mercoledì, Agosto 4

Libia: migranti in attesa di un Governo field_506ffbaa4a8d4

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Storicamente la Libia, spiega il responsabile UNHCR Libia, “non è stato solo un Paese di transito per i rifugiati immigrati, è stato anche un Paese in cui tante persone di altre nazionalità venivano per lavorare, non solo dall’Africa, anche dall’Asia. Persone che hanno preferito la Libia per le opportunità di lavoro offerte  -ricordiamo che la Libia è un Paese sviluppato, anche se ha subito le distruzioni della guerra del 2011”, dopo il 2011 la situazione è precipitata.
Oggi, pur nello stato in cui versa, “la Libia è in prima linea per le persone che provengono dall’Eritrea e dalla Somalia, dall’Iraq e dalla Siria, e dagli Stati dell’Africa Subsahariana”, spiega Samer Haddadin. Ci sono centri per l’accoglienza dei rifugiati a Tripoli, “per la sicurezza all’interno dei centri ci affidiamo alle forze locali delle aree dove sono posizionati i centri. Nessuno, comunque, può garantire la sicurezza. La situazione è decisamente instabile in Libia; noi stiamo lavorando sempre in stretta collaborazione con le autorità, soprattutto con il Ministero dell’Interno, affinché sia garantita la sicurezza dei rifugiati immigrati”.

La possibilità di rimanere in Libia, per questi oltre 250mila che oggi sarebbero nel Paese, è legata alle condizioni di sicurezza e alle condizioni economiche, alla possibilità di trovare lavoro, si tratterà di capire se potrà essere rilanciata l’economia e in quali tempi, “ci sono persone che in Libia ci sono arrivate per lavorare e sono state forzate a lasciare il Paese verso altre destinazioni causa l’insicurezza, il conflitto”, il Governo di unità nazionalepuò essere una cosa, un fattore di stabilità”, ma solo se sarà in grado di costruirela sicurezza e ristrutturare l’economia”.
La maggior parte delle persone che già si trovano in Libia e che arriveranno nei prossimi mesi, hanno lasciato il loro Paese d’origine solo per questi due motivi: la mancanza di sicurezza e/o la mancanza di cibo, per una questione di vita o di morte”. Se la Libia fosse sicura e trovassero qui la possibilità di soddisfare le esigenze di sopravvivenza, secondo Haddadin, l’emergenza sulle coste europee calerebbe, perchè “c’è sicuramente in qualcuno il desiderio di andare in Europa, vista come il ‘Paese dei sogni’, però la maggior parte delle persone che scappano dai loro Paesi trovassero sicurezza e cibo qui, resterebbero in Libia”.

Il ICRC, in Libia, nel corso dell’anno scorso, ha lavorato a fianco dell’UNHCR, ci spiega Ammar Ammar, per i rimpatri volontari (alcune centinaia verso il Senegal e poche decine verso il Gambia), ha assistito i detenuti con l’accusa di immigrazione clandestina, si è fatta carico dei ricongiungimenti famigliari, in particolare dei minori non accompagnati, e dell’addestramento di alcune decine di volontari.
Dal trasferimento dei membri del personale ICRC in Tunisia, a metà del 2014, le visite del ICRC nei luoghi di detenzione dei migranti in Libia sono sospese.

Da queste parti la distinzione tra rifugiati, profughi e immigrati economici non viene presa in considerazione.
In Libia, con l’aiuto della Mezzaluna Rossa libica, l’ICRC “assiste e protegge gli immigrati”, afferma Ammar, “perché la migrazione è una fonte di vulnerabilità che crea bisogni umanitari. ICRC cerca di aiutare i migranti in base alla portata dei loro bisogni, a prescindere dal motivo che li ha portati a lasciare il loro Paese d’origine”.

Il farsi carico dei rifugiati richiedenti asilo “è un obbligo internazionale, per i firmatari della Convenzione dei rifugiati del 1951”, afferma il Capo missione di UNHCR, Samer Haddadin. L’UNHCR lavora per trovare soluzioni durevoli che sono sintetizzabili in: integrazione locale nel Paese in cui il rifugiato si trova, indirizzamento della persona in un altro Paese oppure il rimpatrio volontario. “Queste, però, sono delle soluzioni che sono dei palliativi, perché bisognerebbe riuscire a risolvere il problema alla radice. Dobbiamo trovare una soluzione alle cause”, afferma, saltando piè pari la distinzione, tutta occidentale, che sta animando il dibattito europeo e non solo, tra rifugiato e migrante economico.

Non si può cambiare la posizione geografica della Libia o dell’Italia. Non si può cambiare nelle persone il bisogno quotidiano di mangiare. Se si tiene conto di questi elementi, si può trovare una soluzione eterna”, dice Haddadin.
L’Europa sta accogliendo i richiedenti asilo, sta facendo un gran favore all’UNHCR, apprezziamo l’ospitalità degli italiani, dei Governi europei, come l’ospitalità dei giordani, dei libanesi, ecc…. apprezziamo che vengano accolti anche piccoli numeri di migranti. Ma dovremmo capire che i Paesi che lo fanno, stanno prendendo atto di convenzioni internazionali che proteggono i rifugiati politici e i rifugiati. Niente di più. Tutte le Nazioni sono come una famiglia. Se c’è un problema con un membro della famiglia, tutti gli altri membri della famiglia devono cercare di risolverlo. La Libia sta affrontando un problema. E’ un membro di una comunità internazionale, di una famiglia internazionale. L’Italia è un altro membro. Giordania un altro ancora. Siamo tutti membri di questa famiglia. Gli Stati stanno sotto questa obbligazione, perché la Libia non ha creato questa situazione, non ha contribuito alla situazione che c’è in Siria. Il Libano non ha contribuito alla situazione che c’è in Yemen o in Iraq. Ciò che l’Europa sta facendo ora è prendere parte a questa obbligazione della comunità internazionale”.

Né UNHCR nè ICRC hanno detto di avere piani di emergenza per quando dovesse partire l’intervento militare.

 

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