domenica, Maggio 9

L'impegno africano di Hollande field_506ffb1d3dbe2

0

hollande

Parigi – Il 17 luglio, il Presidente Hollande si è nuovamente recato in Africa per un viaggio istituzionale di tre giorni che l’ha portato in tre stati della zona sub-sahariana: Costa d’Avorio, Niger e Ciad. Accompagnato da una delegazione di 50 uomini, tra cui il Ministro della Difesa, Jean-Yves Le Drian, e dal Ministro degli Esteri, Laurent Fabius, il Capo di stato francese ha intrapreso questa nuova tournée per ragioni commerciali e per lanciare l’operazione “Barkhane”, una nuova missione militare volta a contrastare il terrorismo nell’intera zona del Sahel. Il progetto, che prende il nome dalle dune di sabbia modellate dal vento, rimpiazzerà la missione “Serval”, lanciata l’11 gennaio contro i gruppi jihadisti di Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb islamico), Mujao (Movimento per l’unicità della jihad nell’Africa occidentale) e Ansar Dine che occupavano la parte settentrionale del Mali. Creata in collaborazione con la Mauritania, il Mali, il Niger, il Burkina Faso e il Ciad, ”Barkhane” prevede la presenza di 3000 militari francesi sul territorio e di un considerevole numero di mezzi tecnici: 20 elicotteri, 200 veicoli blindati, 10 aerei da trasporto, 3 droni e 6 aerei da caccia. Le truppe verranno dispiegate nell’intera zona saheliana, in modo da ampliare la lotta ai gruppi terroristi che fino ad oggi si era concentrata esclusivamente in Mali.

Il prof. Roland Marchal, politologo dell’università Science Po di Parigi ed esperto di economia e conflitti dell’Africa subsahariana, ci ha dato la sua opinione in merito al viaggio di Hollande e al nuovo progetto militare.

 

Quali sono le principali differenze tra l’operazione “Barkhane” e la precedente “Serval”?

La missione “Serval” aveva un carattere essenzialmente militare e non politico, visto che il suo scopo era quello di distruggere il dispositivo terrorista dislocato nella zona settentrionale del Mali. A partire dall’11 gennaio 2013, data di inizio dell’operazione, gli eventi si sono succeduti in un modo rapido ed efficace, con poche battaglie che hanno causato in breve tempo la ritirata dei jihadisti. In un primo momento, agli occhi dell’opinione pubblica francese e maliana, questo veloce susseguirsi di eventi ha assunto i toni di una vittoria annunciata. A questo è seguito un secondo momento in cui i terroristi si sono rifugiati nella zona montuosa dell’Adrar des Ifoghas, a nord del paese. A partire da quel momento è cominciata una caccia ai commando jihadisti e ai loro nascondigli dislocati tra le rocce delle montagne. Con la missione “Barkhane” si entrerà in un nuova fase, in cui la lotta ai terroristi islamici non interesserà solamente il territorio maliano, ma si svolgerà su tutta la regione, grazie soprattutto ai potenti mezzi che verranno impiegati dall’esercito francese. Questa regionalizzazione del dispositivo militare sarà inoltre supportata da un sostegno più concreto da parte dei paesi partner.

Secondo lei si può affermare che l’operazione “Serval” si è conclusa con successo?

Dal punto di vista militare ha riportato indubbiamente dei risultati positivi. Detto questo, ci sono molti problemi politici che ancora oggi restano irrisolti. Penso soprattutto all’incapacità dello stato maliano di riformarsi adeguatamente e alla questione dei ribelli indipendentisti tuareg stanziati nella regione di Kidal. Per dare un giudizio globale bisogna attendere ancora un po’ e avere una visione completa della situazione. Ad oggi, si può semplicemente constatare con una certa preoccupazione che la crisi è ancora lontana dall’essere risolta.

Quali sono i principali ostacoli che incontrerà la nuova operazione Barkhane?

Si tratta di un dispositivo militare straniero in territorio africano, in paesi che hanno una forte identità nazionale come il Mali e la Nigeria. Il rischio è quello che, con il passare del tempo, la sua presenza venga vista sempre più come un’invasione coloniale. Al fine di migliorare l’efficacia di questa nuova missione, gli Stati interessati si dovranno comportare come autorità legittimate, fornendo alle popolazioni i servizi sociali necessari.

Il ministro della difesa, Jean-Yves Le Drian, ha dichiarato che l’operazione durerà il tempo necessario per sradicare la minaccia terrorista.  C’è il rischio che “Barkhane” si protragga per anni diventando una missione infinita?

E’ lo stesso dubbio che sorse all’inizio dell’operazione Serval. Secondo quanto dichiarato dal Presidente Hollande in occasione della sua prima visita a Bamako nel settembre 2013, oggi il numero di soldati stanziati nella zona dovrebbe ammontare a 1000 unità. Una promessa che non è stata rispettata, visto che ci sono ancora 1700 militari francesi, senza contare il gran numero di dispositivi logistici utilizzati. La durata della missione dipenderà dalla capacità che avranno i Paesi appartenenti alla zona sahelo-sahariana nell’attuare le necessarie riforme politiche. A questo si aggiunge anche la disponibilità finanziaria del Ministero della difesa francese.

Tra i Paesi che verranno visitati da Hollande figura anche il Ciad, una nazione che diede un importante aiuto militare alla Francia durante il suo intervento nel Mali. Che ruolo potrebbe avere in questa nuova fase?

Ancora una volta, il problema è politico e non militare. Il Ciad ha senza dubbio un esercito pronto e ben addestrato, anche se in repubblica Centrafricana si è macchiato di orrendi crimini contro l’umanità. Il suo governo, però, ricorda una di quelle dittature africane degli anni ’60, in cui gli affari di stato sono gestiti da padre e figli, l’opposizione politica è pressoché nulla e le elezioni si svolgono saltuariamente senza una cadenza regolare. A questo si aggiunge anche lo stato di salute del Presidente, Idriss Déby, che versa in condizioni sempre più critiche.

Hollande ha incontrato anche il Presidente della Costa d’Avorio, Alassane Outtara, salito al potere nell’aprile del 2011 in seguito a delle elezioni molto discusse, che videro la morte di 3000 uomini. Come definirebbe gli attuali rapporti franco-ivoriani?

Tra i tre Paesi visitati da Hollande, la Costa d’Avorio è quello in cui gli interessi dell’Eliseo sono più forti. Anche se i rapporti tra i due stati sono ottimi, sono state formulate alcune accuse dall’amministrazione francese riguardanti il carattere dittatoriale del governo ivoriano, un forte tasso di corruzione e le mancate riforme istituzionali annunciate da Outtara.

Che reputazione ha Hollande nei Paesi dell’Africa occidentale?

Penso che più di opinione pubblica si debba parlare di reazioni popolari, legate spesso alla percezione che gli abitanti hanno riguardo i vari interventi francesi. Quando cominciò l’operazione “Serval”, ad esempio, la popolazione maliana vedeva Hollande come un salvatore; in questo ultimo periodo, dopo i recenti scontri a Kidal, c’è stata un’inversione di tendenza che ha etichettato il Presidente come un amico dei tuareg incapace di prendere una posizione chiara contro i gruppi separatisti. In Niger, invece, il Presidente francese gode di una buona reputazione grazie all’accordo firmato tra lo stato e la società francese Areva.

E nell’opinione pubblica francese? L’intervento nel Mali del 2013 provocò un’impennata di consensi nell’elettorato. Succederà la stessa cosa con l’operazione “Barkhane”?

Non penso che questa volta assisteremo ad un’altra ondata di consensi. Effettivamente, quando c’è un intervento militare da parte dell’esercito francese, la popolazione sostiene sempre le sue truppe e il suo Presidente. Questo avvenne in particolar modo con l’operazione “Serval”, inviata in Africa per combattere i “cattivi” islamici. Quest’ondata di simpatia, però, dura sempre un paio di settimane al massimo. Per questo Hollande non potrà trarre un vero beneficio politico da queste missioni.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->