sabato, Settembre 18

Libro Bianco della Difesa, a che punto siamo? image

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Ci eravamo dimenticati dei carri armati. Tutti presi dalle app e dai profili social, pensavamo che la guerra fosse ormai solo cyber. Hacker contro dipartimenti di Stato, virus nelle centrali atomiche del nemico. Il trionfo dell’intelligence e della polvere sotto il tappeto. Ma i confini europei bruciano come mai prima d’ora, e la Difesa, quella vera, pesante, è tornata di moda. Dalla guerra civile in Ucraina agli attacchi dello Stato Islamico in Iraq, abbiamo scoperto che i conflitti non si sono poi davvero placati, che le guerre non vengono combattute solo all’interno degli Stati, come in Siria. Certo è che la contemporaneità ci rimanda a tempi passati, al valore della materia dei carri, al numero di obici, alla potenza di fuoco delle batterie anti-missile.

Il mondo militare è sempre stato un oggetto misterioso per l’Italia. L’Europa beneficia più di quanto non si pensi della progressiva omogeneizzazione degli apparati, e quella vera unione che manca sotto tanti punti di vista, paradossalmente, di fatto esiste già se parliamo di Forze Armate. Sarà che la leadership politica europea è latitante, ma la NATO è l’unico vero capo-bastone delle missioni operative dei Paesi membri dell’UE. E così l’Italia si ritrova con tanti, tantissimi militari e pochissime risorse, nonostante negli ultimi anni si sia molto parlato di riforme e tagli. Tagli che ci sono stati, soprattutto nel numero del personale, ma con un’organizzazione approssimativa, che ha risentito non poco dei continui cambi al vertice.

La Riforma del 2012 dell’ex Ministro Giampaolo Di Paola, oggi consulente in Finmeccanica, aveva obiettivi ambiziosi, ma tempi dilatati. A due anni dal varo la situazione geopolitica è talmente modificata che la visione dell’Ammiraglio è da ritenersi superata. Il Ministro della Difesa del Governo Renzi, quella Roberta Pinotti che in molti già vedono come futuro Presidente della Repubblica, vuole lasciare un segno tangibile del suo passaggio nel dicastero più in ombra. La stesura finale del nuovo Libro Bianco della Difesa è previsto entro la fine del 2014. Le linee guida sono già state pubblicate, e si può addirittura intervenire sulla sua composizione inviando una e-mail all’apposito account (librobianco@difesa.it). Per quanto possa sembrare solo una questione di struttura, la pubblicazione di questo documento mette in evidenza tanti aspetti politici ed economici dell’Italia per i prossimi venti anni.

Che cosa dovràessere’ allora il Libro Bianco della Difesa? Quali saranno i pilastri su cui impostare la nostra visione strategica? Si partirà certamente dal ruolo chiave della NATO, unico vero punto fermo dell’asse UE-Stati Uniti. L’Alleanza Nord Atlantica si è fatta carico di conflitti remoti ed estremamente pericolosi negli ultimi anni, Afghanistan e Iraq su tutti. Come se non bastasse, il Segretario uscente, Anders Rasmussen, non ha mai risparmiato stoccate decise nei confronti della Russia di Vladimir Putin. Un confronto che oggi è più che mai attuale, con la decisione (contestata USA) di preparare in queste ore una forza multinazionale di reazione rapida da dispiegare nell’Ucraina orientale.

Le linee guida del Libro Bianco, presentate lo scorso giugno in seguito all’approvazione del Consiglio Superiore di Difesa, sono solo il primo testo di formulazione di quello che sarà l’apparato militare italiano. La nota positiva è che la politica torna a occuparsi della Difesa dopo anni di completo disinteresse, se non per la parte investimenti. I punti cardine del documento presentato dal Ministro Pinotti sono, nell’ordine: la mancanza di un vero antagonistaclassico’, anche se non si può escludere del tutto questa minaccia; la possibilità di subire attacchi di ogni genere, dal ‘cyber-warfare’ al terrorismo, la necessità di operare in contesti diversi simultaneamente, e il bisogno di razionalizzare le risorse in relazione alle reali minacce. Insomma, la situazione è tutt’altro che rosea, e l’Italia non può certamente farsi carico di spese e apparati già eccessivi. Quello che si legge tra le righe è la volontà del nostro Paese di essere ancora protagonista in campo internazionale nelle missioni a guida ONU o NATO, ma selezionando con cura le conclamate possibilità che abbiamo negli interventi.
Nei 90 punti espressi dalle linee guida ministeriali, al numero 19 si può leggere: «L’Italia crede fermamente  nel rafforzamento della Politica Comune di Sicurezza e Difesa e per questo promuove attivamente un’evoluzione del ruolo dell’Europa secondo dinamiche che prevedano una crescente integrazione di risorse e capacità tra i Paesi membri». E questo indica, in prospettiva, la volontà italiana di dare nuovo slancio alle politiche comuni europee, anche grazie alla nomina di Federica Mogherini come Alto Rappresentante della Politica Estera dell’UE. Come verrà implementata, però, la capacità italiana in forza all’EDA (European Defence Agency), è ancora un mistero.

L’instabilità ormai regina del Mediterraneo sarà per l’Italia un vero banco di prova. Passeremo la mano aspettando che altre organizzazioni internazionali se ne facciano carico e lavoreremo in sordina, ancora una volta, stringendo accordi bilaterali, oppure apriremo la pista per interventi diretti? Il Diritto Internazionale sembra ormai diventato un esercizio di stile, eppure anche in questo caso il dicastero di Roberta Pinotti dovrà dare indicazioni ben precise.
Ciò che non è mancato alla Difesa, negli ultimi lustri, è stato l’interesse nei confronti dell’industria. Anche qui è pertinente registrare come gli investimenti siano stati formalizzati da chiunque tranne che dalla politica. Non è una questione di F35, perché l’Italia oggi dispone di circa 200 carri armati, ma solo un quarto di essi risulta impiegabile. La ripartizione interna delle spese attinenti al funzionamento dell’Esercito è compresa nel budget Funzione Difesa‘, composto dalle tre categorie ‘Personale’, relativa alle spese per gli stipendi, ‘Esercizio’, comprendente attività di addestramento e spese per la manutenzione dei mezzi, e ‘Investimento’, per ricerca e sviluppo.

Un bilanciamento ottimale tra le componenti potrebbe pesare per il 40% per il ‘Personale’, corrispondendo un 30% ciascuno alle altre due componenti, ‘Esercizio’ e ‘Investimento’. Eppure, nel 2012 la ripartizione della Difesa è stata del 70,6% per il personale, 18,2% per gli investimenti e solo l’11% per l’Esercizio, cioè per l’operatività delle Forze Armate. Nel 2013 il personale rappresentava ancora il 67,20%, mentre per l’esercizio c’è un misero 9,24% e per l’investimento un 23,56%. Ciò significa che nel caso in cui si dovesse intervenire in una zona di conflitto, anche relativamente vicina, l’Italia avrebbe grandissime difficoltà a muovere i propri uomini e i propri mezzi, nonostante un imponente apparato militare. Se nel 2010 erano mediamente impegnati 8,300 uomini, si era scesi a 7,400 alla fine del 2011 e poi a 6,650 alla fine del 2012. Il 2014 ha visto scendere il numero a 5,300.

Uno degli interventi che vengono richiesti al Libro Bianco è una ridefinizione del Consiglio Supermo di Difesa, in grado di operare come Consiglio di Sicurezza. Per farlo, però, occorre una modifica costituzionale, e sembra davvero difficile che il Governo voglia intraprendere una strada così politicamente rischiosa. Un’altra ‘piccola rivoluzione’ potrebbe essere l’istituzione di una legge di programmazione quinquennale per l’acquisto degli equipaggiamenti, consentendo così una pianificazione più efficace e un maggiore controllo parlamentare.
L’Italia è anche un grande esportatore di materiale bellico di grande precisione. Perché, allora, non gestire meglio questo settore economico, istituendo un organo governativo in grado di monitorare e controllare la reale destinazione d’uso delle armi? È un fatto che l’esportazione di armi di piccolo calibro sia in diretta correlazione con un aumento della violenza. Meglio prevenire o curare?

Altre misure già state proposte da precedenti disegni di riforma e mai applicati rappresentano il numero di effettivi dell’Esercito. La componente attiva deve scendere fino ad almeno 7-8 brigate, di cui almeno una in grado da essere dispiegata immediatamente. I teatri di conflitto che si presentano oggi richiedono un approccio diretto, che deve essere sì coordinato dalle organizzazioni internazionali, ma che non può aspettare mesi di preparazione.

Le aree di interesse strategico per l’Italia, ormai, non sono più rappresentate solo dal bacino del Mediterraneo e dal Nord Africa. La mancanza assoluta di una visione strategica ha comportato l’attacco aereo alla Libia e al rovesciamento di Gheddafi, andando, però, a liberare forze particolari che oggi minacciano la stabilità dell’intera regione. Se nessun Paese può dirsi davvero capace di governare tali cambiamenti, è anche vero che l’Unione Europea può far tesoro dei suoi errori e dei suoi immobilismi. L’Italia, in questo senso, ha una grande chance davanti a sé. Provare a farsi faro europeo nel Mediterraneo, passando anche da un diverso approccio nei confronti del mondo militare e diplomatico. Certamente non basterà un Libro Bianco a cambiare le carte in tavola, ma se il lavoro sarà accurato avremo davanti un importante punto di partenza.

 

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