella relazione tra le aziende e la società.

L’attenzione verso i portatori di interessi, istituzionali e non, e verso l’ambiente divenne allora una leva strategica importante, fondamentale per rispondere a una nuova e critica acquisizione di consapevolezza da parte dei consumatori e della società in generale.  La teoria degli stakeholder (‘stakeholderism’) che allargò definitivamente la gamma dei soggetti aventi diritti / doveri nei confronti dell’impresa. A questo mutamento di prospettiva si aggiunsero, infine, le critiche alla globalizzazione, che spinsero le grandi aziende a introdurre dei correttivi sociali al loro operato, avviando nuovi e impegnativi programmi di CSR (Su questo tema il dibattito pro e contro in ‘F.Debenedetti –Fare Profitti-Etica dell’impresa-Marsilio NODI2021’ ed il riferimento a ‘L.Bebchuk-R.Tallarita-The illusory promise ok sdtakeholder governance-Cambridge, Harvard Law School-marzo 2020’).

La conclusione è che STAKEHOLDERISM E SHAREHOLDERISM sono le due facce della stessa medaglia cioè l’IMPRESA. Alternativa? Una economia che implode.

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Sull'autore

Professore associato di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l'Istituto di Pubblica Amministrazione e Sanità (IPAS). Direttore del Master in Management delle aziende cooperative e imprese sociali non profit (NP&COOP). Docente senior dell' Area Public Management & Policy della SDA Bocconi. Membro del comitato scientifico della rivista Non Profit, Maggioli Editore. Membro del comitato medico-scientifico della rivista Vivere oggi del Comune di Milano. Membro del comitato scientifico della rivista Azienda Pubblica, Maggioli Editore. Fondatore e promotore della collana "Aziende non profit. Strategie, struttura e sistema informativo", EGEA, Milano. Membro dell'editorial advisory committee di Health Marketing Quarterly e del Journal of Professional Services Marketing, The Haworth Press, Inc., Binghamton, New York. Membro del comitato scientifico dell'Unione Nazionale Imprese di Comunicazione, UNICOM. Membro dell'Associazione Italiana di Economia Sanitaria, AIES. Membro dell'Osservatorio Camerale Economia Civile, Camera di Commercio di Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana Fundraiser di Forlì, ASSIFF. Membro del Consiglio di Gestione della Fondazione a sostegno della solidarietà sociale Umanamente, gruppo RAS. Membro del comitato etico di Coop Lombardia, Milano. Membro del comitato etico di Investietico, BPM Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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