lunedì, Settembre 27

Libia: quale ruolo degli Stati Uniti?

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Fra i tanti dossier che risposano sulla scrivania del Presidente Donald Trump, un ruolo speciale è riservato a quello libico. In questi anni, l’azione statunitense nel Paese nordafricano è stata – nella migliore delle ipotesi – riluttante. Trascinata obtorto collo nelle operazioni che hanno condotto alla caduta del governo di colonnello Gheddafi, l’amministrazione Obama ha subito un duro colpo dalla morte dell’ambasciatore Chris Stevens a Bengasi, una vicenda che ha influito sulle sorti dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton fino alla corsa presidenziale del 2016. La morte di Stevens, nel settembre 2012, ha offerto a Washington l’occasione per sfilarsi dal ‘pantano’ nordafricano, favorendo il proliferare delle milizie e – a fronte della competizione fra queste e i loro sponsor internazionali – il graduale sprofondare del Paese nell’anarchia. La comparsa sulla scena della Russia e il sostegno da questa apparentemente offerto al generale Khalifa Haftar, uomo forte del governo di Tobruk, accolto in pompa magna a brodo dell’ammiraglia delle flotta russa, la portaerei Admiral Kuznetsov, rappresenta solo l’ultimo in ordine di tempo di una serie di interventi che hanno fatto della Libia uno dei teatri più complicati dell’odierna scena internazionale.

Non è facile capire come Trump deciderà di muoversi su questo teatro. Sino ad oggi, il Presidente ha confermato (al più accentuandolo) il basso profilo adottato dalla seconda amministrazione Obama. Questa scelta, tuttavia, sembra essere costata a Washington la crescente marginalizzazione rispetto a una processo che la Casa Bianca aveva provato a gestire attraverso il sostegno al Libyan Political Agreement voluto dalle Nazioni Unite. Inoltre, dopo l’insediamento dell’amministrazione Trump, l’appoggio al Presidente al-Serraj si è ridotto, tanto a spingere il Wall Street Journal a ipotizzare, negli scorsi mesi, l’esistenza di un accordo fra Washington e Mosca per rilanciare il ruolo di Haftar come possibile garante della stabilità di una Libia riunificata e ‘anti-ISIS’. Nei fatti, questo è lo scenario che il recente accordo Serraj-Hafter sembra configurare, con la preminenza attribuita al governo di Tobruk all’interno del nuovo Consiglio di presidenza dello Stato e con lo sganciamento di Haftar (che con gli accordi di Abu Dhabi acquista la qualifica ufficiale di ‘Capo dell’esercito’) da qualsiasi forma di controllo politico. Come è stato rilevato, si tratta di un successo significativo della triade Russia-Egitto-EAU; successo che, d’altra parte, segna un ulteriore declino della posizione statunitense sulla scena del Mediterraneo.

Si tratta, per Washington, di un esito accettabile? Per diversi aspetti no, soprattutto alla luce della partita ancora aperta sulla Siria. Se, da una parte, esso permette, infatti, agli Stati Uniti di chiudere una parentesi sofferta, dall’altro fornisce un’ulteriore prova dei limiti di una potenza che l’amministrazione in carica vorrebbe fare ‘di nuovo grande’. La vittoria politica e diplomatica di Mosca (che con gli accordi di Abu Dhabi esprime una capacità di penetrazione nel Mediterraneo occidentale che, per diversi aspetti, non possedeva nemmeno negli anni d’oro della guerra fredda) non è inoltre accettabile per larga parte di un Congresso in cui i sentimenti anti-russi rimangono forti. Anche questa volta, il Presidente sembra, quindi, ‘preso fra due fuochi’: la libertà di manovra che gli accordi gli offrono (libertà di manovra che si traduce, in primo luogo, nel ‘recupero’ di risorse politiche e diplomatiche da impegnare meglio su altri teatri) e la necessità (resa più cogente dalle scelte ‘decise’ prese nelle scorse settimane su Siria e Corea del Nord) di ‘non fare come Obama’, confermando l’immagine di Stati Uniti ‘deboli e indecisi’, incapaci non solo di proporre una loro posizione ma anche di rispondere all’attivismo dei loro competitor.

La necessità di Trump di non apparire troppo ‘soft’ con Mosca è un altro elemento che entra nell’equazione. Per un Presidente accusato da più parti di essere troppo sensibile alle pressioni del Cremlino, gli esiti degli accordi di Abu Dhabi sono un ulteriore colpo a una credibilità già traballante. Essi rischiano, quindi, di avere ricadute su altri teatri. Le connessioni che legano gli scacchieri nei quali si esprime l’azione di Washington è emersa chiaramente nelle ultime settimane, quando il bombardamento della base aerea di Shayrat si è tradotto in un apparente riavvicinamento degli USA alle posizioni della Cina e degli alleati europei. Sembra, quindi, improbabile che il potenziale emergere di un nuovo assetto per la Libia (ammesso che tale assetto regga alla prova del tempo e – soprattutto – delle varie forze che si muovono dietro ai governi di Tripoli e di Tobruk) non inneschi un processo simile. Come in Siria, il confronto oggi in atto in Libia ha ad oggetto non solo la definizione degli assetti del Paese o della regione. Esso è, piuttosto, parte di un più generale processo di ridefinizione degli equilibri internazionali, dal cui esito dipenderà, in larga misura, il ruolo che Washington vi giocherà negli anni a venire.  Una posta troppo elevata perché qualsiasi Presidente la possa sacrificare a cuor leggero sull’altare di un’ipotetica détente.

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