lunedì, Giugno 21

Libia: Saif al Islam Gheddafi cerca di riprendersi la Libia Analisi dei pro e dei contro di una candidatura annunciata ma non confermata con Francesco Anghelone, coordinatore dell’area di ricerca storico-politica dell’Istituto di Studi Politici San Pio V

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Di che tipo di riforme si tratterebbe?

Credo al momento sia davvero difficile dirlo. Siamo davanti a uno scenario che tendiamo a chiamare Paese, ma sostanzialmente si tratta di una regione geografica all’interno della quale esistono mille contesti diversi dal punto di vista politico, di sicurezza, tribale, militare. Questa purtroppo è la caratteristica della Libia, ed è il risultato del grave errore commesso con l’intervento militare, ovvero la decisione di agire senza pensare a quanto sarebbe potuto accadere dopo. La Libia è differente dagli altri Paesi del nord Africa dove ci sono state le primavere arabe. Non c’è una tradizione statuale precedente alla fase di Gheddafi. Dopo il periodo coloniale, il Paese ha affrontato una breve fase transitoria per poi iniziare un lunghissimo periodo  sotto il Governo di Muhammar Gheddafi. La Libia non aveva strutture statali solide e, una volta eliminato Muhammar Gheddafi, non c’erano strutture di Governo burocratiche interposte tra il leader politici e la popolazione. Pertanto, con la caduta di Muhammar e del clan più vicino a lui, è chiaro che si è venuta a creare una situazione di caos totale, dove poi si sono insediati anche gli interessi di altri Paesi – confinanti, o meno.

In relazione al presunto programma proposto ieri alla conferenza di Tunisi, quali potrebbero essere le tempistiche per un piano di riforme effettivo e, soprattutto, funzionante?

Ammesso che si riesca a votare in una situazione tranquilla nel 2018, a prescindere da chi sarà il vincitore delle elezioni, credo che ci vorranno alcuni anni solo per creare il contesto adatto per poter introdurre le riforme. È chiaro che, dipenderà anche dalla capacità del futuro Governo libico di coinvolgere il maggior numero di attori presenti sul campo, e anche dal sostegno che eventualmente dovrà arrivare dalla comunità internazionale. Questi sono due elementi imprescindibili.

In Libia quali tribù, fazioni, o fasce di popolazione sostengono Saif Al-Islam Gheddafi?

Sicuramente  tribù importanti, come quella dei warfallah e magariha in Tripolitania, ovvero tribù che sostennero Muhammar Gheddafi e che potrebbero ovviamente vedere nel ritorno sulla scena di un Gheddafi un elemento molto importante. Ci potrebbe essere un interesse anche da parte di Haftar, e un interesse anche da parte di alcuni personaggi sparsi che avevano un ruolo importante nel regime Gheddafi, come ad esempio al generale Sulayman. Quest’ultimo ebbe un ruolo importante dal punto di vista militare nel sud della Libia sotto Gheddafi. Come lui, anche altri ex-gheddafiani che hanno avuto un ruolo importante dal punto di vista militare della sicurezza potrebbero vedere di buon occhio Saif.

Possiamo, dunque, asserire che la maggior parte del supporto a Saif Al-Islam Gheddafi proviene da alcune tribù, da ex-militari o comunque ex-gheddafiani fedeli al regime del padre. E i civili invece?

Per quanto riguarda, invece, i civili è una questione un pò più complicata. Se parliamo di persone appartenenti alle tribù, in quel caso il sostegno c’è. Se parliamo, invece, di cittadini all’interno di città come Tripoli, per esempio, è difficile. In questo caso, secondo me, conta molto la capacità di Saif Al-Islam di presentarsi come figura riformista. È ovvio che, chi non aveva un diretto coinvolgimento o un’adesione al regime del padre, tendenzialmente non vedrà con favore il ritorno di un Gheddafi sulla scena politica. Potrebbe, ovviamente, giocare un ruolo importante in questo caso la capacità di Saif di convincerli. Come potrà farlo mi sembra molto complicato da definire.

Come si dovrebbe presentare, quindi, Saif agli occhi dei libici?

È un’operazione abbastanza complicata. Da una parte, Saif deve giocare la carta della tradizione, richiamando il suo cognome e cercando di riunirvi tutta una serie di attori politici che aderivano a regime del padre. Dall’altra parte, però, questo non basta per avere un’adesione più ampia. È ovvio che, al di la dell’intervento della comunità internazionale nel 2011, nel Paese c’era un forte discontento nei confronti del Governo di Gheddafi. Coniugare questi due elementi è un compito molto complesso, in quanto parliamo di un Paese con una situazione di sicurezza per niente consolidata dove non si può fare una campagna elettorale. In Libia ci sono tante zone quasi impraticabili, con una situazione di sicurezza estremamente fragile.

 

È vera la sensazione che – in particolare in Libia, ma nel mondo arabo in generale –  c’è una sorta di paura nei confronti della famiglia Gheddafi?

In Libia certamente si. Muhammar Gheddafi ha governato il Paese con il pugno di ferro, e questo è indubbio. C’è, sicuramente, da parte di molti cittadini libici la paura che si possa – con l’eventuale elezione del figlio – tornare al regime di Muhammar, il quale non era noto certo per la gentilezza con cui trattava chiunque si opponesse. Ovviamente, però, come in tutti i regimi, c’è una parte della popolazione ne riceve dei privilegi, mentre un’altra li subisce.

Quali sono, invece, i Paesi nella regione che potrebbero schierarsi a favore di Saif?

Sarà difficile ottenere il sostegno dall’estero. Se questa candidatura dovesse diventare reale, sarà importante per lui avere anche il supporto di alcuni Paesi con un forte interesse in Libia. Al momento è molto difficile dire quali Paesi potrebbero essere interessati a un suo ruolo politico futuro. Detto questo, però, se non si riesce a formare un Governo, e se il Paese continua a trovarsi in una situazione di grande instabilità e insicurezza, ovviamente questo potrebbe rappresentare – a lungo andare – una problematica per diversi Paesi. Ad esempio, in termini di sicurezza, l’instabilità libica potrebbe preoccupare l’Egitto o, dal punto di vista economico, a preoccuparsi sarebbero i Paesi occidentali.

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