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Libia, sicurezza nel caos field_506ffb1d3dbe2

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Un Nordafrica in difficoltà continua a guardare con timore all’involuzione del percorso post-rivoluzionario della Libia, Paese che giorno dopo giorno assiste impotente al deterioramento delle proprie istituzioni e della situazione della sicurezza interna. Nuovi tasselli si aggiungono quotidianamente al mosaico dell’instabilità libica, aumentando il senso di sfiducia di una cittadinanza estenuata e in preda al timore. Una violenza diffusa e cieca si sta insinuando tra le pieghe della realtà giornaliera, determinando il collasso dello stato di diritto e la penetrazione dell’illegalità nel cuore del Paese.

Domenica 2 febbraio è giunta notizia dall’evasione di 55 detenuti dal carcere libico di Bawabat al-Jibs, nella capitale Tripoli. Durante la distribuzione della colazione, alcuni prigionieri avrebbero fatto scattare la rivolta, riuscendo a superare la resistenza delle guardie che avevano cercato di opporsi alla loro fuga. Secondo le autorità giudiziarie, i circa 200 detenuti della prigione erano controllati da solo 5 guardie, ulteriore dimostrazione dell’estrema debolezza delle autorità libiche e dell’incapacità dello Stato di fronteggiare l’attuale situazione senza un soccorso esterno. Nel corso del 2013, oltre 1600 detenuti sono riusciti a evadere dalle carceri libiche.

A fine luglio scorso, la notizia di un’evasione di massa dal carcere di al-Kwafiya a Benghazi destò scalpore nel mondo intero. 1200 prigionieri riuscirono a sopraffare la resistenza delle forze dell’ordine e a mettersi in fuga. Solo una piccola parte degli evasi venne rintracciata e arrestata nei giorni successivi alla fuga. Tra gli evasi erano presenti numerosi militanti islamisti, cosa che fece immaginare che membri dell’organizzazione salafita Ansar al-Sharia in Benghazi e forse anche di al-Qaeda nel Maghreb Islamico avessero contribuito ad aiutare i detenuti in fuga.

L’assenza di un effettivo controllo delle autorità sull’intero sistema carcerario libico fa sì che alla debolezza delle strutture statali si abbini anche l’incertezza riguardante le prigioni gestite direttamente dalle milizie parastatali e indipendenti che si muovono nel Paese con la completa libertà d’azione. Sono decine di migliaia i libici detenuti in carceri irregolari senza aver subito un reale processo e senza alcuna garanzia sul rispetto dei loro diritti, con l’accusa di connivenza con il regime di Gheddafi. Il Governo libico ha a più riprese garantito che avrebbe fatto il possibile per porre fine ai casi di tortura e agli abusi di potere che si verificano in tali strutture, ma il potere in mano ai capi delle varie milizie rende difficile impartire loro ordini e contenerne le azioni.

La corruzione degli agenti carcerari e la loro collusione con clan e gruppi tribali contribuiscono inoltre all’aggravamento della situazione. Quando a fine novembre 50 detenuti riuscirono a evadere dalle loro celle nella prigione di Sebha, nella regione del Fezzan, si diffuse una voce riguardante la connivenza tra le autorità del carcere e membri di una tribù locale, che sarebbero stati fatti entrare liberamente nella struttura per favorire l’evasione dei detenuti loro vicini. Si trattava della settima evasione dal carcere della cittadina di 130mila abitanti nel giro degli ultimi anni: in una delle più gravi, nel dicembre 2012, oltre 200 detenuti riuscirono a scappare dalla struttura.

Il problema delle carceri è solo una delle questioni che contribuiscono al deterioramento della sicurezza interna al Paese. L’incapacità delle autorità centrali di formare delle forze di sicurezza in grado di contrastare il banditismo e la violenza diffusa sul territorio nazionale libico costituisce un grave ostacolo sulla strada della stabilizzazione della Libia. La progressiva moltiplicazione dei centri di potere nel Paese, la forte diffusione di armi e il loro utilizzo stanno rendendo oggi impossibile capire chi detenga oggi in Libia il controllo della sicurezza. Formare una milizia locale per proteggere gli interessi della propria cittadina o del proprio clan è oggi più semplice che ottenere l’aiuto delle forze dell’ordine.

«La situazione corrente in Libia non è semplicemente risultato dell’implosione della struttura di sicurezza che esisteva durante la guerra del 2011, ma è anche dovuta al deprecabile stato del settore della sicurezza precedentemente al 2011» scrive Florence Gaub, analista dello European Institute for Security Studies. «Per via di questi due fattori, c’è veramente poco che potesse essere riciclato e incluso in una struttura nuova. Le Forze armate, precedentemente stimate in circa 76mila uomini, era in realtà composta da soli 20mila. Non solo il loro arsenale era superato e mantenuto in cattive condizioni per via delle sanzioni e della negligenza, ma anche le truppe erano organizzate principalmente con lo scopo di proteggere il regime da un colpo di stato. La frequente rotazione di ufficiali, l’allocamento di posizioni basate su affiliazione tribale e lealtà piuttosto che qualifica, e la punizione del pensiero indipendente hanno creato una forza armata priva di leadership, morale, coesione ed efficacia».

Come già in più occasioni ripetuto, il problema della Libia continua a essere l’incontrollabilità della galassia miliziana attiva nel Paese. Di circa 200mila miliziani – dei quali solo una minima parte ha effettivamente imbracciato le armi contro il regime di Gheddafi – solo un 5% ha aderito al Programma di Disarmo e Reintegrazione predisposto dal Governo di transizione, mentre gli altri hanno preferito continuare a operare al di fuori dell’ègida statale, in parte perché convinti di dover ancora portare avanti la lotta contro la restaurazione di un sistema simil-dittatoriale, in parte perché intenti a conservare il tornaconto che l’attuale situazione di potere gli garantisce.

Per riuscire a risolvere il proprio problema di sicurezza, la Libia dovrà individuare un percorso per il rafforzamento delle istituzioni utile ad aumentare la capacità di azione del suo esercito e delle sue forze dell’ordine e riducendo il più possibile i contatti tra milizie irregolari e autorità centrali. Un esercito più forte e meglio addestrato non sarà probabilmente in grado di disarmare integralmente i gruppi armati presenti sul territorio, ma al contempo potrà ridurre l’uso smodato della violenza esercitato da alcune milizie, controllare meglio le strutture carcerarie in mano ai vari gruppi armati e tornare e esercitare un controllo sulle aree oggi completamente in mano a milizie e clan.

 

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