martedì, Settembre 21

L’impegno australiano tra Ucraina e Stato Islamico field_506ffb1d3dbe2

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Sydney – In Australia è in corso uno dei maggiori dibattiti degli ultimi anni, relativo alla delicata situazione in Medio Oriente e Ucraina. L’attuale Primo Ministro australiano Tony Abbott, eletto nel Settembre dello scorso anno, è stato chiamato a guidare un Paese dall’economia dinamica e dalle politiche regionali controverse ma collaudate, ma non per dirimere importanti controversie internazionali. Una delle principali accuse mosse ad Abbott negli anni, infatti, è stata proprio quella di avere come unico interesse quello di implementare politiche conservatrici di carattere nazionale, senza avere l’esperienza per poter gestire le multiformi relazioni internazionali australiane.

Specialmente negli ultimi mesi, tuttavia, il Primo Ministro australiano si è trovato a dover co-gestire prima le ricerche del volo della Malaysia Airlines 370 (MH370) nell’Oceano Indiano, poi a dover affrontare evoluzioni di politica regionale come l’elezione di Joko Widodo, nuovo Presidente dell’Indonesia – il più popoloso Paese islamico al mondo – per arrivare alle più pressanti questioni di Ucraina e Medio Oriente.

L’Australia ha infatti vissuto i recenti conflitti nella Striscia di Gaza con un forte dibattito interno, al pari della quasi totalità dei Paesi, caratterizzato da una serie di prese di posizione pro-Israele da parte del Governo ma anche da diverse manifestazioni di protesta per l’eccessivo uso della forza da parte di Tel Aviv.

Le sfide più importanti, tuttavia, derivano dalla questione ucraina e dall’espansione in Iraq e Siria dello Stato Islamico (Islamic State – IS). Quest’ultimo è un’organizzazione para-statale di impostazione islamica sunnita estremista non riconosciuta dalla Comunità Internazionale, guidata da Abu Bakr al-Baghdadi e attiva soprattutto in Iraq e Siria. Scopo dell’IS è contrastare il lascito dell’invasione militare del 2003 e conquistare tutti i territori a maggioranza sunnita presenti nei due Paesi, al fine di unirli ed espandere il califfato islamico sunnita fondato sulla Shari’a, la legge islamica.

A tal riguardo, è particolarmente esemplificativo lo slogan باقية وتتمدد, traslitterato come “Baqiya wa Tatamaddad” e composto da due parole chiave: perdurare ed espandersi. E’ inoltre importante ricordare che l’IS si è separato da al-Qaida nel Febbraio scorso, in quanto ritenuto fuori controllo anche dalla nota organizzazione terroristica.

L’Australia riflette dunque da tempo su quale posizione assumere in tale delicato contesto, una situazione che vede coinvolta la Comunità Internazionale in termini simili. Se da un lato, infatti, gli Stati Uniti stanno bombardando già da diverse settimane le postazioni dei jihadisti in Iraq, dall’altro la situazione è più complessa in Siria, dove azioni di questo tenore sarebbero immediatamente considerate atti ostili dal regime di Bashar al-Assad, pure impegnato con ogni mezzo a contrastare l’avanzata dell’IS.

Dopo alcune settimane in cui solo gli Stati Uniti hanno attuato misure volte in tal senso – nel solco del consueto opportunismo europeo, in cui il “gendarme del mondo” fa comodo a seconda dei casi – ora è pronta una coalizione internazionale creata per piegare i miliziani dello Stato Islamico. Quest’ultima è composta da USA, Regno Unito, Francia, Italia, Germania, Danimarca, Polonia, Turchia, Canada e Australia, unico Paese all’interno della coalizione a non essere membro della NATO.

In piena tradizione australiana, dunque, l’impegno del Paese sarà duplice ed interesserà sia i bombardamenti mirati in territorio iracheno sia la contemporanea assistenza umanitaria, nonostante dettagli circa i tempi ed il livello di impegno non siano ancora stati rilasciati. Riguardo a tale questione il Ministro degli Esteri australiano Julie Bishop, durante la riunione biennale della NATO in Galles, ha dichiarato: «Abbiamo discusso una serie di opzioni per sostenere operazioni militari guidate dagli USA per eliminare questa minaccia. L’Australia ha già inviato aiuti umanitari alla popolazione ed armi ai Curdi, ma una richiesta ufficiale di aiuto da parte di Stati Uniti o Regno Unito non è ancora arrivata. Siamo in attesa.»

Un ulteriore, importante problema che l’Australia si trova a dover affrontare nello stesso contesto è rappresentato dal consistente numero di Australiani, circa 60, volati in Medio Oriente per combattere nelle fila dei jihadisti. A tal proposito Bishop ha dichiarato di voler chiedere al Parlamento maggiori poteri di revoca di passaporti di persone coinvolte in tali attività, costantemente monitorate dai servizi segreti australiani.

Ma le attenzioni del governo, dei media e dell’opinione pubblica australiana non si limitano solo al Medio Oriente. L’Australia è infatti fortemente impegnata anche nella delicata vicenda ucraina, a cominciare dalla tragedia del MH17, l’altro aereo della Malaysia Airlines abbattuto nell’Ucraina orientale lo scorso Luglio. In quell’occasione persero la vita 298 persone, tra cui 37 Australiani. L’Australia ha già inviato da tempo 9 investigatori speciali per tentare di fare luce su quanto accaduto – nonostante nessuno nel Paese nutra dubbi sul fatto che l’aereo sia stato abbattuto da separatisti filorussi – ma il governo guidato da Tony Abbott ha intenzione di aprire una ambasciata ad interim a Kiev, al fine di supportare il personale australiano in Ucraina.

Ulteriori sviluppi prevedono aiuti umanitari e militari a breve termine per l’Ucraina, potenzialmente seguiti dallo stop delle esportazioni di uranio australiano alla Russia. Le parole di Abbott a tal riguardo sono chiare: «Australia ed Ucraina sono distanti geograficamente, ma i due Paesi si sono avvicinati molto grazie alla risposta comune verso l’atto atroce che ha ucciso 37 Australiani, perpetrato da separatisti filorussi. Il nostro scopo, nel medio termine, è di fornire assistenza civile e militare all’Ucraina ed al suo esercito».

La lontana Australia si prepara dunque ad un duplice impegno in Medio Oriente ed in Ucraina, argomenti di cui abbiamo discusso con Daniel Johnson, politologo australiano con un forte interesse per la politica internazionale australiana:

 

Mr. Johnson, l’Australia è uno dei Paesi occidentali più isolati al mondo, come spiega il suo costante impegno in contesti da essa così distanti?

L’Australia non solo vanta un percorso storico comune a quello britannico o statunitense, ma in virtù di questo ha una serie di interessi politici, economici e diversi trattati bilaterali e multilaterali che la legano agli interessi dei suoi alleati. Quanto detto, ovviamente, vale per tutte le parti coinvolte.

 

L’attuale Primo Ministro, Tony Abbott, è stato eletto grazie ai timori che l’economia australiana seguisse il trend negativo di Stati Uniti ed Europa, non certo per affrontare crisi internazionali. Crede che sia l’uomo adatto?

Ha detto bene, Tony Abbott non è stato votato in previsione di quanto è accaduto, ma questo non possiamo cambiarlo. Nonostante sia vero il suo motto in politica estera è “less Geneva more Jakarta” [“meno Ginevra, più Giacarta”], un capo di governo nella sua posizione non può evitare di affrontare certe questioni. Abbott per ora non si è certo tirato indietro, sia in ambito di politiche regionali sia in contesti più ampi come quelli dell’Ucraina e del Medio Oriente. Però bisogna agire con cautela, l’Australia, come gli Stati Uniti e il Regno Unito, ha spesso avuto conseguenze negative dalla lotta al terrorismo.

 

A proposito di questo, quali pensa che potrebbero essere i rischi di un nuovo intervento australiano in Iraq?

L’Australia è sempre intervenuta, al fianco dei suoi alleati, nel Medio Oriente. Dalla Guerra del Golfo del 1991 a quella in Afghanistan nel 2001, fino all’impegno in Iraq nel 2003. Proprio questo impegno di lungo corso nel Medio Oriente, unito alla politica di difesa nazionale nell’Arco di Instabilità vicino alle nostre coste, ha comportato nel tempo una serie di attacchi terroristici di matrice islamica nei confronti di Australiani, soprattutto in Indonesia. Per quanto l’ISIL sia considerato da diversi estremisti islamici come un’organizzazione oramai fuori controllo, l’Australia non può fare a meno di tenere in considerazione che un suo coinvolgimento in Iraq potrebbe avere conseguenze di questa natura.

 

Quali potrebbero essere gli sviluppi dell’impegno australiano nel Medio Oriente?

E’ oramai questione di tempo prima che anche l’Australia prenda parte ai bombardamenti mirati in Iraq, assieme agli Stati Uniti ed al resto dei Paesi della nuova coalizione. E’ vero che manca ancora la richiesta esplicita di sostegno da parte della Casa Bianca, ma credo che sia questione di giorni. Il nostro Ministro degli Esteri ha assicurato che qualunque impegno militare sarà accompagnato da un’attività di carattere umanitario, come spesso accade in tale contesti, a questo punto tutto dipende da quanto velocemente o meno la coalizione sarà in grado di ridurre le forze dell’ISIL ad un livello ritenuto accettabile.

 

In Ucraina, invece, quali sono i passi da seguire?

La situazione è molto delicata anche nell’Ucraina orientale, e non bisogna sottovalutare il peso della vicenda del MH17 sulla politica e sull’opinione pubblica australiana. L’Australia, come molti Paesi europei, è stata colpita dal blocco delle importazioni di cibo da parte della Russia, ma il nostro interscambio con Mosca non è molto significativo, nel 2013 è stato di 1,8 miliardi di dollari. L’Australia è più che autosufficiente in ambito energetico e alimentare e, tenendo conto di queste caratteristiche, da Canberra si potrebbe decidere di inasprire ulteriormente le sanzioni. Quanto al sostegno al governo di Kiev, nonostante il Governo esiti ancora, a questo punto è un atto dovuto ma è anche una misura in linea con quanto fatto da molti Paesi europei.

 

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