mercoledì, Settembre 22

Libia, Serraj: 'Dateci le armi per combattere l'ISIS' field_506ffbaa4a8d4

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«Non chiediamo un intervento straniero in Libia, ma chiediamo assistenza con addestramento e la rimozione dell’embargo delle armi al nostro governo: la comunità internazionale ha responsabilità verso la Libia, e quando si tratta di sconfiggere lo Stato islamico ricordo ai nostri amici che questo sarà raggiunto dagli sforzi libici e senza intervento militare straniero». E’ questo l’appello del primo ministro libico Fayez Serraj alla comunità internazionale riunita a Vienna per discutere del futuro della Libia«Tutti gli Stati devono lavorare solo con le istituzioni legittime secondo quanto prevede l’Accordo politico libico, ma alcune attività stanno minando i nostri sforzi e intensificheranno solo il conflitto», ha continuato Serraj, secondo cui l’Occidente ha il dovere di aiutare la Libia, che al momento si sente abbandonata dalla comunità internazionale dopo l’intervento militare per rovesciare il regime di Gheddafi.

E una prima risposta da Vienna dovrebbe arrivare. Secondo le prime indiscrezioni, nella bozza di documento finale della conferenza sulla Libia sarà confermata la disponibilità dei Paesi partecipanti a favorire un percorso di alleggerimento di un embargo sulle armi al governo libico. «E’ imperativo che la comunità internazionale sostenga il governo Sarraj, che è l’unico legittimo della Libia e ora deve iniziare a lavorare», il commento del segretario di Stato Usa John Kerry in conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il premier libico Fayez al Sarraj. «Appoggeremo il consiglio di presidenza e cercheremo di revocare l’embargo e fornire gli strumenti necessari per contrattaccare Daesh». Mentre Gentiloni ha aggiunto: «Cercheremo di rafforzare l’accordo politico, per combattere contro l’Isis, incluso il generale Haftar, ma serve il riconoscimento pieno del governo di unità nazionale. Siamo pronti ad addestrare ed equipaggiare le forze militari libiche come ci chiede il governo Sarraj».

Negli USA invece a tenere banco è sempre e solo Donald Trump. Dopo lo scontro con il New York Times per l’articolo sui suoi rapporti con le donne e quello con il premier britannico David Cameron e il neo sindaco di Londra Khan, il magnate torna a parlare di migranti e la frase è davvero choc: «Ci saranno attacchi inimmaginabili, attacchi compiuti da quelle persone che stanno entrando adesso nel Paese», richiamando ad un nuovo 11 Settembre. «Non hanno soldi, ma hanno i telefonini. Chi gliele paga le ricariche? Hanno cellulari con la bandiera dell’Is. E si aspettano che noi li accogliamo a braccia aperte… Siamo governati da incompetenti o da gente che non ha a cuore l’interesse del Paese». A rispondergli lo stesso presidente, Barack Obama: «L’ignoranza non è una virtù. Il mondo non è mai stato così interconnesso, e lo diventa ogni giorno di più. Costruire muri non cambierà le cose». Mentre sulla Brexit Trump va controcorrente: «Se io sarò presidente l’eventuale uscita del Regno Unito dalla Ue non farà alcuna differenza nei rapporti commerciali bilaterali tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Tratterò tutti con giustizia ma per me non farà alcuna differenza se (i britannici) sono nella Ue o meno». Dal lato democratico invece continua il tour elettorale di Hillary Clinton, che ha annunciato che suo marito Bill sarà «incaricato di rivitalizzare l’economia» se lei sarà eletta alla Casa Bianca: «Perché lui sa come farlo, specialmente in posti come quelli minerari o poveri o in altre parti del Paese che sono state escluse dalla crescita».

Sempre parlando di Stato Islamico il Hadramawt Provinc, una ramo dell’Isis in Yemen, ha rivendicato l’uccisione di 40 agenti di polizia nell’attacco kamikaze compiuto a Mukalla fuori da una stazione di polizia. A riferirlo il Site, il sito di monitoraggio dell’attività dei jihadisti sul web. Mentre in Iraq sale a 12 il bilancio delle vittime dell’attacco dell’Isis all’impianto statale di gas nella città di Taji, circa 20 chilometri a nord di Baghdad. Un attacco avvenuto all’alba prima con l’esplosione di un’autobomba davanti al cancello principale dell’impianto, a cui ha fatto seguito l’ingresso di alcuni miliziani nell’impianto a gas, che hanno avuto uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza: ad essere feriti 25 soldati. Mentre ieri ad Amiriyat Fallujah altro attacco suicida che ha causato sei morti, a conferma che l’Isis sta cercando di distogliere l’attenzione dalle recenti sconfitte sul campo con nuovi tipi di attacchi lontani dalla prima linea.

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