mercoledì, Maggio 19

Life: le foto di un mito

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Dennis Stock, chi era costui? Ce lo racconta Anton Corbijn, cineasta olandese stranamente somigliante, nel fisico e nel nome, al nuovo leader dei laburisti inglesi.
Life, in questi giorni nelle sale italiane con buon successo di pubblico, è un film sull’amicizia, sull’insicurezza, sulla nostalgia di un tempo passato per sempre ma sempre di moda. Un tempo in cui era possibile che due ragazzi intorno ai venticinque anni, di grande talento, si incontrassero esattamente al momento giusto per collocarsi reciprocamente in rampa di lancio verso il successo.
Uno dei due era, appunto, Dennis Stock, nel 1955 fotografo precario, un matrimonio fallito con relativo figlio a carico, ‘scagnozzo da red carpet’ per sbarcare il lunario, ma potenziale artista inespresso e futura colonna dell’agenzia Magnum e del celebre magazine che da’ il nome al film di cui stiamo scrivendo.
L’altro, era semplicemente James Byron Dean.

Un predestinatol’altro prescelto da chi governa le cose del mondo a incarnare volto e anima della gioventù per almeno 70 anni a venire. Tanto è vero che Robert Pattinson, star vampiresca della serie ‘Twilight‘,  scelto dal regista per il ruolo di Stock, ricorre ancora oggi a vezzi espressivi mutuati dalla generazione dei Dean e dei Brando. Sguardo obliquo, raramente puntato sulla macchina da presa, dialoghi smozzicati e infarciti di pause, tutto il corredo di una nouvelle vague nata nell’America del Giovane Holden e dell’Actor’s Studio di Lee Strasberg.

Più convincente la recitazione del giovanissimo Dane De Haan, che ci restituisce un Jimmy Dean forse non intensamente  bello come l’originale ma molto credibile, nei suoi tic e soprattutto nell’esprimere una sensibilità sempre esasperata, al limite tra disincanto e disperazione.
Quell’indefinibile inquietudine nata negli anni del dopoguerra, declinata in modo diverso da generazioni diverse, ma sempre perfettamente riconoscibile da chi oggi rivede in James Dean non solo se stesso da giovane, ma anche i propri figli e perfino i nipoti.

Il miracolo dell’arte avviene quando meno te lo aspetti, ed è figlio di tante coincidenze favorevoli, fortuite o cercate che siano. Bene fece il fotografo Stock a non farsi prendere dallo sconforto e seguire il bizzoso Jimmy nella sua boheme  newyorchese prima, addirittura nel natìo Indiana poi: il risultato sono scatti che hanno segnato un’ epoca, immortalando gli ultimi giorni del mito e contribuendone contemporaneamente alla costruzione.
Bene ha fatto, in ultima analisi, il regista Corbijn a regalarsi e regalarci questo viaggio sentimentale di notevole delicatezza emotiva, realizzato con elevatissima precisione stilistica e scenografica. C’è più sapore d’epoca in questo film che in mille fiction italiane con le stesse ambizioni.

Citazioni finali per lo specialista in cameos Ben Kingsley, qui nei panni del tycoon Jack Warner ma ormai quasi intercambiabile nelle sue caratterizzazioni, e per Alessandra Mastronardi, esordiente in trasferta senza lode né infamia nella parte di Pier Angeli. Vale a dire la nostra piccola diva da esportazione Annamaria Pierangeli, che la precedette di sessant’anni a Hollywood facendo innamorare di sé James Dean per poi condividerne, qualche anno dopo, la tragica fine.

 

 

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