sabato, Ottobre 16

Libia tra confusione politica e fitna

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Libia, un tempo regno del Rais Gheddafi, sembrava agli occhi degli occidentali, Italia in primis, una delle poche certezze di quella vasta area che dal Nord Africa arriva fino al Medioriente nella quale si trovano gran parte delle risorse energetiche del Pianeta.

Come è noto, lo scoppio della Primavera Araba ha travolto anche lo Stato libico, generando dopo la morte di Gheddafi uno status di caos perpetuo. Come in quella Siriana-Irachena, la Libia sembra una situazione nella quale più passa il tempo, più sembra difficile riuscire a trovare una soluzione pacifica.

Due sono i fatti che ultimamente hanno gettato ancora di più la Libia nel caos e questi, uniti agli attentati di Parigi, aumentano la preoccupazione per i Governi occidentali, i quali non sembrano avere ad oggi una strategia unitaria per la lotta al terrorismo che aumenta lo status di instabilità permanente ormai nell’area.

Il primo dato che aumenta l’instabilità è la ‘ritirata’ dell’inviato speciale per le Nazioni Unite Bernardino Leon, il quale ha dovuto abbandonare il campo dopo le rivelazioni in merito ai suoi contatti privilegiati con l’Arabia Saudita, la quale come è noto parteggia per i vecchi membri laici del regime gheddafiano di Tobruk contro i giovani rivoluzionari islamici di Tripoli, i quali sono sostenuti da Qatar e Turchia.

E’ qui utile ricordare che stragrande maggioranza dei libici è di religione islamica sunnita, e le denominazione sopracitate per elencare i due maggiori blocchi che si fronteggiano è convenzionalmente usata dal mondo occidentale per definire chi vorrebbe uno Stato di matrice Islamica ‘più moderato’ (vecchi laici), contro chi sostiene la necessità di uno Stato che abbia in sé una matrice islamica più ‘radicale’ o conservatrice (giovani rivoluzionari).

Il fallimento di Bernardino Leon ha ulteriormente inasprito il clima e aumentato la diffidenza verso i Paesi occidentali dei giovani rivoluzionari di Tripoli. Ragion per cui le probabilità di trovare un accordo attraverso le Nazioni Unite sono in netto calo, anche se l’Onu ha nominato un nuovo inviato speciale tedesco.

Il secondo dato riguarda l’occupazione da parte dell’Isis di una fetta importante del territorio libico. Questa occupazione ha come centro di riferimento principale la città di Sirte, proprio quella del Colonnello Gheddafi, e che si estende lungo la costa libica dalla città di Wadi Zamzam fin quasi Bin Jawad, 250 km occupati dagli uomini del Califfato nero sul Mediterrano a due passi dall’Italia.

Ecco quindi all’interno dei confini della Nazione chiamata Libia vede al proprio interno una divisione in tre zone principali di influenza, ossia il Governo autoproclamato di Tripoli insieme alle milizie di Misurata ad Est, una consistente parte di costa centrale dagli uomini dell’Isis e ad Ovest la zona controllata dal Governo di Tobruk, la quale perde lentamente ma progressivamente continui pezzi di terreno. Tutto questo senza contare le minori zone di influenze delle varie milizie, tribù e gruppi autonomi.

Questa crescente confusione politica viene alimentata anche da quella religiosa, in quanto la Libia sta attraversando quella che secondo il gergo islamico viene chiamata ‘Fitna’. Fitna, viene dal corano e significa ‘divisione’ o ‘prova’, ma viene spesso interpretata come guerra civile all’interno della comunità islamica.

Questa ‘divisione’ è determinata dal ruolo delle varie componenti sunnite in Libia. La gran parte della Fratellanza Musulmana, principale sostenitrice del Governo di Tripoli, svolge un ruolo sociale e di assistenza, al fine di acquistare consensi e accrescere la sua importanza nelle determinazione del ruolo dell’Islam all’interno dello Stato. Al suo fianco la fazione divisa dei salafiti che, oltre ad avere storicamente tre generazioni di jihadisti, si divide tra diverse organizzazioni e milizie estremiste le più note Ansar Al-Sharia e Alba Libica, Isis e altre fazioni minori.

Questa diversificazione e tendenza all’estremizzazione dell’Islam sunnita in Libia sembra stia accrescendo la propria influenza verso il Governo di Tripoli, tanto che di recente la Sharia da principale fonte del diritto nelle nuova Costituzione è diventata l’unica. Ecco quindi che il fronte islamico, anche attraverso le sue ‘divisioni operative’, sta acquistando una maggiore influenza politica.

E’ evidente che questa situazione aumenta le difficoltà nella lotta al terrorismo dei governi occidentali in quanto il confine tra islamici ‘moderati’ ed estremisti tendenti al terrorismo è davvero labile. Si vede poco bianco e nero in Libia, il colore prevalente è il grigio. Considerando anche le recenti figuracce delle Nazioni Unite agli occhi dei giovani rivoluzionari, risulta sempre più improbabile trovare una soluzione pacifica e equilibrata attraverso la mediazione delle strutture internazionali. Cosa a cui nessun appartenente alla corrente dei realisti nell’ambito della relazioni internazionali ha mai creduto veramente.

La proposta intelligente che pochi sostengono è quella di aprire un fronte con le frange islamiche più moderate e estranee al terrorismo jhiadista, in modo da isolare i terroristi e trovare insieme una soluzione che garantisca un equilibrio interno insieme alle forze statuali occidentali. Sicuramente è una prospettiva intelligente, ma essendo un opzione di medio-lungo periodo e considerata la situazione, in particolar modo l’aumento della preoccupazione/tensione, dopo i fatti di Parigi all’interno delle cancellerie occidentali, sembra di difficile applicazione.

Ovviamente questa situazione è leggermente esasperata anche dagli attori regionali che continuano a supportare e finanziare le parti in lotta, Turchia e Qatar con i giovani rivoluzionari, mentre Egitto e Arabia Saudita dalla parte dei vecchi membri dell’ex regime.

Paradossalmente la questione libica, attraverso i suoi contorni più sfumati e gli attori in campo sembra quasi più complicata di quella siriana-irachena, la quale al momento sembra avere dei parametri identificati e interventistici più chiari. Forse è anche per questo che al momento la maggior parte degli sforzi sembrano indirizzarsi verso la risoluzione di quella situazione piuttosto che nella gran confusione libica. Forse le cancellerie occidentali ritengono che una volta sconfitto il terrorismo della ‘casa madre’ la situazione si alleggerisca nei paesi satelliti come la Libia.

Il ventaglio di opzioni nell’atteggiamento da tenere in Libia è abbastanza variegato con non poche criticità. Due dati per ora sembrano chiari, anche se non proprio incoraggianti. Il primo è che la conferma della poca incidenza e credibilità delle Nazioni Unite, la seconda è che ancora oggi, purtroppo, i Governi occidentali non hanno una strategia comune e sicura contro i lasciti di quella che fu la Primavera Araba.

 

 

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