mercoledì, Luglio 28

Libri, premi letterari e mercato field_506ffb1d3dbe2

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libri premi letterali

Venerdì scorso era su tutti i giornali la vittoria dello scrittore Francesco Piccolo alla 68a edizione del Premio Strega con il suo libro ‘Il desiderio di essere come tutti’ edito da Einaudi. Il Premio Strega, che viene assegnato annualmente a un libro pubblicato tra il 1 aprile dell’anno precedente e il 31 marzo dell’anno in corso, è il più prestigioso riconoscimento letterario d’Italia, ma gode di una consolidata fama anche in Europa e nel resto del mondo. Fu istituito nel 1947 all’interno del salotto letterario di Maria e Goffredo Bellonci, con il contributo di Guido Alberti, proprietario del liquore Strega, che dà il nome al Premio e continua a finanziare la manifestazione. Essa è organizzata e gestita dal 1986 dalla Fondazione Bellonci, che si occupa principalmente di promozione e diffusione della lettura di libri di narrativa, e il cui attuale presidente e direttore è Tullio De Mauro.

L’indagine Experts’ Awards and Economic Success: Evidence from an Italian Literary Prize’, svolta da Michela Ponzo, ricercatrice del Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche dell’Università di Napoli Federico II e Vincenzo Scoppa, professore Ordinario di Economia Politica, Dipartimento di Scienze Economiche, Statistiche e Finanziarie dell’Università della Calabria, pubblicata nel giugno 2013 in ‘CSEF Working Paper’ n. 335, e sintetizzata in un lavoro intitolato ‘Per la gloria o per il denaro? Un’analisi empirica dell’impatto del Premio Strega sul successo commerciale dei libri’, esamina l’impatto del premio sulle vendite, tenendo conto per i dati non delle vendite effettive di ciascun libro, ma del numero totale di copie possedute dai membri di Anobii, un sito web molto popolare di appassionati della lettura, e dei dati sulle classifiche settimanali dei libri più venduti (per un periodo di 30 anni, dal 1975 al 2005) pubblicati sull’inserto Tuttolibri de La Stampa. I docenti applicano la cosiddetta “regressione con discontinuità”, basandosi sul totale dei voti della giuria ricevuti da ciascun libro in competizione ogni anno. In questa metodologia gli autori confrontano libri quanto più possibile simili, che differiscono solo per il fatto che alcuni hanno vinto il premio e altri no. Questo permette di notare che le vendite tendono a crescere con l’aumentare dei voti assegnati dalla giuria. Tuttavia, l’aspetto più rilevante riguarda la discontinuità della relazione in coincidenza con il conferimento del Premio: il ‘salto’ della funzione rappresenta l’impatto del Premio sulle vendite.In termini quantitativi, l’incremento di vendite per i libri che ricevono il Premio Strega è enorme, stimato intorno al 400-500%. Questo range di valori è stato ottenuto in diverse stime econometri che, tenendo conto – oltre che dei voti ottenuti dalla giuria – anche di eventuali effetti addizionali sulle vendite derivanti dalla casa editrice, dall’anno di pubblicazione, dal fatto che i libri possano aver ottenuto altri premi, dal successo commerciale conseguito dagli autori con libri pubblicati in precedenza, ecc.

La seconda strategia di stima adottata per verificare la rilevanza del Premio usai dati delle classifiche dei libri più venduti e si basa su delle semplici differenze. Sfruttando il fatto che i libri in competizione ogni anno vengono pubblicati con diversi mesi di anticipo,è possibile calcolare la performance dei libri (in termini di settimane di presenza nelle classifiche) sia per quelli che risulteranno premiati che per gli altri, prima e dopo il conferimento del Premio. I libri che vinceranno il premio sono presenti in classifica in media per circa 8.93 settimane prima del conferimento, mentre quelli che non risulteranno vincitori sono presenti in media per circa una settimana soltanto. La differenza di permanenza tra i due può essere considerata una misura di differente qualità tra libri vincitori e no.Successivamente al conferimento del premio in luglio, i libri premiati risultano presenti in classifica per 23.46 settimane, mentre i non vincitori sono presenti per poco meno di una settimana. La differenza tra le due permanenze non può essere attribuita interamente all’ effetto del Premio Strega, considerate le differenze già esistenti tra queste due categorie, ma rappresenta una misura di tale effetto in termini di presenza nella classifica dei bestseller.E la probabilità di entrare in classifica è molto più bassa (intorno al 10%) per i libri non vincitori. Nella fase successiva alla premiazione, la probabilità di essere presente in classifica balza ad oltre il 90% per i libri premiati, mentre rimane pressoché invariata per gli altri libri. Tale probabilità si riduce progressivamente per i vincitori nelle settimane successive, ma perfino dopo 40 settimane dall’assegnazione del premio permane una differenza positiva rispetto agli altri libri.

I premi letterari in Italia continuano a proliferare, ma non determinano, a parte casi come lo Strega, il Campiello o altri di grande portata, grandi oscillazioni sulle vendite e un aumento consistente dei lettori di libri cartacei o digitali, che in Italia appare assai basso rispetto che in Europa.

Abbiamo intervistato sull’argomento Valentina Cecconiprofessore a contratto per il corso di Marketing Editoriale nell’Università di Roma Tregià Marketing Manager per la casa editrice Baldini Castoldi Dalai, che dedica l’intervista allo scomparso Giorgio Faletti autore con cui ha lavorato per tanti anni presso la casa editrice e Antonio Alizzidocente di Managment dell’Editoria presso l’Università degli Studi di Verona.

 

Si è appena concluso il Premio Strega con la vittoria di Francesco Piccolo. Come stanno andando i premi letterari in Italia?

(Valentina Cecconi) La risposta dipende ovviamente dalla tipologia di premio: ci sono alcuni premi letterari che in termini di visibilità e in termini di vendite per le case editrici fungono da cassa di risonanza, in riferimento al Premio Strega, esso è quello più importante sia dal punto di vista degli autori che dal punto di vista delle case editrici. Per le case editrici che riescono a classificarsi nei primi dodici posti, è una risonanza in termini commerciali, per quanto riguarda gli altri a mio avviso si sta assistendo a una progressiva perdita di importanza, nel senso che l’attenzione su questi premi minori sta un po’ scemando.

(Antonio Alizzi) I premi letterari in Italia, dal punto di vista del riscontro verso il grande pubblico, direi che stanno andando piuttosto male, nel senso che se l’obbiettivo del premio letterario è quello sia di incrementare i dati relativi alla lettura, sia avvicinare il pubblico, che in maggioranza non legge, alla lettura e di far leggere di più quelli che già leggono, il premio letterario in Italia riesce ad incidere poco. Situazione diversa, giusto per fare un esempio, nel caso della Germania, dove il premio letterario riesce a far stampare e ristampare dei libri in centinaia e migliaia di copie, cosa che in Italia non accade. Se invece la domanda si riferisce a come le case editrici vivono il momento dei premi letterari, e in che misura si compiacciono di parteciparvi, e prima ancora di finanziarli, allora direi che questi, come accade da decenni, continuano ad andare bene. Il problema è che bisognerebbe intendersi, per dare una risposta univoca su quale sia l’obiettivo del premio letterario. Questo in genere, come manifestazione, vede una serie di lettori, o un gruppo di lettori, che decreta il successo o l’insuccesso, e comunque è un’organizzazione piramidale, dall’opera più gradita che vince a quelle meno apprezzate che non vincono. Questo gruppo di lettori interpreta l’humus culturale rispetto alla lettura, e in modo particolare i gusti della maggioranza. In Italia abbiamo un problema strutturale, che fa riferimento alla percentuale bassissima di lettori nel nostro paese: infatti abbiamo più di un italiano su due che non legge. Coloro che leggono lo fanno in misura molto dispari tra di loro, con una piccolissima fetta di lettori forti (che leggono circa un libro al mese). I premi letterari diventano oggetto di curiosità e di approfondimento per questa fetta ridotta. Il punto è che i premi non sono incisivi per l’obiettivo che dovrebbero avere, ossia far leggere di più molte più persone. In questo senso i nostri premi letterari non sono centrati su questo aspetto per tutta una serie di ragioni, legate all’organizzazione, ma anche alla struttura stessa dei lettori in Italia.

Quali spiegazioni si trovano alla base della proliferazione di questi premi nel nostro Paese?

(Valentina Cecconi) Le ragioni sono diverse: da una parte proprio la volontà di portare l’attenzione dell’opinione pubblica e della gente su questa tematica, quindi l’intento di suscitare interesse verso la lettura e quello che avviene intorno al panorama letterario italiano; dall’altra alcune di queste manifestazioni hanno ragioni storiche, altre che nascono ora sono legate a volontà di diffusione e promozione.

(Antonio Alizzi) Una ragione è legata all’emergere del cosiddetto event marketing o marketing territoriale e questo vuol dire che abbiamo capito, con almeno un paio di decenni di ritardo in Italia, che le comunità, intendendo sia quelle territoriali sia quelle di gruppi organizzati, possono diventare protagoniste di premi telematici letterari, associando a questo il concetto di territorio fisico. Si fa l’evento in quanto territorio fisico. Si è capito che si poteva creare movimento economico promuovendo degli eventi, e nella miriade di questi non ci sono solo quelli sportivi, che da sempre hanno avuto un qualche riscontro (basti pensare ai tornei estivi di calcetto), ma adesso l’estate, solo per fare un raffronto, si sta popolando di eventi di ordine culturale. Questi proliferano perché c’è, quindi, una predominanza sempre più forte dell’evento e una costruzione intorno ad esso di un mercato: ecco perché dicevo event marketing, marketing perché è legato al business, all’opportunità economica che si può realizzare. Dal punto dell’autore del libro che presenta la sua creazione in un evento del genere, egli spera che si venda qualche copia del suo libro, ma anche di avere la possibilità di creare una manifestazione intorno al libro come vettore di potenzialità economiche. Il libro è vettore di queste non in quanto tale, ma come portatore di una serie di valori ulteriori che possono essere l’autore, la storia di quest’ultimo, il luogo dove il libro è stato scritto ecc. È morto Giorgio Faletti ed è interessantissimo leggere di questo personaggio, sui principali siti internet e giornali su carta che hanno dato la notizia, che cosa si ricorda di lui. I suoi libri non sono il cuore del racconto su Faletti da parte dei media, è la vita di Faletti che viene raccontata. Il binomio autore e la sua vita particolare, più l’evento e il ruolo fondamentale dal punto di vista economico, sono le precondizioni per il proliferare di eventi e premi letterari.

L’inflazione di premi non rischia di penalizzare i Premi e anche le società editrici?

(Valentina Cecconi) Assolutamente sì. Intorno ad un premio letterario ci sono tanti punti di vista: quello di valutarlo sempre e comunque positivamente, perché dà visibilità sia all’autore sia alla casa editrice, e anche quello di affermare che fa conoscere o stimola l’interesse dei lettori (che in Italia sono sempre di meno). Ogni occasione che possa portare al risultato di incrementare l’interesse verso un libro, di qualsiasi genere e casa editrice, è una cosa estremamente positiva. Sappiamo che dietro taluni premi vi sono dei meccanismi, delle pressioni e dei giochi di potere o politici ,che alla fine portano a favorire sempre le stesse case editrici, e questo non si può negare, né la faccenda si può nascondere dietro a un dito. La risposta a questa domanda è che dipende ovviamente dalla casa editrice, che in alcuni casi ha tutto l’interesse a partecipare e non è penalizzata da essere presente in più premi letterari; altre piccole case editrici invece hanno problemi, non tanto di budget, ma di gestione degli autori e risentono della proliferazione dei premi.

(Antonio Alizzi) La domanda rivela una grossa ingenuità, che è quella per cui fino ad ora, o fino a qualche anno fa, prima che i premi proliferassero, ci fosse un che di genuino. Da che mondo è mondo il premio letterario era un modo per fare marketing per le case editrici che finanziano il premio stesso, non comprando spazi pubblicitari, ma mettendo in evidenza la copertina di un libro. C’era poi un tacito, non velato consenso (ma comunque basta osservare le classifiche e i vincitori anno per anno), per capire che ci si alternava nei riconoscimenti. Il Premio Strega, il Campiello e altri permettono di mettere il cosiddetto nastrino colorato sul libro, mediante il quale si informa che esso ha avuto un riconoscimento, ma questo diventa uno specchietto per le allodole. Certamente questo proliferare di premi finisce per farci capire ancora più esplicitamente che le case editrici sono in difficoltà, stanno soffrendo e lasciano sangue sul campo. Esse cercano di moltiplicare le occasioni e negli anni passati sono riuscite a tamponare la crisi, facendo qualche premio in più, così grazie a questi maggiori riconoscimenti riescono a segnalare di più i libri che sono usciti. Il premio letterario, come un diploma, o una laurea, o un master per uno studente, è un meccanismo di segnalazione, che funziona per chi lo osserva e che rappresenta un doppio del suo valore, o meglio un conferimento di valore ulteriore per libro digitale o cartaceo, che il lettore sta per acquistare e che allo stesso tempo consente alla casa editrice di minimizzare o di incentivare con più facilità ad acquistare quel libro. Con la digitalizzazione, con la scomparsa della carta o comunque con la frattura del binomio parole scritte e carta, le persone non vogliono più spendere i soldi che spendevano prima, così le case editrici devono inventarsi dei modi per far sì che il libro digitale possa essere venduto a un prezzo minore del cartaceo, seppure con qualche altro meccanismo di valore che viene segnalato, come il riconoscimento nell’ambito di un premio o il fatto che se lo si acquista in digitale ci si può collegare con l’autore in video, o in chat, ecc.

Quanto questi premi letterari hanno ancora senso nell’era dello strapotere di Amazon –che la fa da padrone sulle vendite- e in un momento storico in cui gli autori vincenti li decide la rete e non più eventi come appunto i Premi?

(Valentina Cecconi) Nella mia opinione personale i premi letterari hanno senso, ma i due mondi viaggiano in maniera separata. I casi di strapotere della rete che decide gli autori sono ancora limitati. Amazon, o tutto il canale di distribuzione digitale, è ancora il riflesso della cassa di risonanza di ciò che accade nel mondo cartaceo, e quindi non virtuale. So, e ne sono convinta, che nel futuro le cose saranno differenti, ma ancora questa commistione non c’è; per me i premi letterari hanno ragione di esistere ancora, nonostante l’avvento di Internet e i cambiamenti che questo sistema sta determinando per le modalità di consumo e fruizione dl libro stesso.

(Antonio Alizzi) Anche qui bisogna evitare di essere manichei: tutto bianco o tutto nero. È vero che ci sono dei casi come ‘Cinquanta sfumature di grigio’ che è diventato un fenomeno a livello internazionale, in quanto il libro nasceva come selfpublishing e la rete gli ha decretato il successo. La casa editrice poi è arrivata a ruota e lo ha stampato e continuato a vendere. Ci sono però anche dei libri, come quelli che scova la Sellerio o Adelphi, in cui il valore dell’editore, intendendo in questo caso specifico colui che li seleziona in base ad un certo criterio e ad un insieme di valori che propone, prevale, per cui la rete non può che essere svilita e battuta dalla casa editrice che sceglie cosa pubblicare, avendone una visione ben chiara. Amazon è un grande supermercato che, non avendo limiti di spazio, può esporre tutto; ha l’obiettivo di segnalare e mettere in vetrina qualcosa che vale più degli altri e nel suo strapotere non disdegna di comunicare i libri che vincono e non vincono premi. Se l’editore spera di partecipare ad un premio letterario per vendere direttamente più libri, parte sconfitto, ma se invece spera partecipando di segnalare il proprio libro meglio, e di venderlo anche grazie ad Amazon, che gli fa da vetrina infinita e più grande, allora ce la può fare. Se quindi mi si chiede se i premi hanno senso rispetto alla rete che decreta il successo, rispondo che dipende da quanto una casa editrice è chiara nella sua missione. Continueranno quindi a esistere case editrici insieme alla rete, che va declinata in un modo più preciso perché non è un concetto astratto, ma è per esempio Anobii (che Mondadori si è affrettata ad acquisire), e un’altra sede di forum più o meno piccoli, di nicchia, sui quali la gente disquisisce dei libri pubblicati su un certo genere e ne decreta i vincitori, ma in rete vi è una polverizzazione di nicchie e gruppi che poco possono spostare la situazione. I bestseller sarebbero comunque tali, perché vengono tirati in prima stampa in copie elevatissime, e la rete non fa altro che replicare e dare più risonanza a qualcosa che nella realtà fisica già accade. La vetrina di un negozio di Mondadori, con 25 copie del libro dello stesso autore, farà parlare la rete e nel parlarne si esalterà e farà respirare di vita propria quel fenomeno. Rete e realtà fisica non sono figli di una madre diversa, ma sono, uno biondo e uno moro, della stessa madre che si guardano reciprocamente e si passano il testimone per arrivare al traguardo che è comunque la vendita.

In una ricerca condotta dall’università di Napoli e Cagliari l’incremento di vendite per i libri che ricevono il Premio Strega è enorme, stimato intorno al 400-500%. Quali sono le motivazioni alla base di questo incremento delle vendite e questo sta a significare che allora i Premi funzionano ancora?

(Valentina Cecconi) Per la mia esperienza personale non condivido questi dati, nel senso che queste percentuali mi sembrano troppo alte. È vero che i premi letterari hanno un’alta cassa di risonanza sulle vendite e quindi funzionano, come ho sostenuto durante tutta l’intervista, perché stimolano un interesse, ma le percentuali risultano più contenute. Se guardiamo ai dati della domanda, per quanto riguarda la lettura in Italia abbiamo un panorama che definire terrificante è dire poco: i lettori italiani sono pochissimi e quelli forti sono il 3% della popolazione, quindi parliamo di numeri veramente molto bassi. I premi letterari hanno ancora il merito e la capacità di suscitare attenzione e di indurre la gente incuriosita ad entrare nella libreria per comprare libri, considerando che la fascia media dei lettori, quindi non quelli forti, è di norma costituita da lettori di bestseller e quindi da persone che tipicamente acquistano stimolate dal successo che sta avendo un libro. Direi che i premi letterari funzionano in questo caso.

(Antonio Alizzi) Si parla di un premio ben preciso, che è il Premio Strega, una manifestazione che nasce a metà degli anni Cinquanta per una volontà imprenditoriale (lo Strega era un liquore e l’azienda produceva anche biscotti) ed è ben conosciuto da tutti per il premio letterario e non per la categoria merceologica a cui si riferisce. È però un unicum, e se noi lo escludiamo, insieme al Campiello e ai riconoscimenti dell’Accademia che conferisce il Nobel per la letteratura, in grado di incidere per la sua risonanza in campo televisivo e sulla carta stampata per l’assegnazione di questi premi, gli altri non riescono a determinare movimenti di vendite così massicce. Non si può generalizzare: lo Strega è un unicum, mentre in Germania i premi letterari, che non sono necessariamente pochi, riescono più massicciamente a muovere le vendite perché sono molti di più quelli che leggono e assai più in comunione con i lettori vengono proposti questi riconoscimenti. In Italia, come per lo Strega, i premi letterari possono rientrare in una trasmissione televisiva di seconda o terza serata, il che è poco. Il Nobel per la letteratura e il richiamo alla comunicazione che si fa da giorni fa capire anche perché. Quando il premio letterario si appoggia, trascinato da altri media, alla televisione e la carta stampata, riesce a smuovere le vendite e questa può essere una delle ragioni e la chiave di lettura del Premio Strega, ma se manca questa convergenza mediatica in termini di attenzione al premio, è secondario il riflesso sulle vendite.

È così anche per gli altri Premi?

(Valentina Cecconi) No assolutamente. In Italia credo che funzionino tre o quattro tipologie di premi che sono probabilmente anche i più famosi: lo Strega, il Campiello e il Bancarella. La cassa di risonanza dello Strega è però sicuramente maggiore agli altri.

(Antonio Alizzi) I premi letterari sono un concetto plurimo su cui non si può generalizzare. Non è così, come dicevo, per gli altri premi letterari. Il libro ‘Fare libri’, edito da Guanda nel 2012, che voglio citare ed è utile come stimolo per gli altri, è composto da una serie di contributi piccoli, una quindicina di pagine scritte da autori diversi. Uno di questi contributi dal titolo ‘L’esempio tedesco: rigore, qualità, efficienza ma anche investimenti della cultura’, firmato da Helena Yaneczek, che è scrittrice ed editor, autrice del libro ‘Le rondini di Montecassino’, collega la forza dei premi letterari alla più generale attenzione al mondo culturale: se noi creiamo dei casi d’interesse intorno, per esempio, al concetto di salute, e vengono fuori più libri la gente li legge, ma da noi non ci sono dibattiti su temi precisi. Quando escono i libri sul caso Concordia e sull’omicidio Yara, vengono acquistati, quindi dovremmo fare gli stessi sforzi per i grandi temi letterari (pace, giustizia, ecc.), ma ciò ancora non accade.

Quanto invece queste manifestazioni incentivano la lettura?

(Valentina Cecconi) Incentivano nel senso che portano e spingono i lettori ad entrare in libreria per acquistare il libro, quindi assolutamente sì. Non le so dire le percentuali, perché nel mondo editoriale arrivare a stimarle è molto difficile, non ci sono dati certi. Una casa editrice raccoglie i dati relativi alle vendite del proprio autore che partecipa ad un premio, ma se queste vengono effettuate da una tipologia di cliente o da un’altra è difficile saperlo.

(Antonio Alizzi) Ho risposto già in precedenza. Direi che con le nuove opportunità che dà la rete, gli stessi editori pensano che siano loro stesi che se la suonano e se la cantano con i premi letterari. C’è un caso molto bello che riguardava qualche anno Alessandro Baricco, a cui fu chiesto di fare alcune serate in un teatro romano che aveva contribuito a fare rinascere, per festeggiare i suoi 10 anni di attività. Egli scelse di fare quattro lezioni (una sulla bellezza, una sul respiro, una sulla leggerezza, ecc) che si intitolavano ‘Palladium Lectures’, che è anche il nome del teatro, facendo pagare un biglietto simbolico e facendo la diretta su Repubblica Tv. Qualche mese dopo quella registrazione fu mandata in onda da Sky Arte e sei mesi dopo uscì il dvd; su You Tube si trovano le ‘pillole’ di quella serata, con video da 30 o 40 secondi. Queste iniziative hanno il potere di incrementare la lettura, non i premi letterari. Questi non ce la fanno, oggi più che mai, ad avere questa funzione perché non sono il linguaggio dei nostri tempi. Quello attuale, per essere vincente, deve proporre un miscuglio di digitale, video, audio e scambio in tempo reale con chi abbiamo dall’altra parte. Una ricerca di qualche giorno fa, presentata a Milano nell’ambito del Festival del Digitale, affermava che il video, inteso anche come breve montaggio di 30 o 40 secondi, è la chiave per generare interesse, quindi i minuti di un book trailer riescono forse ad essere più incisivi ed efficaci nella comunicazione di un nastrino colorato sul libro perché gira on-line, mentre il nastrino, se la persona non va in libreria e non prende il libro in mano, non lo vede neanche.

 

Abbiamo intervistato sull’argomento anche Paolo Di Paoloscrittore, finalista allo Strega lo scorso anno e critico letterario.

Tutti i Premi letterari sono uguali o qualcuno è diverso e nella sua ‘diversità’ si salva?

Ogni premio ha una sua diversa fisionomia. C’è una distinzione molto netta da fare, che è quella tra premi con una giuria popolare e quelli che ne hanno una composta da addetti ai lavori. Chiaramente una giuria popolare, cioè fatta di lettori, come per esempio nel caso del Campiello, o di tanti altri premi più piccoli esistenti in Italia, che cambia ogni anno e viene selezionata in un novero di persone legate al mondo del libro, alla lettura nelle biblioteche, alle situazioni culturali, ai presidi e ai circoli, è molto più istintiva, molto meno controllabile e quindi meno controllata. I premi che hanno una giuria tecnica e critica sono a loro volta diversi dallo Strega, per esempio, che ha una giuria elefantiaca di 400 giurati che appartengono tutti in modo diverso o al mondo editoriale, o a quello giornalistico, o al mondo politico e televisivo, ma questa è quindi anche più sensibile a certi pilotaggi.

Ci spiega il ‘sistema’ dei premi letterari, come funzionano e chi c’è dietro, dalla selezione dei partecipanti alla selezione della giuria?

Nel caso dei premi che hanno una giuria tecnica, come ad esempio il Campiello, c’è una serie di critici letterari che possono essere più o meno noti, il che accade anche nei premi più piccoli che hanno giuria tecnica: guardano al panorama della letteratura degli ultimi mesi e selezionano una rosa di candidati che poi vengono sottoposti alla giuria popolare. Nel caso dello Strega la cosa è diversa, perché le candidature vengono fatte direttamente dalle case editrici: per entrare in lizza a questo premio letterario, è sufficiente, almeno nella fase iniziale, avere due presentatori, ossia due persone che fanno parte dei 400 cosiddetti ‘Amici della Domenica’, che propongono alla Fondazione Bellonci il libro che poi entra nei candidati. Quest’anno ne sono stati presentati 27, e in una discussione fatta dal Comitato Direttivo di questa Fondazione, si è arrivati alla dozzina. Da lì cominciano i giochi veri e propri: una volta selezionati i 12 libri che possono concorrere, si svolge una prima votazione che porta alla cinquina e successivamente la seconda, cui abbiamo assistito giovedì scorso. In questo percorso entrano in gioco le pressioni degli editori, le loro spinte, che determinano un movimento di voti non necessariamente legato alle scelte dei singoli giurati, ma all’appartenenza ad una certa area editoriale.

I premi sono serviti ad alimentare il mercato editoriale, ma oggi è ancora davvero così, oppure stanno diventando un boccone avvelenato?

Senza premi letterari, intanto, sarebbe un panorama meno soddisfacente per gli scrittori, perché poi tutto sommato anche quelli che parlano male dei premi, in realtà lo fanno perché non li ricevono. È una specie di posa, quella di parlare male dei premi. Il premio dà comunque, nel piccolo e nel grande, un’aggiunta di visibilità, e in un momento in cui i libri che escono in Italia sono 60.000 l’anno, è chiaro che un premio già di per sé getta più luce su un titolo. Ci sono almeno un paio di premi, come il Campiello e lo Strega, che possono fare un po’ la differenza in termini di vendita dei libri; alcuni decenni fa anche il Premio Viareggio aveva una sua forte riconoscibilità. Nel caso dello Strega, riguardo alle vendite, per il vincitore si dice che esse si quintuplicano, ma dipende da quali numeri si parte, perché magari anni fa, fino diciamo al caso Giordano e nel 2010 con Pennacchi e Avallone, c’erano stati dei numeri molto consistenti per i vincitori e i secondi classificati, arrivando alle centinaia di migliaia di copie. Questi numeri non si vedono chiaramente più, perché ora tutto il mercato editoriale è molto contratto, ma lo Strega resta una delle poche occasioni e vetrine che ancora possono, anche partendo da tirature più piccole, dare uno slancio in libreria al libro, in quanto quella fascetta sulla copertina significa ancora molto. Il premio resta comunque come qualcosa che muove le acque un po’ stagnanti dell’editoria italiana, seppure con tutti i suoi difetti intrinseci. La Fondazione Bellonci sta cercando man mano di arginare, riconfigurare e correggere questo premio: il fatto stesso che quest’anno si potesse votare on-line, o direttamente in sede alla premiazione, ha limitato quel passaggio di schede direttamente dall’editore, al quale si è assistito per tanti anni.

Quali sono le lobby del libro oggi in Italia? Ed esistono per davvero ancora delle lobby del libro, oppure Amazon le ha annientate?

Vince il potere dell’editore, anche quello dei grandi gruppi che sono poi sempre gli stessi che riescono a piazzare, riferendoci sempre al caso Strega, i loro candidati, perché ogni anno i cinque della cosiddetta cinquina fanno sempre parte dei grandi gruppi editoriali. È molto difficile che ce ne siano altri in gioco. In questo contesto si può parlare, se non di lobby, almeno di potentati del mondo del libro che sono le grandi case editrici, e a maggior ragione i grandi gruppi editoriali, ovvero strutture che comprendono più case editrici. Amazon, ma anche il cambiamento del mercato, sta sbriciolando lentamente questo strapotere e non è un caso che anche i grandi editori, come Mondadori o altri, si affidino nelle scelte a libri che hanno già avuto successo nelle piattaforme di self-publishing: sicuramente questa mediazione tradizionale sta dando i primi segni di cedimento. Questo è accaduto anche nel campo della musica, e altrove, e non è un caso che si stia verificando anche nel mondo dell’editoria: c’è una spinta molto forte, numericamente molto consistente, dal basso che riduce questo potere della mediazione.

Ci spiega il sistema delle strategie che sono alla base dei Premi e delle votazioni?

È difficile, nel senso che non si possono spiegare in modo così ragionieristico. È evidente che nel caso dei grandi premi letterari con una giuria particolare, come quella dello Strega, esiste una campagna che fa l’autore, supportato dall’editore, che si traduce in telefonate, incontri e cocktail nei quali si cerca, come avviene in campagna elettorale, di avere dei voti potenziali, e si cominciano a fare dei conteggi per vedere se da questi si riesce ad avere qualche garanzia di successo, o comunque di qualificazione, nel caso del passaggio dalla dozzina alla cinquina. Nella fase finale degli ultimi venti giorni, il via vai di telefonate e di incontri diventa molto fitto, ma nessuno ha una pistola puntata alla tempia, nel senso che si può sempre scegliere di votare in coscienza, decidendo di contribuire alla causa di un certo editore per ragioni di convinzione personale. A volte succede che il vincitore annunciato poi arrivi, come è accaduto quest’anno, sul filo di lana con un successo non così scontato, come è stato per Piccolo, che pure si dava vincente già da un anno.

Per un autore ha ancora senso partecipare ai Premi letterari?

Ha senso per quanto dicevo prima, ossia per il fatto che comunque, in un momento in cui è veramente difficile che il proprio libro abbia una durata in libreria, uno spazio di visibilità mediatica il premio la offre come opportunità. È molto difficile che un autore a cui si propone di partecipare allo Strega o a qualche altro premio, rifiuti quando c’è questa possibilità. Qualsiasi autore trova vantaggiosa l’ipotesi di partecipare ad una competizione, con tutto quello che comporta sia in termini di rischio, che di stress psicologico, perché comunque in effetti tutto il meccanismo del premio c’entra poco con l’attività diretta di un autore, ossia con quella letteraria in senso stretto. Il premio va preso come un gioco, che ha i suoi risvolti discutibili, ma nell’ottica della carriera di uno scrittore, ancora riesce ad avere un peso.

 

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