domenica, Settembre 19

L'impossibile soluzione della crisi in Venezuela field_506ffb1d3dbe2

0

Scontri Venezuela

San Paolo – Mercoledì 5 marzo, a un anno dalla morte di Hugo Chávez, il Comandante Eterno come qualcuno lo chiama, il Venezuela (almeno quella metà che lo idolatra) si è riunito per commemorarlo. Per l’occasione, sono arrivati a Caracas alcuni dei leader più umanamente, e politicamente, vicini al defunto Presidente, tra cui Evo MoralesRaul Castro e Daniel Ortega.

Nel frattempo, nelle strade di Caracas e delle principali città del Paese, l’altra metà del Paese osservava preoccupata la guerriglia in atto tra gruppi di manifestanti, la maggior parte studenti, e i soldati della Guardia Nacional. Da quasi un mese gli scontri infuriano tra le frange più intransigenti dell’opposizione al chavismo e la forze di sicurezza del Governo. Una ventina i morti registrati finora, per gran parte studenti. Centinaia i feriti, migliaia gli arresti.

In questo mese, né il Governo del PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela) né la parte moderata del MUD (Mesa de la Unidad Democratica) hanno trovato un’intesa per abbassare il livello di tensione, che permane alto. Il Governo ha tentato di coinvolgere l’opposizione in una Conferenza di Pace, ma la continuazione delle repressioni in atto per le strade hanno alienato quasi completamente la possibilità di un confronto politico. Secondo Henrique Capriles, leader del MUD ed ex candidato alla Presidenza nelle elezioni perse per un soffio lo scorso aprile, le iniziative del Governo sono una semplice facciata per apparire presentabile agli dei venezuelani. «Non andrò a lavare la faccia di Nicolas a Miraflores (il palazzo presidenziale, ndr). Questo è quello che vogliono, che io vada là a stringere la sua mano come se tutto fosse normale nel Paese, come se nulla fosse successo».

I margini per una parziale distensione con il MUD ci sarebbero, e Capriles li ha delineati in un documento suddiviso in dieci punti, che comportano, tra gli altri, la liberazione dei leader delle proteste (Leopoldo López, arrestato di fronte a migliaia di manifestanti alcune settimane fa, in primis), la smobilitazione delle milizie paramilitari, i cosiddetti colectivos, che hanno avuto un ruolo di primo piano nelle violenze sui manifestanti, e la fine delle torture e della repressione. Va da sé che il Governo difficilmente accetterà in toto queste richieste, un fatto che in sé rappresenterebbe un’ammissione di colpevolezza. Maduro ha fatto qualche timido passo nel punire i colpevoli delle violenze, ma senza troppa incisività, né convinzione.

Il Presidente, se da un lato parla di pace, dall’altro accusa proprio i manifestanti e le opposizioni ‘fasciste’ di minacciarla. In occasione della cerimonia in onore di Chavez, si è complimentato con le forze dell’ordine per l’arresto di alcuni protestatori  appartenenti a ‘gruppetti fascisti’. Questi avevano precedentemente annunciato la volontà di sabotare il normale svolgimento della cerimonia.

La soluzione a livello interno sembra decisamente al di là di una pacificazione, almeno per ora. È probabile che il governo stia temporeggiando, nell’attesa di una bonaccia che potrebbe non arrivare mai, soprattutto alla luce dell’estensione che le proteste stanno assumendo. A San Cristobal, un bastione del MUD nello Stato di Tachira, si respira quasi un aria secessionista. È possibile che, dopo la recente escalation di polarizzazione politica, entrambe la parti non siano disposte a cedere alcunchè.  Il Governo perché rischierebbe di aggravare ulteriormente la sua posizione politica dopo i fallimenti sul fronte economico e delle sicurezza, l’opposizione perché timorosa di perdere i margini di azione connessi alla mobilitazione popolare.

A lasciare perplessi molti analisti è il sostanziale disinteresse delle maggiori organizzazioni regionali. Mentre su twitter impazza il tweet #SOSvenezuela, e le terribili immagini delle repressioni, che mostrano membri dell’esercito sparare sulla folla e picchiare i manifestanti impazzano sul web, frutto della mobilitazioni di migliaia di giovani venezuelani emigrati e non, la comunità latino-americana appare in difficoltà nell’intervenire con decisione sull’argomento.

Si era parlato di una mediazione tra le parti dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), ma Maduro ha escluso qualunque coinvolgimento estero nelle faccende interne del Paese. «Che la OSA rimanga dov’è», ha dichiarato il Presidente, la stessa risposta che aveva dato a Juan Manuel Santos, Presidente colombiano e a Barack Obama, quando questi avevano auspicato maggior dialogo e meno repressione. Chi aveva fatto maggiori pressioni per un coinvolgimento dell’OSA nelle faccende venezuelane è stata Panama, per bocca del Presidente Ricardo Martinelli. Proprio  il piccolo Stato dell’istmo aveva chiamato una riunione speciale dell’Organizzazione per esprimersi sul caso venezuelano. La pronta risposta di Maduro è stata la rottura dei rapporti diplomatici.

L’ambasciatore panamense presso l’OSA, Arturo Vallarino, ha dichiarato a El País «Noi non vogliamo intrometterci nelle faccende interne venezuelane, ma siamo seriamente preoccupati per la situazione di violenza e violazione dei diritti umani e riteniamo che la nostra responsabilità sia convocare il Consiglio». Preoccupazione che, a quanto pare, è poco diffusa tra gli altri membri dell’Organizzazione. Con l’eccezione infatti di Stati Uniti, Canada, e la stessa Panama, gli altri Stati del continente sembrano assumere posizioni che non mettono in discussione l’operato di Caracas nella gestione delle proteste.

Infatti, durante la riunione voluta da Panama, è emerso un quadro che vede la maggioranza degli Stati, supportata in particolar modo dal blocco dell’ALBA (Alianza Bolivariana de los Pueblos de nuestra Americae del Caricom (Comunidad del Caribe), cioè degli Stati che fanno parte di alleanze dominate politicamente ed economicamente dal Venezuela, a supporto del Governo. La risoluzione prodotta in seguito alla riunione dopo sette ore di confronto, contiene solo una fumosa condanna contro la violenza, il cordoglio per le vittime degli scontri, e un generico appello al dialogo, con le note dissidenti, manco a dirlo, di USA, Canada e Panama.

La risoluzione è certamente una vittoria per il Governo venezuelano, che ha dimostrato di aver saputo costruire, grazie al petrolio venduto a prezzi di favore ai suoi alleati, un potente mezzo per imporre agli alleati un atteggiamento deferente. Anche Brasile e Argentina si sono mostrati reticenti a puntare il dito contro Maduro. Piuttosto, a stupire maggiormente è l’approccio timido di chi, come la Colombia, il Messico e il Perù, non è allineato politicamente ed ideologicamente alle sinistre continentali. Che la OSA fosse divisa, già si sapeva, ma il peso venezuelano sull’Organizzazione è maggiore di quanto ci si aspettasse.

Lo stesso Segretario, José Miguel Insulza, che in gioventù aveva lottato contro la dittatura di Pinochet, aveva avuto fin dall’inizio un atteggiamento conciliante, dichiarando di non rilevare «una distorsione massiva della democrazia in Venezuela», pur dimostrandosi a favore dell’invio di una delegazione per verificare lo stato della crisi. Una soluzione che, dopo la prova di forza del blocco pro-Venezuela all’interno dell’Organizzazione, rimane un miraggio. Il Segretario è preso, come del resto l’OSA stessa, tra due opposte fazioni, che rendono l’attività dell’istituzione praticamente impalpabile. Il sogno di Chàvez, a un anno dalla sua morte, di estromettere gli USA dalla loro egemonia sul continente, si è avverato. Con buona pace dell’opposizione venezuelana, sempre più sola in una lotta impari.

La missione di Elias Jaua, Ministro degli Esteri venezuelano in viaggio per i maggiori Stati del Continente in cerca di supporto, sembra andare dunque a gonfie vele. Dall’estero non arriveranno grandi pressioni, a meno che gli Stati Uniti non decidano di muoversi da soli, e il Governo ha la possibilità di giocare la partita senza grosse interferenze esterne. Il Governo controlla l’esercito, i mezzi di informazione principali e il sistema giudiziario. Questi fatti, oltre a rendere più facile la repressione del dissenso, sono anche il motivo per cui il dissenso stesso si è andato strutturando come lo vediamo oggi. È davvero difficile prevedere dove questo conflitto continuativo tra un Paese diviso e stanco possa condurre.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->