martedì, Maggio 18

L'ignoranza costa field_506ffb1d3dbe2

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La settimana scorsa mi trovavo a passare per i monti del Chiapas, in mezzo a borghi di case che bisogna avere molto coraggio a chiamare paesi. Esiste una legge strana nel Messico in base alla quale bastano cinque anni per usucapire un terreno. Per questo moltissime famiglie occupano un terreno apparentemente libero nel luogo dove più gli aggrada, costruiscono una baracca in lamiera o altro materiale che trovano sul posto, ci piazzano nel mezzo qualche amaca e attendono semplicemente che trascorrano i cinque anni dopo i quali il governo federale messicano decide di portare loro beni di lusso quali fognature, elettricità, acqua corrente. Questo meccanismo genera le favelas in continua espansione attorno a Città del Messico, ma anche, in altri luoghi più impervi, borghi di case che dirvi non so.

Badate quindi che in base a questa legge sull’usucapione in questi borghi mancano fognature, mancano elettricità ed acqua corrente, ma quello che non manca è la scuola. Almeno quella che qui da noi potremmo definire “elementare”. Scuole di mille colori, senza giardino, con il tetto in amianto, ma scuole, considerate generi di prima necessità prima ancora dell’acqua. E sul muro di una di queste scuole la scritta “educar un nino costas mucho, no educarlo costas mas” (educare un bambino costa molto, non educarlo costa di più).

Che schiaffo morale ho sentito nel leggere questa scritta. Uno schiaffo dato proprio con la mano aperta e rivolto proprio a me, cittadina di uno dei Paesi del G8, cittadina di uno dei Paesi nei quali quando qualcosa c’è da tagliare, invece degli stipendi della casta e degli sprechi retaggio di uno stile di vita palesemente non più sostenibile, tagliamo l’istruzione. Non è solo una mia impressione, i dati Eurostat parlano chiaro: in Italia nel 2011 soltanto l’8,5% della spesa pubblica è stato destinato all’istruzione, contro il 10,9% di quanto è avvenuto nello stesso anno nel resto d’Europa. Tra il 2010 e il 2012 le spese per l’istruzione sono state ridotte complessivamente di oltre il 10%.

Con questa politica di tagli la crisi c’entra quindi poco: tagliare sull’istruzione si rivela più che altro una scelta. Una decisione che l’Europa stessa condanna duramente: dopo aver analizzato i bilanci dei 27 Stati Membri ed aver notato che solamente 8 avevano effettuato tagli sull’istruzione (Italia in primis), la Commissione stessa ci ha ripresi duramente nel 2013. Essere istruiti, d’altra parte, qui da noi non conviene più. Un po’ per la crisi, un po’ perchè c’è qualcuno che su questa crisi ci marcia, sono sempre di più i giovani che studiano qui a casa e poi vanno a cercare lavoro all’estero. Sono 68 mila solo quelli che si sono trasferiti nel 2012, mancano ancora i dati del 2013, ma sembra che il dato sia destinato a crescere visto che nel 2011 erano 18mila in meno coloro che tentavano la sorte all’estero.

Come a dire che quegli scarsi investimenti che facciamo per istruire i giovani vengono poi goduti da qualcun altro, che sicuramente li apprezza più di noi. Facciamo insomma tanta fatica per alimentare braccia e cervelli che possano aiutarci ad uscire dalla crisi per poi “svenderli” a qualcuno che offre non la prospettiva di ricchezza infinita, ma semplicemente un lavoro onesto che permetta magari di mettere su una casa dignitosa e una famiglia.

In Italia chi rimane? Coloro che scelgono di restare (e che non so se definire coraggiosi o incoscienti) e quelli che poco tempo fa sono stati definiti poco occupabilida una recente indagine Ocse, ovvero che non possiedono nemmeno le competenze linguistiche e matematiche minime per potersela cavare nel mondo reale. A pagare le spese di questa politica che mira a mangiare oggi la frutta piuttosto che a piantare dei semi che possano dare sempre più cibo negli anni a venire non sono solo i giovani. Certo, loro in primis sono quelli che vengono spinti tra le braccia di Paesi più ospitali del nostro, quelli che, assieme alle proprie famiglie, devono sostenere i disagi che il trasferimento comporta, ma a ben vedere le spese per quste mancanze le paghiamo tutti.

Un Paese che invecchia, che non ha ricambio generazionale perché si rimane al lavoro fino a che non si crolla, nel quale gli anziani non hanno una nuova generazione a provvedere a loro perchè figli e nipoti sono lontani migliaia di chilometri, nel quale i giovani sono poco occupabili e non possiedono nemmeno le competenze per gestire una vita adulta, figuriamoci contribuire ad uscire dalla crisi, ha delle spese legate all’ignoranza che paghiamo tutti e le paghiamo care.

L’ignoranza costa più di qualsiasi altra cosa. Nei bilanci dovrebbe essere segnata la spesa legata all’ignoranza al posto di quella legata all’istruzione, che dovrebbe trovarsi invece al capitolo “investimenti”. Perchè non sarà nessun deus ex machina a farci uscire dalla crisi. A farci uscire dalla crisi saranno solo le nostre braccia e i nostri cervelli, se ne avremo ancora.

 

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