giovedì, Aprile 15

Libia: il risultato passa per il petrolio

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La Libia attualmente è uno dei due teatri di crisi maggiori che interessano gli attori occidentali insieme a quello siriano – iracheno. Seppur con differenze territoriali, storiche e culturali, tra questi due teatri di crisi si possono individuare almeno due fattori comuni interessanti. Il primo è che entrambi sono conseguenza delle derive arabe primaverili che caratterizzarono il medioriente esplose ormai sei anni fa, unite ad una interferenza pasticciona da parte dei vari attori regionali e globali hanno prodotto il medesimo risultato di crisi. La seconda caratteristica comune è che anche se il teatro siriano – iracheno è stato la culla dove è nato prima l’ISIS e poi l’auto proclamazione dello Stato Islamico, anche la Libia vede al suo interno una presenza rilevante delle milizie nere affiliate al Califfato Nero.

Dal momento della sua auto proclamazione, lo Stato Islamico attraverso le sue milizie e la sua azione fuori dai territori controllati a cavallo tra Siria e Iraq, è diventato l’attore per eccellenza dell’ instabilità permanente di tutto il Medioriente. Seppur nel corso del 2015 ha visto una diminuzione consistente dei territori controllati, resta comunque una spina nel fianco delle cancellerie occidentali, in particolare per quelle europee riguardo alla questione libica.

Dopo lunghe trattative e tentativi falliti, finalmente gli attori occidentali sono riusciti a nominare Fayez al- Serraj al vertice di un Governo di Unità Nazionale, seppur non indenne da critiche e conseguenze anche violente. Nonostante il Governo Serraj sia, almeno formalmente, diventato effettivo, la Libia resta un territorio diviso all’interno del quale regna uno stato di caos generale, grazie anche alla presenza rilevante e strategica delle milizie legate allo Stato Islamico.

Le milizie dello Stato Islamico hanno occupato ormai da diverso tempo una parte strategica del territorio libico, ossia una parte di territorio interna chiamata  mezzaluna petrolifera, per la precisione una porzione di territorio che ruota intorno alla città strategica di Sirte, al centro tra il territorio occupato dal Governo riconosciuto di Tobruk e quello autoproclamato di Tripoli. Il bacino della Sirte è una zona che vede una presenza rilevante delle riserve petrolifere, nonché la maggior parte delle raffinerie e i porti di Ras Lanuf e al Sidra.

Stando agli ultimi dati forniti, seppur non ufficiali, gli uomini dello Stato Islamico in Libia sono recentemente aumentati arrivando ad una cifra che si aggira tra le 4 mila e le 6 mila unità. Una maggiore presenza dello Stato Islamico in Libia può essere attribuita alla progressiva restrizione dei territori controllati in Siria e Iraq a causa dell’offensiva delle forze alleate, nonché alla recente maggiore risolutezza da parte degli attori europei di risolvere la questione libica. Seppur ci sia una maggiore presenza di unità dello Stato Islamico presenti, alcuni analisti militari sostengono che operino in condizioni diverse rispetto a Siria e Iraq, in quanto non sono integrati con la popolazione locale che li reputa come stranieri da cui diffidare e di conseguenza non hanno una conoscenza approfondita del territorio. Seppur non ci siano riscontri ufficiali, sembra che alcuni dei principali mezzi di sostentamento economico siano legati al traffico di esseri umani e di estorsioni di vario genere proprio a scapito della popolazione locale, oltre ovviamente alla prospettiva dell’accaparramento delle fonti energetiche.

Se si guarda l’attività delle forze jihadiste, non esclusivamente delle forze  appartenenti allo Stato Islamico, a partire da ottobre 2015, risulta evidente come gli attacchi per occupare o distruggere siano concentrati principalmente lunga la costa della mezza luna petrolifera e il relativo entroterra, verso punti di interesse petroliferi e città significative come Misurata o Bengasi.  

Usando una prospettiva realista, la questione delle risorse petrolifere resta alla base di del massiccio interesse profuso dagli attori occidentali e regionali riguardo alla questione libica. La Libia, come è noto, ha il 38 % delle riserve petrolifere dell’Africa, 48 miliardi di barili sono i dati certi, di cui l’80% presente per l’appunto nel bacino della Sirte, che corrisponderebbe circa all’11%% del fabbisogno europeo. Durante il regime di Gheddafi la produzione giornaliera era di circa un milione di barili al giorno, di cui l’80% era diretto in Europa, mentre il dato di febbraio 2016 è di circa 300 mila barili giornalieri.

Non è un caso quindi che gli obiettivi primari di occupazione o distruzione delle forze appartenenti allo Stato Islamico, nonché delle milizie affiliate alle varie tribù locali siano concentrate verso i punti di interesse petroliferi, così come non è un caso che recentemente Serraj abbia richiesto esplicitamente alla Comunità Internazionale aiuto per difendere i pozzi petroliferi, uno dei primi a rispondere è stato proprio il Premier Italiano.  Così come non è un caso che il colonnello Haftar che guida le forze della Cirenaica controllate dal Governo di Tobruk e molto vicino al Generale egiziano Al – Sisi, sia impegnato nel combattere le forze islamiste sul fronte orientale del Paese.

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