mercoledì, Giugno 23

L’impiego dei capitali ‘islamici' in Egitto

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Il finanziamento degli islamisti in Mauritania

Negli ultimi tempi, la Mauritania ha assistito a un dibattito sulla questione delle fonti di finanziamento del partito dei Fratelli Musulmani, il Raggruppamento Nazionale per la Riforma e lo Sviluppo (Tawasul), date le grandi possibilità economiche in possesso del partito e delle sue organizzazioni filantropiche, possibilità che il partito ha impiegato in abbondanza nella sua campagna elettorale per vincere le elezioni legislative mauritane del 23 novembre 2014. Il movimento dei Fratelli Musulmani in Mauritania mira ad ampliare la sua diffusione e far ottenere ai sostenitori i servizi sociali forniti da decine di organizzazioni filantropiche ad esso aderenti.

Una patina di mistero avvolge molte fonti di finanziamento degli islamisti in Mauritania. Era risaputo che parte di esse fosse rappresentata dai commercianti e dagli uomini d’affari associati al movimento e dai fondi di beneficienza provenienti dai paesi del Golfo, specialmente dal Qatar e dal Kuwait. Analogamente, la Turchia invia aiuti umanitari, monetari e alimentari e si occupa della trivellazione dei pozzi nelle zone rurali tramite le organizzazioni filantropiche devote ai Fratelli Musulmani, le quali si sono assunte l’incarico di distribuire gli aiuti tra le varie regioni e i villaggi. Ould Salek (presidente della Mauritania tra il 1978 e il 1979, N.d.T.) indicava tra le fonti di finanziamento principali dei gruppi umanitari dei Fratelli in Mauritania la compagnia delle comunicazioni mauritano-sudanese Chinguitel, filiale della compagnia sudanese Sudatel. In virtù della relazione tra il partito dei Fratelli Musulmani e il movimento dei Fratelli Musulmani al potere in Sudan, la compagnia designa una voce del proprio bilancio all’attività nel sociale, voce che raggiunge i 3 milioni di dollari esclusivamente per i gruppi afferenti ai Fratelli in Mauritania.

 

Le esportazioni somale del carbone

L’agenzia Reuters ha dato notizia di una relazione annuale segreta, composta da 482 pagine, degli investigatori delle Nazioni Unite che afferma che le esportazioni illegali del carbone somalo hanno fruttato al gruppo estremista al-Shabaab legato ad al-Qaeda milioni di dollari nell’ultimo anno. Il Gruppo di Monitoraggio Somalia-Eritrea, che sovrintende il rispetto delle sanzioni delle Nazioni Unite sui due paesi, ha affermato di aver contato 161 navi che esportavano carbone dai porti di Brava e Chisimaio nel sud della Somalia tra giugno 2013 e maggio 2014. Il Consiglio di sicurezza internazionale aveva vietato le esportazioni di carbone dalla Somalia nel febbraio del 2012 nel tentativo di fermare il finanziamento del gruppo al-Shabaab nato da al-Qaeda, che combatte per il dominio della Somalia da anni.

Gli osservatori hanno affermato nella relazione: «È possibile stimare il valore totale del carbone esportato nel 2013 e nel 2014 nel mercato internazionale in oltre 250 milioni di dollari. È possibile anche che tale valore sia superiore, alla luce del fatto che probabilmente il Gruppo di Monitoraggio non ha identificato tutti i carichi. Il volume del traffico internazionale del carbone somalo corrisponde in grande misura ai risultati precedenti». Il Gruppo di Monitoraggio ha dichiarato che un terzo dei carichi, corrispondente a 161, era a nome di uomini d’affari legati al gruppo al-Shabaab, e ha aggiunto che tra giugno 2013 e gennaio 2014 il carbone è stato esportato essenzialmente dai porti di Brava e Chisimaio, mentre dal gennaio del 2014 i carichi sono partiti prevalentemente da Chisimaio poiché la milizia di Ras Chiambone e l’esercito keniano sorvegliavano le operazioni del porto (gli investigatori dell’ONU sostengono che i profitti delle esportazioni che partono da Chisimaio siano divisi tra i ribelli, il governo della regione e i membri dell’esercito keniano che sorveglia il porto dalla sua caduta nelle mani di al-Shabab nel 2012, N.d.T.).

L’esercito keniano, che fa parte della forza militare legata all’Unione Africana per la salvaguardia della pace in Somalia, ha negato le accuse degli osservatori delle Nazioni Unite riguardo al suo contributo alle esportazioni illegali di carbone. Gli osservatori delle Nazioni Unite hanno invece affermato che il gruppo al-Shabaab abbia trasferito la maggior parte delle sue esportazioni a Chisimaio prima del 2014 per nascondere meglio le operazioni di quei commercianti che lavoravano a stretto contatto con al-Shabaab a Brava.

Traduzione di Stefania Dell’Anna

 

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