martedì, Maggio 18

Libia, rapiti quattro italiani field_506ffbaa4a8d4

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«Per il momento non è ancora possibile stabilire la matrice del sequestro». L’Intelligence italiana è al lavoro per capire chi ha rapito i quattro italiani, dipendenti della ditta di costruzioni Bonatti di Parma, che ieri sono stati prelevati con la forza mentre erano a Zuaia, città sotto il controllo delle milizie islamiste che appoggiano il governo di Tripoli. I quattro operai stavano rientrando dalla Tunisia ed erano proprio nei pressi dell’insediamento della Mellitah Oil and Gas, nel nord del Paese, un territorio, secondo l’Intelligence «in cui i confini tra criminalità e terrorismo sono particolarmente fluidi». Nonostante siano passate già molte ore, non è ancora chiaro se si tratti di un rapimento a scopo estorsivo o se sia opera dei miliziani dello Stato Islamico, ma secondo quando riportato da Al Jazeera, gli italiani sarebbero stati sequestrati da un gruppo affiliato al «Jaish al Qabail» (L’esercito delle Tribù), le milizie che si contrappongono al gruppo «Fajr» di Tripoli.

«Le notizie sono ancora poche e frammentate» ha detto Gianfranco Damiano, presidente della Camera di commercio Italo-libica. «Però pensiamo che si tratti di un rapimento ad opera di bande e tribù che praticano delle adesioni di comodo al movimento islamico». Quel che certo, almeno secondo il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, è che il rapimento dei quattro italiani non è una ritorsione verso il nostro Paese per l’appoggio in sede Onu al governo attualmente in formazione in Libia. Proprio di questo si è discusso questa mattina a Bruxelles, dopo che lo scorso 12 luglio a Skhirat, in Marocco, è stato firmato l’accordo di pace e di riconciliazione per la Libia. «Ci auguriamo che anche le componenti di Tripoli si uniscano al patto», ha detto ancora Gentiloni ribadendo che si sta facendo il possibile per recuperare i connazionali. Al momento, la Farnesina sta lavorando per capire se i quattro uomini siano ancora insieme o se dopo il sequestro siano stati presi in consegna da diversi nuclei di sequestratori, ma intanto la Procura di Roma ha aperto un fascicolo e il pm Sergio Colaiocco sta seguendo di minuto in minuto l’evoluzione della situazione. Per i familiari sono ore di terrore. Mentre si attendono notizie, la “Comunità del Mondo Arabo in Italia” in un comunicato ha chiestola liberazione dei 4 prigionieri italiani offrendo solidarietà alle famiglie e alle istituzioni. La Libia è ormai da tempo un territorio in cui le condizioni di sicurezza sono molto scarse e infatti, soprattutto dopo la chiusura dell’ambasciata d’Italia in Libia lo scorso 15 febbraio, la Farnesina stessa aveva segnalato la situazione di estrema difficoltà invitando tutti i connazionali a lasciare la zona. Il Paese nord africano è alla mercé di bande di ribelli e gruppi tribali in lotta per il potere. A questi si aggiungono, poi, gli affiliati dello Stato Islamico che, approfittando del caos, puntano a prendere il controllo di tutto il territorio, così come hanno fatto prima in Iraq e Siria e come stanno cercando di fare anche in altri Paesi chiave dell’area medio-orientale.

In Turchia, oggi, gli uomini dell’autoproclamato califfo Abu Bakr al Baghdadi hanno colpito la città di Suruc, nella nella provincia di Sanli Urfa, a dieci km dal confine siriano. Secondo il ministro dell’Interno turco, si è trattato di un attentato terroristico ad opera di un kamikaze che ha colpito il centro culturale Amara. Proprio lì, oggi, c’erano circa 300, ragazzi affiliati alla gioventù socialista, che si sono incontrati per un forum sulla Rojava, il progetto di uno stato curdo al confine sud della Turchia. Ma erano presenti anche alcuni esponenti del partito filocurdo dell’Hdp che stava organizzando l’accoglienza per i rifugiati siriani. Non è un caso, dunque, che sia stato preso di mira proprio quel luogo, anche se non è ancora chiaro chi abbia effettivamente compiuto quest’attentato in cui hanno perso la vita 30 persone e sono rimaste ferite altre cento. Secondo quanto riportato da Al-Jazeera, potrebbe essere stata opera di una ragazza diciottenne affiliata all’Is che avrebbe voluto colpire il governo di Recep Tayyip Erdogan. Proprio lui che verso il califfato ha avuto un atteggiamento poco chiaro e che è stato spesso accusato di far passare attraverso le sue frontiere migliaia di guerriglieri pro-Isis in Siria, pur di combattere il regime di Assad.

Intanto, è arrivato il via libera del Consiglio di sicurezza dell’Onu all’accordo sul nucleare con l’Iran. Dopo l’intesa dei 5+1 raggiunta a Vienna, il presidente Rohani ha annunciato l’ attuazione del piano che prevede la cancellazione graduale di tutte le sanzioni imposte fin’ora al Paese. E se per Stati Uniti ed Europa si conferma la soddisfazione, da Israele continuano ad arrivare attacchi. La firma dell’accordo per Netanayhu non chiude la questione. «Dicono che una decisione delle Nazioni Unite sia la fine della storia» Ha detto. «Ma non è vero, perché fino a quando le sanzioni del Congresso americano saranno in vigore, l’Iran sarà costretto alla fine a fare concessioni, e non solo a riceverle». «Questo è un buon trattato» ha tuonato Il segretario della Difesa statunitense Ash Carter. «Rimuove ogni elemento critico di pericolo, minaccia e incertezza dalla regione. Uno dei motivi per cui questo accordo è buono, è che non impedisce l’opzione militare». Lo ha detto al suo arrivo a Tel Aviv dove questa mattina ha incontrato il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon mentre domani incontrerà proprio il primo ministro Benjamin Netanyahu per provare a convincerlo della positività dell’accordo.

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