domenica, Aprile 18

Libia: UE ed Italia schiacciate tra Diritto e Real-Politik Dall'ONU arriva la condanna dei trattati sui migranti tra Tripoli e Bruxelles

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 Come auspicato o temuto, a seconda del punto di vista, oggi dall’Organizzazione delle Nazioni Unite è arrivata la condanna degli accordi sui migranti stipulati da Unione Europea ed Italia, da un lato, e Libia, dall’altro.
Già da tempo, gli accordi, salutati dai vertici dell’UE e dal Governo italiano come un successo, erano stati sottoposti a varie e pesanti critiche da più parti a causa, secondo quanto sostenuto dai detrattori, di carenze dal punto di vista, non solo umanitario, ma anche giuridico. Ma che cosa sono, in realtà, questi accordi?

L’aumento dei migranti che raggiungono l’Italia passando dalla rotta mediterranea centrale (ovvero dalla Libia), per poi spostarsi verso il nord dell’Europa, e la scarsa capacità dell’UE di giungere ad una politica unitaria nella gestione della crisi dei migranti hanno portato il Governo di Roma a cercare un accordo che limitasse le partenze dei barconi dalle coste libiche. L’accordo, siglato a Roma lo scorso 2 febbraio dal Presidente libioi, Fāyez al-Serrāj, e dal Presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni, è noto con il nome di Memorandum d’Intesa sui Migranti ed è articolato in quattro punti principali: innanzi tutto, l’Italia si è impegnata a fornire supporto tecnico e logistico ai militari libici perché contrastino il flusso di migranti irregolari; in secondo luogo, è prevista la chiusura della frontiera meridionale libica per bloccare i migranti che partono dall’Africa sub-sahariana; poi, e si tratta di uno dei punti più discussi, si è dato il via libera al finanziamento di centri di accoglienza per i migranti che tentano di attraversare il Paese; in fine, ci si è impegnati allo sviluppo, entro tre mesi, di un più organico piano europeo per lo sviluppo di una seria cooperazione in Africa, allo scopo di agire sulle condizioni materiali che costringono numerose persone a tentare la fortuna nel pericolosissimo viaggio verso il miraggio del benessere europeo.

La decisione dello scorso agosto, da parte dei vertici UE (assieme ai rappresentanti di Francia, Germania, Spagna ed Italia), di investire per lo sviluppo africano venti miliardi di euro all’anno, va proprio nella direzione del Memorandum. L’annuncio fatto dall’Alto Rappresentante UE per la Politica Estera, Federica Mogherini, ha seguito di poco l’avvio dell’Operazione Sophia con cui i militari dell’Unione hanno affiancato quelli italiani nel supporto alla Libia (sempre nell’ambito degli obiettivi del Memorandum di Roma).

Fin da subito, però, il contenuto del Memorandum ha suscitato vari dubbi sulla sua legalità, sia da parte delle organizzazioni umanitarie che si occupano di sostegno ai migranti, sia da parte del mondo giuridico.

Dal punto di vista umanitario, il problema centrale sono i centri di accoglienza che, in realtà, hanno più le caratteristiche di centri di detenzione dove le condizioni essenziali per un’esistenza dignitosa sono sistematicamente assenti. Secondo l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e il gruppo Open Migration, il problema sta nel volere, da parte dei Paesi UE, continuare con una politica di ‘esternalizzazione’ dei confini: si tratta di una strategia che punterebbe a spostare il punto nevralgico della crisi, non sul confine europeo, bensì sui confini di Paesi terzi che hanno frontiere più facilmente controllabili. I Paesi in questione, però, sono soprattutto Paesi dove i Diritti Umani, nel migliore dei casi, non sono riconosciuti a pieno e dove i Governi faticano a mantenere ordine e legalità: è proprio il caso della Libia, Paese che, attualmente, risulta diviso e dove il Presidente Serrāj, riconosciuto dalla comunità internazionale, ha il controllo sulla sola Tripolitania (ovvero su circa un terzo del territorio libico).

In queste condizioni, inoltre, la corruzione dilaga e i trafficanti di esseri umani hanno gioco facile ad impossessarsi dei cosiddetti centri di accoglienza che, di conseguenza, si trasformano in prigioni: al migrante imprigionato e trattenuto in condizioni disumane, a questo punto, non resta (se ne ha la possibilità) che pagare i trafficanti e tentare la sorte nella traversata del Mediterraneo. Insomma, secondo le organizzazioni umanitarie, il Memorandum rappresenterebbe il tentativo degli europei di pulirsi la coscienza lasciando ad altri Paesi il lavoro sporco.

Dal punto di vista giuridico, inoltre, il Memorandum presenterebbe alcuni punti deboli non trascurabili. In primo luogo, il Memorandum non rispetterebbe l’Articolo 80 della Costituzione Italiana, secondo cui i trattati internazionali firmati da un Governo devono passare attraverso la ratifica del Parlamento: secondo alcuni costituzionalisti, l’accordo non sarebbe di natura tecnica, come sostenuto dal Governo, bensì politica e, in quanto tale, dovrebbe passare per l’approvazione parlamentare. In secondo luogo, l’accordo tra Italia e Libia sarebbe in contrasto con la Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo, secondo cui gli Stati membri non possono agire in modo da mettere degli individui in condizioni non dignitose (cose il Memorandum farebbe, seppur indirettamente, lasciando i migranti nelle carceri libiche).

I richiami dell’ONU, dunque, arrivano quando già da molte parti erano stati sollevati dubbi sulla legittimità della politica italiana ed europea sulla Libia e sui migranti. Bisogna però aggiungere altro. La straordinaria pressione migratoria degli ultimi anni, ha messo in grande difficoltà gli S17tati UE, in particolare, quegli Stati situati ai confini esterni dell’Unione. Secondo il Trattato di Dublino, un richiedente asilo è obbligato a restare nel primo Stato membro in cui arriva: in questo modo, alcuni Stati (che tra l’altro, economicamente parlando, non sono certo i più solidi dell’Unione) si sono trovati a fronteggiare da soli un flusso migratorio troppo intenso per le proprie possibilità. Ciò è tanto più vero nei casi degli Stati le cui frontiere sono sul Mediterraneo: se i Paesi dell’Europa centro-orientale, hanno potuto chiudere le proprie frontiere esterne, la cosa risulta impossibile per Spagna, Grecia ed Italia. Inoltre, il rifiuto ostinato dei ricollocamenti da parte di una larga fetta dell’opinione pubblica nell’Europa settentrionale ed orientale fa sì che non ci sia una valvola di sfogo alla pressione esercitata dalla massa di disperati che approdano sulle coste meridionali europee. Da qui la scelta dell’esternalizzazione dei confini ed i problemi legati al rispetto dei Diritti Umani in Paesi terzi, come nel caso della Turchia, per quanto riguarda la Grecia, e della Libia, per quanto riguarda l’Italia.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che l’Unione Europea è di fronte ad una crisi politica che, lavorando congiuntamente a quella economica, ne mette in discussione la stessa esistenza. All’interno di tutti i Paesi UE si sono manifestate forti spinte centrifughe, quasi sempre con spiccati attributi nazionalisti (si pensi alla Brexit, ai successi elettorali dei nazionalisti in Ungheria, Polonia ed Austria o, in fine, al peso sempre maggiore di movimenti come il Front National in Francia, Alternative für Deutschland in Germania, la Lega o il Movimento 5 Stelle in Italia). La paura nei confronti dei migranti, più o meno ammantata di razzismo, e la semplicistica equazione tra immigrazione e terrorismo costituiscono uno dei cavalli di battaglia di questi movimenti. Il massiccio utilizzo di Social Network, in cui questi gruppi eccellono, gli permette inoltre di veicolare informazioni distorte o totalmente false (non verificabili e, quindi, non smentibili) volte a distorcere la percezione del fenomeno migratorio e a renderlo ancor più minaccioso agli occhi dei cittadini spaventati.

La strategia populista, che si avvale spesso di massicce dosi di complottismo, è estremamente efficace perché parla alla pancia e alle paure della gente; di fronte a questa crescita nazionalista, gli Stati UE sono in difficoltà e, in alcuni momenti, sono stati tentati, se non costretti, a seguire l’Estrema Destra sul suo terreno (si pensi alle vicende legate al Trattato di Schengen).

Schiacciati tra il dover rispettare i Diritti Umani e la necessità di trovare risposte realistiche ad un momento di crisi da cui traggono linfa spinte nazionaliste sempre più forti, i vertici dell’Unione Europea (e dei singoli Paesi membri) sembrano trovarsi in una situazione di difficile soluzione: dalla capacità di affrontare il problema in maniera giuridicamente adeguata e, allo stesso tempo, pragmatica, potrebbe dipendere il futuro del progetto di integrazione europea.

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