giovedì, Ottobre 28

Libia: migranti in attesa di un Governo field_506ffbaa4a8d4

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L’ultima cosa che vorremmo vedere è un intervento militare”, perché in qualsiasi azione militare i più deboli sono sempre le prime vittime, “e il più debole tra i più deboli in qualsiasi comunità sono i rifugiati, gli immigrati e i richiedenti asilo”, e qui, in Libia, di rifugiati-immigrati si stima ve ne siano almeno 250 mila; “loro possono essere le prime vittime di un’azione militare”. Chi parla, dall’altra parte del telefono, da Tripoli, è Samer Haddadin, Capo missione di UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) in Libia.
Comunque, “qualsiasi azione, sia essa politica o militare, deve non violare i diritti delle persone a richiedere l’asilo”, sottolinea Haddadin, ben consapevole che le cancellerie del Mediterraneo sono al lavoro per, se non altro, ridurre al minimo le ripercussioni di un intervento militare sulla popolazione civile, a partire da quella fascia di popolazione che l’Alto Commissariato è impegnato a proteggere.

Il Governo di unità nazionale -figlio dell’accordo firmato a Skhirat il 17 dicembre scorso, sotto l’egida dell’Onu- dovrebbe (condizionale d’obbligo considerate le difficoltà che la transizione sta affrontando) vedere la luce domenica 17 gennaio, e le diplomazie sono al lavoro per supportare il Premier designato, Fajaz Serraj, a chiudere la lista dei Ministri nei tempi stabiliti. In testa, l’Italia, fermamente convinta -a differenza di Francia e Gran Bretagna- che un’azione militare volta a ripulire il Paese dal terrorismo jihadista dell’IS, (Stato Islamico/Daesh, già ISIS) sia possibile realizzarla solo dietro richiesta, all’ONU, da parte del nuovo Governo libico, e in condizioni di stabilità politica interna.
Martedì 19 gennaio i rappresentanti dei 18 Paesi che hanno interessi in Libia e che hanno lavorato per l’accordo di dicembre, si riuniranno a Roma per un summit tecnico che definirà le prossime mosse a sostegno del Governo di Serraj, Esecutivo che entro 15 giorni dalla formazione dovrà presentarsi per il voto di fiducia alla Camera del rappresentanti di Tobruk. La diplomazia ha poco più di due settimane, dunque, per lavorare sulle varie fazioni libiche per ricomporre i loro interessi e coalizzarle attorno al Governo di unità nazionale e a sostegno di un intervento militare sotto copertura ONU.

In nessun caso “bombardamenti o attacchi possono favorire la nostra azione umanitaria”, caso mai sarebbero utili interventi militari volti a “garantire la sicurezza dei nostri operatori, dei rifugiati”, o la creazione di “corridoi umanitari per riuscire a raggiungere le zone particolarmente in conflitto”, ci dice Haddadin.
Qualsiasi operazione militare deve rispettare il diritto internazionale umanitario. Le parti in conflitto devono distinguere tra civili, da un lato, e le persone che partecipano direttamente ai combattimenti, dall’altro”, afferma Ammar Ammar, portavoce dell’International Committee of the Red Cross (ICRC) Delegazione della Libia, raggiunto telefonicamente a Tunisi.

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